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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliNel calendario veneziano dell’anno di grazia della Biennale, la scelta di dedicare una mostra a Jenny Saville a Ca’ Pesaro vuole riportare la pittura figurativa al centro del dibattito contemporaneo, sottraendola tanto alla retorica del ritorno quanto alla marginalità critica che l’ha accompagnata per anni. La mostra, curata da Elisabetta Barisoni, è la prima ricognizione estesa dell’opera dell’artista a Venezia e attraversa più di tre decenni di lavoro, dagli esordi nei primi anni Novanta fino agli sviluppi più recenti. Il percorso non si limita a una scansione cronologica ma costruisce una traiettoria coerente attorno a un nodo centrale: il corpo come luogo di tensione tra storia dell’arte, rappresentazione e costruzione sociale dello sguardo.
Formatasi alla Glasgow School of Art e presto associata al contesto degli Young British Artists, Saville emerge negli anni Novanta in un momento di forte ridefinizione del sistema dell’arte britannico, sostenuto da nuove logiche di mercato e visibilità internazionale. In quel contesto, la sua scelta di lavorare sulla pittura a olio e sulla figura appare già come una posizione controcorrente: non una ripresa accademica, ma un tentativo di riattivare la pittura come linguaggio critico. Opere come Propped (1992) o Hybrid (1997), presenti in mostra, definiscono immediatamente il campo: corpi monumentali, esposti, vulnerabili, attraversati da tensioni che riguardano identità, genere e percezione. Il corpo non è mai idealizzato né narrativo; è materia, superficie, costruzione instabile. La pittura diventa qui uno strumento analitico, capace di registrare e deformare allo stesso tempo.
Il rapporto con la storia dell’arte attraversa tutta la produzione di Saville e trova a Venezia un punto di condensazione. Il dialogo con maestri come Tiziano, Peter Paul Rubens o Rembrandt non si traduce in citazione, ma in un confronto diretto con la costruzione della carne pittorica, con la densità del colore e con la capacità dell’immagine di trattenere il tempo. Venezia, in questo senso, non è un semplice contesto espositivo ma un dispositivo critico: misura e mette in tensione la pittura contemporanea rispetto alla propria genealogia. Nel passaggio agli anni Duemila, la ricerca si espande. I ritratti – come Hyphen (1999) o Reverse (2002–2003) – introducono una maggiore complessità luministica e compositiva, mentre la figurazione si apre progressivamente a elementi astratti ed espressionisti. La pennellata si accelera, il colore si libera, la superficie si stratifica. La pittura non descrive più il corpo, lo attraversa.
I lavori più recenti segnano un ulteriore slittamento. Le serie ispirate a immagini di guerra e di crisi umanitaria – come Aleppo o le diverse Pietà – spostano il discorso dal corpo individuale a una dimensione collettiva. L’immagine di partenza, spesso mediatica, viene trasformata in una costruzione pittorica che sospende il riferimento specifico per aprirsi a una dimensione universale. La tradizione iconografica resta riconoscibile, ma viene destabilizzata da una materia pittorica che insiste sull’eccesso, sulla deformazione, sull’impossibilità di una visione pacificata. In questo passaggio si misura anche la posizione di Saville nel sistema contemporaneo: una pittura che rifiuta la neutralizzazione estetica e si confronta con la sovrapproduzione di immagini dell’oggi, rivendicando un tempo lungo e una densità materiale che contrastano la logica della circolazione immediata.
La presenza di lavori inediti realizzati per Venezia chiude il percorso riportando il discorso al luogo. Non come omaggio celebrativo, ma come ulteriore verifica: la pittura, ancora oggi, è in grado di dialogare con la propria storia senza ridursi a citazione e di affrontare il presente senza cedere alla sua superficialità. In un sistema che negli ultimi anni ha privilegiato linguaggi più facilmente traducibili in termini di produzione e distribuzione, la mostra di Saville a Ca’ Pesaro riapre una questione più ampia: quale spazio resta oggi per una pittura che non si limita a rappresentare il corpo, ma lo mette in crisi, lo espone e lo ridefinisce dentro un campo storico e politico ancora aperto.
Ginevra Borromeo
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