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Domenico Morelli, «Le tentazioni di sant’Antonio», 1878, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

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Domenico Morelli, «Le tentazioni di sant’Antonio», 1878, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea

Ma che cosa stanno facendo? • Quinta lezione per capire il soggetto dei quadri

Storie, misteri e segreti nascosti nei dipinti che occorre imparare a scoprire: la tentazione in scena, simboli e strategie della seduzione nell’arte sacra fra Seicento e Ottocento

I santi, si sa, sono anime pure e il diavolo li tiene sotto sotto controllo: che gusto c’è infatti a occuparsi di un incallito peccatore qualsiasi? È chiaro che finirà all’Inferno e allora perché faticare tanto? Ma acchiappare l’anima di giusti come san Francesco d’Assisi, san Benedetto o san Filippo Neri, tanto per dirne qualcuno, quello sì che è un colpo grosso! Satana di quello va a caccia, di bocconcini prelibati, di casti gigli dell’orto. Molti quadri rappresentano scene di tentazioni di santi e, ovviamente sono sempre tentazioni sessuali, spesso corredate da prostitute, diavoli o diavolesse e, a parte sant’Antonio Abate, mai che qualcuno si faccia tentare da altro, che so io, da un suntuoso pranzo, da una promessa di gloria, dalla possibilità di intascare un sacco di soldi in nero… no, solo donne.

Le tentazioni di sant’Antonio Abate sono le uniche che attraversano la storia dell’arte: dal Medioevo ai giorni nostri.  Raccontate per la prima volta dal vescovo Atanasio di Alessandria nella sua Vita di sant’Antonio comprendono la lussuria, l’avidità e le ricchezze, la tentazione del dubbio e dell’accidia. Tralasciamo volutamente le mille immagini di Antonio di epoca medievale e rinascimentale per arrivare al XIX secolo e vi troviamo le tentazioni di sant’Antonio dipinte da Domenico Morelli, un sorprendente dipinto del 1878 che possiede intatto tutto il suo corredo di coinvolgente intensità emotiva. Frutto di una lunga gestazione, non facile oggi da comprendere (bisogna infatti conoscere tutta la storia che ci sta dietro), non fu inizialmente apprezzato per via della novità iconografica del suo tema e, soprattutto, per via della commistione di realismo e simbolismo che l’artista napoletano è in grado di mescidare con grandissima maestria ma che al tempo era una grande novità.  Febbricitante, con i denti che battono dalla paura, spaventato da sé stesso, Antonio è tutto rannicchiato in un angolo. Ma da sotto le stuoie sulle solitamente dorme si affacciano due donne ad alto tasso erotico, ridenti, con capelli e bocche rosse, nude, con freschi seni candidi dai capezzoli rosati, adorne di ori che brillano. Sulla sinistra altre donne sussurrano emergendo dalla scabra pietra della poverissima grotta, dove l’eremita si era rifugiato a vivere sperando di star tranquillo: una tentazione complessa, fatta di parole e gesti a cui è molto difficile resistere. 

Giovanni Mauro Della Rovere il Fiammenghino, «La tentazione di san Francesco», 1605, Boffalora sopra Ticino (Mi), Chiesa Santa Maria della Neve

Tentazioni di sant’Antonio saranno poi dipinte da pittori come Dalí, Cézanne, Diego Rivera, Max Ernst: è molto moderno il tema del confronto fra la solitudine dell’eremita, con il suo fragile equilibrio e l’incerto controllo delle proprie pulsioni, in un mondo brulicante di seduzioni che striscia tutt’intorno. 

E poi c’è san Francesco. Il poverello di Assisi non era di marmo. Era stato un giovane libero e gaudente e Tommaso da Celano racconta che il diavolo gli mandò più volte «violentissime tentazioni di lussuria». Francesco reagiva flagellandosi, buttandosi in un roseto irto di spine, come è raffigurato in una bellissima tela del 1605 di Giovanni Mauro Della Rovere il Fiammenghino nella Chiesa Santa Maria della Neve (a Boffalora sopra Ticino, Mi), oppure gettandosi nella neve, come lo hanno affrescato nella decima cappella del Sacro Monte di Orta Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone (1660-65). 

Carlo Francesco e Giuseppe Nuvolone, «San Francesco tormentato dalle tentazioni dopo essersi gettato nella neve», 1660-65, Sacro Monte di Orta San Giulio, Cappella X

Ma le tentazioni erano spesso molto pesanti. Una leggenda narra che a Bari, ospite di Federico II, Francesco fu messo a dormire nella «Torre del Monaco». In piena notte, una donna «di meraviglioso volto e di oscuro cuore» si presentò a lui seminuda per tentare di sedurlo. A questo punto anche il santo sembrò propenso a cedere: «vuoi congiungerti con me?», le disse, «vieni, uniamoci nel fuoco divino» e, mentre le porgeva le braccia, incendiò il letto dove stava dormendo. Da questa storia, (altri invece propendono per una versione dolcificata dei Fioretti di san Francesco di Ugolino da Brunforte) che non sappiamo quanto sia vera (poco o nulla, pare), deriva però uno dei quadri più inquietanti del Seicento: «La tentazione di San Francesco» di Simon Vouet per la Cappella Alaleoni nella Chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma. Lo spettatore di oggi rischia di capire poco in quel turbinio di vesti, pellicce, candele e stracci vari, ma raramente in un quadro è stata raggiunta l’intensità erotica che sprigiona da questo. In una stanza oscura ma elegante, con un accogliente letto a baldacchino, una donna si sta svestendo e cammina con passo sicuro verso san Francesco riverso al suolo seminudo fra le braci in cui ha preferito buttarsi piuttosto che toccarla (lei, impressionata, poi si convertirà e si darà a opere di carità). È un notturno caravaggesco, ma pieno di colore dove la concitazione dei due personaggi raggiunge il parossismo, la donna avvolta in un manto di pelliccia, con i tacchi alti e la camiciola intima che scivola sulle carni bianche, Francesco è nudo a terra e si contorce fra le braci nei tormenti della tentazione. Di quest’opera è stato scritto che è «quasi incredibile come quadro da chiesa». È certo che siamo di fronte a uno scontro violento tra sensi e fede esemplificato da Vouet secondo il pensiero del suo tempo. Molto palesi le difficoltà della castità, anche se è pronto un lieto fine al miele che, da bravi fedeli, tutti dovremmo conoscere, cioè che la donna si sarebbe convertita. Il quadro diventava pertanto un esempio vivo di come si possa passare dal peccato al pentimento. Il problema è che quello rappresentato è solo il momento del peccato e ci va fantasia per immaginare rivestita a puntino e dedita alle opere pie questa bella giovane scamiciata e sexy. Nel quadro non ci sono diavoli, non c’è fuoco, non c’è l’Inferno, eppure tutto suggerisce pericolo. Il rosso stesso del tendaggio del baldacchino domina la scena, non solo come colore, ma come simbolo di tentazione, inganno e potere. È proprio questo il punto: il male qui non spaventa, seduce.

Viene in mente quel classico volume Venere ed Imene al tribunale della penitenza: manuale dei confessori di Jean Baptiste Bouvier, tradotto in italiano nel 1855 e usato dai preti fin quasi ai nostri giorni (ci sarà probabilmente qualcuno che lo usa ancora), nel quale il vescovo parla di sesso  e tentazioni  con una precisione molto curiosa per un prelato che non dovrebbe mai aver provato nulla di simile «I baci in parti inusitate del corpo, per esempio, sul petto, sulle mammelle; o, come usano i colombi, introducendo la lingua nella altrui bocca stimansi fatti con intendimenti libidinosi, o almeno inducono nel grave pericolo della libidine, e perciò non vanno esenti da peccato mortale». La sapeva lunga il vescovo! D’altra parte la ricetta per fuggire a tanto orrore era sempre la stessa: pregare, tenere gli occhi bassi, non oziare, mortificare il corpo, fare opere buone. Ma noi sappiamo che, tanto nel Seicento di Vouet che nell’Ottocento di Morelli, per segnalare e descrivere minutamente i peccati (come nei dipinti appena analizzati) ci può rendere molto ben informati sui peccati stessi e, probabilmente, molto desiderosi di compierli.

Simon Vouet, «La tentazione di San Francesco», Roma, Chiesa di San Lorenzo in Lucina, Cappella Alaleoni

Arabella Cifani, 24 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Arabella Cifani

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