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Lizzi, Collezione Pureza

Courtesy Lizzi

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Lizzi, Collezione Pureza

Courtesy Lizzi

Lizzi, oltre la moda: un manifesto tra le dune del Maranhão

Nel Nord-est del Brasile c’è un posto (ancora) incantato e che lascia segni profondi di ispirazione: ben arrivati ai Lençóis Maranhenses, dove la moda supera il concetto stesso di moda

Matteo Bergamini

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Si può essere essenziali e estremamente glamour anche a piedi scalzi, in mezzo alla fresca sabbia delle dune di uno degli scenari naturali (verrebbe da dire lunari) più complessi del mondo, dove il sole non lascia scampo e le piogge sono infinte, dipendendo dalla stagione. Benvenuti nei Lençóis Maranhenses, parco nazionale dal 1981 e Patrimonio dell’Umanità dal 2024, 155mila ettari ubicati nel nord-est dello Stato del Maranhão, lungo 70 chilometri di costa atlantica e un entroterra caratterizzato da estese dune di sabbia bianca.

Un incontro con la natura più abbagliante insieme alla lezione di stile offerta da Lysiane Arize, in arte Lizzi (1984), creatrice di origine baiana, studi di design di moda prima a Salvador e poi a Bordeaux, in Francia, con una prima formazione in matematica. Dopo aver montato il suo atelier francese, Lizzi realizza che una carriera tradizionale in qualche grande Maison le sarebbe stata stretta, così torna in Brasile, optando però per il Maranhão, terra di tradizioni e magia, dove si divide tra São Luís (la capitale dello stato), il villaggio di Atins e Patacas, comunità immersa nel Parco.

Proprio in questa area primordiale che contiene in sé sette biomi differenti, nei cui incavi le acque piovane che cadono tra dicembre e aprile formano piscine naturali che creano, appunto, uno degli habitat naturali più ricchi e più magici del pianeta, Lizzi ha deciso di creare un punto di approdo per i naviganti dei Tropici: non tanto per una esperienza di bon vivre, o almeno non soltanto, quanto per aggregare al proprio progetto il volto amato della realtà che la circonda. 

Lontani dall’inquietudine di «Casa de Areia» (2005) di Andrucha Waddington, lungometraggio drammatico ambientato nel 1910 che aveva portato qui il Premio Oscar Fernanda Torres con la madre, l’attrice Fernanda Montegro, quando i Lençóis ancora non erano la meta di nessuno, il mondo di Lizzi è un sistema di connessioni che uniscono saperi popolari e relazioni umane.

Insieme a tessuti che arrivano dal Brasile intero, dal cotone al jacquard, i punti sensibili della slow fashion di Lizzi sono i dettagli; la fibra vegetale della palma Carnaúba, per esempio, utilizzata per interruzioni preziose. E poi i suoi stessi disegni, principalmente in acquerello, che diventano motivi di stampe su seta e lino.

Ma Lizzi, come la più consumata delle imprenditrici, sa bene che è il lavoro di squadra che rende grande il prodotto, con una differenza: da queste parti non si può pensare a una attività in forma post-capitalistica. Approssimazione, confronto, ascolto sono invece le modalità che permettono la nascita collaborazioni che portano in luce la sapienza delle ricamatrici delle scuole di Bumba Meu Boi (una delle feste più leggendarie dell’area del Maranhão, che mischia danza, musica, religione, animali fantastici e esseri umani) abili nella composizione di figure utilizzando le Miçangas, piccolissime perle in vetro, pietra o osso.

«L’artigianato è arte senza tormento. Richiede abilità, buon gusto, a volte virtuosismo, ma non si mette a problematizzare il mondo», è uno dei concetti di Lizzi, talent scout per giovani con il talento della cucina, visto che i suoi atelier sono tutti provvisti di aree bistrot e, anche, provette venditrici per i punti vendita di Atins e São Luís.

Su come questa congiunzione sia stata possibile, la stilista non ha dubbi: «Da parte mia c’è stata la volontà di approssimarmi a questi luoghi secondo le antiche regole del gioco, quelle non scritte ma importanti, dell’identità e del lavoro individuale per costruire l’immaginario collettivo», ci racconta mentre «sfogliamo» capi pervasi da un’estetica unica che negli anni si è lasciata ispirare da figure mitiche come la scrittrice Clarice Lispector o l’attivista Pureza Lopes Loyola, che ha trovato omaggio nella collezione omonima.

E a proposito di collezioni e imposizioni del mondo del fashion, Lizzi non ha remore: «Non faccio collezioni due volte l’anno. È creativamente impossibile. Lancio una nuova produzione solo quando sento di dover dire qualcosa, quando le idee combaciano con i processi». Visibile, questa attitudine, anche nella Casa Patacas, dove tutto è assolutamente necessario. E dove troviamo anche il «Lizzi Manifesto» offerto agli ospiti, un invito a «riscoprire il valore della pausa, della connessione con l’altro, del silenzio e dei lavori manuali, per sperimentare l’essenziale a cada momento».

Potrebbe sembrare utopia, semplice spot, ma il viaggio di Lizzi per arrivare fino a qui è stato lungo e non molto differente dal nostro: l’idea di travessía (quella iconica e dura del «Grande Sertão» di Guimarães Rosa) qui si immagina in una versione inaspettatamente dolce, mentre le dune si alternano e fiumi di acqua ferrosa ci attraversano, specchiando palme, fior di loto e tramonti che né Monet, né Turner hanno potuto vedere. Poveri loro!

Courtesy Lizzi

Matteo Bergamini, 22 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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