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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliSiamo nel 1966. «Blow-up», pietra miliare del cinema di Michelangelo Antonioni, esce sugli schermi. Nel 1967 questo giallo dai contorni astratti, che magistralmente riflette sulla metalinguistica dell’immagine fotografica, vince la Palma d’Oro a Cannes. Non è dunque un caso che «Franz Gertsch. Blow-Up (Parte I)» sia il titolo scelto per la retrospettiva che dal 14 agosto al 17 gennaio 2027, il Kunstmuseum di Berna dedica al pioniere svizzero (1930-2022) del fotorealismo, tra i maestri della xilografia moderna, focalizzandone una produzione pittorica in cui risulta imperativo proprio l’ossessivo processo di ingrandimento dell’immagine: il blow-up, appunto. Curato da Kathleen Bühler, il progetto espositivo comprende anche una «Parte II» al Museo Franz Gertsch di Burgdorf, poco lontano da Berna, aperta dal 19 settembre al 28 febbraio 2027. Complessivamente, il progetto offre uno sguardo a tutto tondo su una carriera artistica sviluppata in oltre sessant’anni e caratterizzata negli anni Settanta essenzialmente da monumentali dipinti dedicati alla scena giovanile e musicale e dagli anni Ottanta in poi dalla prevalenza, sempre attraverso opere di grande formato, di ritratti privati, paesaggi e immagini legate al mondo naturale.
Così, mentre il Kunstmuseum si focalizza sul periodo 1956-2021, approfondendo temi di estrema attualità come il rapporto uomo-ambiente e il ruolo di fotografia e pittura nell’era del selfie, il Museo Gertsch si concentra sull’arco temporale 1970-2022, dedicando particolare attenzione a xilografie, paesaggi e celebri «modelli» come Patti Smith, Luciano Castelli e Irene Straub. «Il fulcro della mostra al Kunstmuseum è l’incontro tra due delle opere più imponenti di Franz Gertsch: il dipinto di famiglia “Maria mit Kindern (Maria con bambini)” e quella vera e propria icona dello zeitgeist che è “Medici”. Accogliendo i visitatori nel vano scale, esse offrono un’esperienza visiva dall’impatto ineludibile, che sintetizza l’abilità pittorica di Gertsch di dominare gli spazi attraverso una straordinaria padronanza tecnica, l’accezione del colore e l’uso rivoluzionario di istantanee fotografiche come fonte d’ispirazione per la sua pittura», afferma Bühler. Questa scelta compositiva, che lo liberò una volta per tutte dalla necessità di inventare costantemente nuovi soggetti pittorici, diede anche inizio a una riflessione continua sul rapporto tra pittura e fotografia, tra una verosimiglianza prodotta tecnologicamente e la verità dell’immagine dipinta. Affrontando l’apparentemente oggettivo, minimo e rapidamente catturato istante fotografico e trasformandolo in qualcosa di soggettivo, elaborato lentamente e di enormi dimensioni, Gertsch ha aperto uno spazio di riflessione sulla veridicità delle nostre idee e visioni della realtà. Amplificando l’intimità dei rapporti personali nei suoi ritratti di famiglia, sottoponendoli, per così dire, a un’analisi più attenta, con la stessa naturalezza con cui descriveva la complicità nella casa condivisa da Luciano Castelli e dai suoi amici e i legami di condivisione che in senso più ampio caratterizzavano la scena artistica bernese, Gertsch ha portato in scena le trasformazioni sociali degli anni Settanta, sottolineando il pari valore di queste diverse forme di connessione umana».
«Con il suo sguardo “indifferente”, leggermente distaccato, rinnovato ogni giorno durante il processo pittorico, Gertsch ha liberato le sue opere dalle distorsioni della nostalgia e del sentimentalismo, riportandole al loro nucleo umano essenziale: essere atti di solidarietà con il mondo, vicino e lontano, continua la curatrice. Una particolarità di questa mostra è il suo essere la prima in assoluto a esporre le fotografie private dell’artista, comprese quelle servite come fonte di ispirazione per i dipinti, proiettate sotto forma di diapositive. Questa scelta suggerisce le modalità con cui la maggior parte dei dipinti è stata realizzata: non alla luce del giorno, ma a quella di una diapositiva proiettata in una stanza buia, una situazione che spiega il colore quasi fosforescente dei dipinti. Solo nelle opere successive, i cui soggetti erano fotografati all’aperto con la luce naturale, questa situazione cambiò: Gertsch poté finalmente dipingere alla luce del giorno, liberandosi dalla costante necessità di trasporre i colori. In ogni caso, questa mostra rappresenta anche un viaggio attraverso diverse concezioni della realtà e della verità in pittura, una pratica che, anche nelle mani di un pittore attento ai dettagli come Franz Gertsch, conserva un’infinità di elementi astratti, bilanciati in modi sempre nuovi nelle varie fasi della sua carriera».
Franz Gertsch, Saintes Maries de la Mer III, 1972. Linz, Lentos Kunstmuseum Linz, da una collezione privata. Foto: Dominique Uldry, Bern © Franz Gertsch AG