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Júlio Martins da Silva, «Sem Título», metà degli anni ’70.

Foto Ding Musa. Courtesy Galatea, SP

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Júlio Martins da Silva, «Sem Título», metà degli anni ’70.

Foto Ding Musa. Courtesy Galatea, SP

L'arte popolare? È sempre stata di moda

Alla Galleria Galatea di San Paolo una mostra dedicata al Padiglione Brasiliano di una iconica Biennale di Venezia, quella del 1978, per rileggere l’arte popolare di ieri attraverso lo sguardo, e il mercato, contemporaneo 

Matteo Bergamini

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Non è un reenactment vero e proprio, ma certamente un'operazione curiosa che racconta, anche, quanto la produzione d'arte popolare, oggi all'attenzione dei mercati, sia in realtà una dimensione che da sempre ha interessato le ricerche teorico-visuali, al di là di dogmi e stereotipi. Stiamo parlando di «Representações Brasileiras» (Rappresentazioni Brasiliane), alla Galleria Galatea di San Paolo, che riporta in luce quello fu il Padiglione Nazionale del Brasile alla Biennale di Venezia del 1978, intitolata «Dalla natura all'arte, dall'arte alla natura» (sino al 17 ottobre), presieduta da Carlo Ripa di Meana e che percorreva, in anticipo sui tempi, le grandi tematiche ambientaliste. Curatrice della mostra, all'epoca, fu Lélia Coelho Frota (1938-2010) che la galleria omaggia riproponendo (giustamente) il testo che accompagnava l'esposizione, per mettere in luce quanto il dibattito intorno al paradigma illusorio della «nazione» fosse già nella coscienza di un Brasile contemporaneo: «I popoli nativi, che organizzano il proprio spazio sociale e naturale nel mezzo della foresta selvaggia e Roberto Burle Marx, che pianifica aree verdi in mezzo a grandi città che crescono disordinate costituiscono, di fatto, i due poli che stabiliscono l'interazione tra diversi livelli – umano, estetico, tematico e sociale – della rappresentazione brasiliana in questa biennale».

 

Paulo Garcez, «1945-1989 Escritos lendários do Rio», fine anni ’80. Foto Ding Musa. Courtesy Galatea, SP

Maria Auxiliadora Silva, «Sem título», 1973. Foto Ding Musa. Courtesy Galatea, SP

Alle pareti, oltre a Burle Marx, diversi nomi che in questi anni sono stati «riscoperti» dal pubblico e il cui lavoro è entrato nelle gallerie ufficiali: lo scultore e ebanista Geraldo Teles de Oliveira (G.T.O.) (1913-1990) che iniziò la sua traiettoria intorno ai 50 anni, mettendo in luce un universo onirico che aveva come interesse ricorrente l'interazione tra vita e morte, tra divino e umano; Maria Auxiliadora (1935-1974), pittrice autodidatta il cui tema di indagine era l'esperienza collettiva e la memoria della propria comunità, oggi rappresentata dalla galleria Estação (San Paolo); Paulo Garcez (1945-1989), le cui splendide e piccolissime figure disegnate in sequenza rimandano ad antichi geroglifici, dotate però di umorismo e malizia; Wilma Martins (1934-2022), con disegni a biro di interni domestici dove già si mostrava la metropoli asfittica in relazione al mondo dei sogni, dove gli ampli paesaggi rurali e naturali entrano in dettagli in tavole imbandite, nell'arredamento, tra le sedie e nella cesta del pane; Júlio Martins da Silva (1893-1978) e le sue prospettive affilate di giardini, strade, e anche marine; la produzione visuale e artigianale dei Popoli Indigeni dell'Alto e Medio Xingu, oggi una delle riserve più importati e riconosciute del Brasile, situata all'incrocio tra il bioma amazzonico e il cerrado, nello stato del Mato Grosso, che all'epoca fu mostrata attraverso una serie di disegni, raccolti dall'etnologa Maria Heloisa Fenelon Costa, e dai documentari video commissionati al regista Marcelo Tassara (1933-2020).

«In un Paese come il Brasile, dove coesistono livelli culturali che vanno dalla fase della pre-industrializzazione alle forme della più sofisticata tecnologia moderna, la natura si presenta come referenza ideale per analizzare il comportamento creativo brasiliano, tanto per la sua presenza costante o per la sua nostalgia», scriveva la curatrice presentando una selezione che, come tutte le selezioni e come tutte le esposizioni era, appunto, una ricerca composta da punti distanti geograficamente e culturalmente e uniti proprio per rimarcare le profonde differenze di un Paese «reale» nato da circostanze politiche a volte di pura convenzione (e convenienza) che aveva unito sotto un unico nome e un'unica lingua ufficiale le infinite varietà di un territorio continentale.

«Representações Brasileiras: Bienal de Veneza (1978)» reitera uno spazio nel quale creazione artistiche differenti possono essere ricordate e rilette attraverso l'ottica della contemporaneità, affermando, ancora una volta, la rilevanza della polifonia esistente nell'arte brasiliana e delle frizioni e domande generate attraverso la giustapposizione di produzioni provenienti da molteplici contesti e punti di partenze», scrivono Tomás Toledo, socio fondatore della galleria, e Guto Ezek, curatore e ricercatore, nel testo che accompagna questa curiosa (re)visione di un momento tanto lontano nel tempo quanto completamente inserito nel dibattito contemporaneo dedicato alla revisione delle pratiche visuali non egemoniche, tanto alla poetica quanto a valori di mercato ancora in processo di sviluppo.

Matteo Bergamini, 27 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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