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Elena Franzoia
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Una libera e indipendente mappatura di luoghi emblematici, lontani dal brusio della comunicazione e del turismo globali, costituisce l’esito dell’ultratrentennale esperienza del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, assegnato a Treviso dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche (FBSR) e ora raccontato in un volume arricchito da scritti specialistici, che ne approfondiscono le pluridisciplinari valenze in ambito architettonico, paesaggistico e botanico. Emblematico è anche il titolo, Topofilia. Luoghi, scritture, incontri del Premio Carlo Scarpa per il Giardino (a cura di Patrizia Boschiero, Luigi Latini e Monique Mosser, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga, Treviso 2026, 200 pp., 164 ill. col. e b/n, € 30).
Topofilia è un neologismo coniato nel 1974 dal geografo sino-statunitense Yi-Fu Tuan allo scopo di indicare il legame affettivo ed emotivo che lega le persone ai luoghi. «Dall’esperienza diretta dei luoghi percorsi e approfonditi, dall’incontro con le persone che ne sono gli abitanti e dallo studio tenace che precede e accompagna ogni viaggio, il premio, nel suo evolversi, si è interrogato sul senso della responsabilità sociale e della cura della terra come chiave di accesso alla parola “giardino”, scrive infatti il direttore della FBSR, Luigi Latini. Parola che nell’arco di questi anni si è evoluta nel suo significato, dilatata nella sua dimensione spaziale, spesso e più volentieri intercettata attraversando luoghi nei quali la promessa di fertilità, la tensione verso il futuro emergono da condizioni di conflitto, oblio, marginalità».
Nato nel 1990 sotto la guida di Domenico Luciani, il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino è stato tra i primi riconoscimenti a proporre un approccio umanistico alla geografia e al paesaggio, traducendosi in una meritoria e pionieristica ricerca sul campo che in 34 edizioni ha condotto dal grande laboratorio botanico creato dai fratelli Burle Marx con il Sítio Santo Antônio da Bica di Barra de Guaratiba nello stato brasiliano di Rio de Janeiro, premiato nel 1990, al vincitore di quest’anno, il centro culturale scozzese di Hospitalfield ad Arbroath, tra i primi casi europei di residenze d’artista. In questa avvincente geografia di luoghi «amati» e non comuni trovano spazio, ad esempio, le foreste di meli selvatici del Tien Shan in Kazakistan, le tradizionali coltivazioni di mandarini nel complesso arabo-normanno di Maredolce-La Favara del quartiere Brancaccio di Palermo, il piccolo orto-giardino ottocentesco di Skrúður, strappato al vulcanico paesaggio islandese dal pastore danese Sigtryggur Guðlaugsson, il monastero copto di Deir Abu Maqar nel deserto egiziano. Non mancano però altri casi esemplari, tra cui il villaggio rurale africano di Taneka Beri in Benin, l’antica città archeologica siriana di Dura Europos, lungo l’Eufrate, l’ondulato altopiano segnato dalla guerra dei villaggi bosniaci di Osmače e Brežani, in cui si tenta di ritornare coltivando mirtilli e grano saraceno. O gli aspri paesaggi di torba dei Céide Fields irlandesi affacciati sull’Oceano Atlantico, ventosi testimoni di antichi cambiamenti climatici e plurimillennarie frequentazioni umane.
I Ceide Fields della Contea di Mayo, in Irlanda. Foto Andrea Rizza Goldstein
Elena Franzoia
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