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Elena Franzoia
Leggi i suoi articoliNel musicale dialetto veneto «monega» (con tutte le varianti del caso) significa suora. E fu infatti per l’Ospissio de le Muneghette del sestiere veneziano di Castello che con tutta probabilità Jacopo Sansovino intorno al 1530-35 creò la piccola scultura della «Madonna con il Bambino e due putti», fortunosamente ritrovata (piuttosto malconcia) negli anni ’70 in una soffitta dell’antico pensionato e ora restaurata dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Protagonista di un focus intitolato «...volava con le mani e con l’ingegno. Jacopo Sansovino, i materiali poveri, un capolavoro veneziano», la Madonna delle Muneghette rimarrà esposta nel bellissimo museo dell’Opd fino al 30 settembre nell’ambito della rassegna «Caring for Art. Restauri in mostra», ideata dalla soprintendente Emanuela Daffra allo scopo di far conoscere l’attività degli 11 settori che compongono l’Istituto.
Nella parte iniziale del percorso museale è inoltre presente un secondo focus, dedicato a cinque vasi dipinti etruschi provenienti dal Museo Guarnacci di Volterra. L’intervento sull’opera sansoviniana, attualmente di proprietà dell’I.R.E. (Istituzioni di Ricovero ed Educazione) di Venezia, è stato finanziato dalla Fondazione Venetian Heritage e ha richiesto la sinergia dei laboratori Opd dei Settori Sculture lignee policrome e Materiali ceramici, plastici e vitrei, che hanno condotto il restauro dopo approfondite indagini diagnostiche realizzate dal laboratorio scientifico dell’Istituto. L’opera, probabilmente pensata per una nicchia e destinata alla devozione privata di monache non abbienti, rappresenta una rara testimonianza della sperimentazione tecnica di Sansovino, cui la scultura è attribuita in assenza di evidenze documentarie. Con una tecnica diffusa nel ’500 soprattutto per gli apparati effimeri, come testimoniano ad esempio le grandi statue di santi fiorentini che ornavano la facciata del Duomo di Firenze in occasione del matrimonio tra Ferdinando I e Cristina di Lorena oggi conservate nel complesso della Cattedrale, anche la Madonna veneziana fu realizzata con strati di tela, gesso e alcune parti in cartapesta eseguite separatamente a calco e poi unite per modellazione diretta. Al lungo restauro (quasi sei anni) hanno lavorato Claudia Napoli per la parte lignea e Chiara Fornari per i restanti aspetti. «L’opera era già stata all’Opd in occasione della mostra su Pietro Aretino realizzata agli Uffizi nel 2019, ma nel 2020 è tornata per un vero restauro, dati i gravissimi danni che aveva subito nel corso dei secoli», ha affermato Maria Emilia Masci, direttrice del Settore Materiali ceramici, plastici e vitrei. In particolare, «si rendeva necessario un intervento strutturale, dato che l’opera, che si china verso i fedeli perché era stata probabilmente concepita per essere vista dal basso, era “collassata” inclinandosi tutta sul lato destro. Inoltre, essendo internamente cava, era sostenuta da una tavola di legno inchiodata che abbiamo sostituito con una struttura metallica, che ne va a toccare le superfici interne senza necessità di forarla. Le gambe dei putti inoltre erano molto lacunose, e abbiamo potuto reintegrarle usando una stampante 3D. Nella parte inferiore della scultura inoltre abbiamo scelto di lasciare la tela a vista, per evidenziare la particolare tecnica utilizzata dall’artista. Altri interventi hanno riguardato l’eliminazione delle dorature dovute a interventi successivi di ridipintura, anche ottocenteschi, di cui però abbiamo lasciato alcuni piccoli tasselli a scopo documentario, e le nuove integrazioni, come il ritocco pittorico a puntinato che abbiamo realizzato sulle gambe dei putti, finalizzato a celare l’uso di materiali plastici».
La madonna delle Muneghette, prima e dopo il restauro