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Arabella Cifani
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In una novella di Massimo Bontempelli intitolata Il Buon vento, l’autore, maestro del realismo magico, gioca a farsi amabilmente le beffe dei suoi lettori con un «parlar figurato» che fa succedere strane cose. Ad esempio, grazie all’uso di una magica polvere metafisica in grado di trasformare e rendere reali i luoghi comuni, le metafore e i modi di dire delle persone, fa incontrare lo squattrinato chimico Massimo con il ricco e paffuto Baldo, appena uscito dall’osteria rosato, satollo e felice. Massimo vorrebbe un prestito e domanda a Baldo: «Oh, qual buon vento ti porta?» e a quel punto «un dolce vento, sopra ai prati, sopra alle siepi portò l’amico verso il placido etere. Sopra le ali dello zefiro tepido lepido in panciolle se n’andava; fin che il fumo del suo avana si confuse tra le nuvolette, e il fiore sbocciato del suo volto sfumò tra le rose del cielo». Augurandomi che non capiti così ai vostri amici (che sarebbero poi difficilmente recuperabili) e spostandoci nei pascoli dell’arte, dobbiamo constatare che i paffuti e rosati svolazzanti in cielo esistono in realtà da due millenni: un discreto numero di quadri li rappresenta sotto forma di venti, che per gli antichi erano impersonati da infanti, giovanotti o uomini maturi svolazzanti fra cielo, terra e mare, con le guance gonfie, intenti a soffiare come mantici: a volte benigni a volte terribili, tutti sotto il potere di Eolo, il loro re.
Fra i molti era Borea, potente e turbolento dio del vento del nord, figlio di Eos (dea dell’aurora) e Astreo (titano delle stelle). Borea, burrascoso di carattere, si invaghì di Orizia, principessa di Atene, la corteggiò galantemente sperando di persuaderla, ma lei lo rifiutò. La principessa era figlia del mitico Eretteo, eroe attico, ed era una Nereide e il suo nome voleva dire «la fanciulla che ondeggia sui monti», ovvero una divinità delle nuvole. Borea non riuscendo a concupire Orizia che non lo voleva, la rapì mentre ballava sulle rive di un fiume, la fece innamorare con l’aiuto di Cupido che le scagliò una freccia, la portò nella sua dimora (piena di spifferi si immagina), la sposò e insieme ebbero dei figli detti anche Boreadi. Erodoto e Plinio affermano che Borea vivesse in un posto chiamato Iperborea dove gli uomini e divinità vivevano in pace e che gli Iperborei erano un popolo caro ad Apollo, che abitava una terra lontanissima situata a nord. Il termine poi passò a indicare un luogo che appartiene all’estremo nord o alle regioni artiche e può riferirsi a qualcosa di estremamente freddo, glaciale o remoto. La ventosa divinità era raffigurata talvolta con due volti, una chioma fluente, due ali e spesso nell’atto di soffiare.
Molti sono dunque i quadri che raffigurano Borea nell’atto di rapire al volo la sua futura sposa e solitamente lei non appare poi molto dispiaciuta. Nel quadro di Giovanni Francesco Romanelli della Galleria Spada, getta qualche gridolino, alza gli occhi al cielo e se ne svolazza via con il bel tenebroso Borea sullo sfondo di un paesaggio innevato e invernale come si addice al dio del freddo. Nello stesso museo c’è anche uno splendido e complesso dipinto di Francesco Solimena che rappresenta la scena con un fuggi fuggi di ragazze spaventate, pentole che rotolano, astanti stupiti; ci sono anche le amiche di Orizia che tirano per il mantello Borea cercando di trattenerlo mentre Cupido si prepara a scagliare una freccia contro Orizia per farla innamorare del suo rapitore.
Giovanni Francesco Romanelli, «Borea rapsce Orizia», 1665 ca., Roma, Galleria Spada
Francesco Solimena, «Borea rapisce Orizia», 1699, Roma, Galleria Spada
In un quadro di Rubens (Vienna, Akademie der bildenden Künste) si ripropone invece un annoso problema dei rapimenti di donne rubensiane: come fa Borea, per quanto robusto, ad accollarsi al volo con tanta leggerezza una che ha addosso almeno centotrenta chili di lardo e cellulite? Misteri dell’arte. Il soggetto continuò a piacere anche in epoca neoclassica e romantica, come testimonia un bel quadro francese del 1822 di Joseph-Ferdinand Lancrenon (Montargis, Francia Musée Girodet) in cui sono spariti tutti gli elementi di contorno e il pittore si concentra solo sui due languorosi protagonisti del volo amoroso: lei in realtà dorme e non si sa perché, e lui la guarda estasiato mostrando a noi lo splendore di due perfette e muscolose natiche. Con la fine del XIX secolo il tema smette di interessare e le due sfarfallanti creature spariscono dall’arte. Almeno per ora.
Borea nel mondo greco era molto venerato, veniva anche chiamato Barbablù e a lui era dedicato un frontone del primo tempio del Partenone costruito sull’Acropoli di Atene. Blu perché era un vento e quinti fatto di aria, esattamente come molti secoli dopo Botticelli dipingerà i venti della «Primavera», tutti sfumati e azzurrini. Quella del rapimento che poi finì felicemente con due sposi che vissero felici e contenti (per merito anche di Cupido) è una bella storia, ma già gli antichi nutrivano seri dubbi tanto che il giovane studente Fedro, passeggiando con Socrate, domandò al maestro se era vera o meno. Poiché il racconto mitologico era uno dei fondamenti della religione dei greci la domanda di Fedro andò a toccare un problema teologico e politico molto delicato. Socrate, che a queste belle favole poco credeva, rispose dicendo che i filosofi e i sapienti potrebbero non crederci e che forse Orizia era stata portata via semplicemente da una forte folata di vento e da quel fatto, magari vero, magari tragico, era nato il mito. Nel racconto di Borea e Orizia si adombra comunque una verità profonda: l’incontro (e lo scontro) tra natura selvaggia e civiltà, tra forza primordiale e ordine umano. Un amore nato dal vento, capace di distruggere ma anche di generare.
Pieter Paul Rubens, «Borea rapisce Orizia», 1615 ca, Vienna, Akademie der bildenden Künste
Dopo vennero i poeti che diedero a Borea e Orizia il loro giusto posto, Giovann Battista Marino nell’Adone ne fa una divinità pericolosa: «Borea con soffi orribili ben poté/crollar la selva e batter la foresta./Pacifici pensier non turba o scote/di cure vigilanti aspra tempest.». Eugenio Montale lo riconduce invece al suo vero ruolo di ambasciatore dell’inverno nella splendida poesia «Bagni di Lucca» in cui considera che si sta avvicinando un «Precoce inverno, che borea abbrividisce».
Joseph-Ferdinand Lancrenon, «Borea rapisce Orizia», 1822, Montargis (Francia), Musée Girodet
Arabella Cifani
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