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Davide Landoni
Leggi i suoi articoli«Touch me». Suona seducente e giocoso l'invito che la galleria NOTTE dedica ai suoi visitatori. I quali - lasciandosi alle spalle la sera milanese, ogni giorno più scura - s'immergono in uno spazio candido e morbido come il cuscino che ne culla i sogni. Come? Concretamente, con una pelliccia bianca che riveste le pareti della galleria. Concettualmente, attraverso un'opera che supera i limiti dell'arte per farsi «spazio totale». Romanticamente, facendo esperienza di una delle tue intuizioni più visionarie di Piero Manzoni, che a oltre sessant'anni dalla sua ideazione prende finalmente largo nella realtà.
Si intitola «Piero Manzoni: Touch Me», la mostra autunnale che completa il percorso dedicato all’artista avviato dalla galleria con il film «Piero Manzoni: Domani chi sa». In scena fino al 18 dicembre 2026, l’esposizione nasce dalla collaborazione con la Fondazione Piero Manzoni, con la direttrice Rosalia Pasqualino di Marineo alla curatela, e propone una riflessione inedita sulla radicalità della ricerca materica dell’autore, trasformando un’idea mai realizzata in un’esperienza concreta.
Era il 1961 quando Manzoni, immaginando un ulteriore sviluppo del concetto di «spazio totale», scriveva all’amico Henk Peeters, esponente del Gruppo ZERO, esprimendo il desiderio di realizzare un ambiente composto da due stanze: una interamente rivestita di pelliccia bianca, l’altra dipinta con vernice fosforescente. A oltre sessant’anni da quella lettera, la prima di queste due stanze trova finalmente la sua realizzazione, ricoprendo le pareti della galleria di via Bigli 11.
I fondatori di NOTTE, Mattia Melzi e Carolina Lanfranchi, insieme alla Media Manager della galleria Mariaelena Maieron. Photo by Eric Tacchini_Pietra Studio
Installation view of «Piero Manzoni: Touch Me». Courtesy by NOTTE_Photo by Eric Tacchini_Pietra Studio
E chiama poi a raccolta gli appassionati, gli unici in grado di dare vita all'opera: muovendosi al suo interno, guardandola, toccandola. È la sublimazione della ricerca sugli «Achrome», avviata dall'artista nel 1957 e volta alla ricerca di un linguaggio nuovo e da un’idea di trasformazione radicale dell’opera d’arte, ora in grado di oltrepassare definitivamente il limite della superficie per espandersi nello spazio e coinvolgere direttamente il visitatore. Sarà dunque quest'ultimo a fungere - in modo più che concreto che mai - come «completamento e attivatore dell'opera»: se essa cessa di essere un oggetto da contemplare per farsi esperienza da attraversare, uno spazio in cui la percezione si attiva attraverso la presenza fisica («Touch me»), serve che qualcuno al suo interno esista, agisca, viva.
A integrare il percorso espositivo, una sala dedicata ai materiali morbidi approfondisce la ricerca di Manzoni sul bianco: non un colore, ma una condizione di azzeramento. Per Manzoni, il colore che contiene tutti i colori, eppure sembra non manifestarne nessuno, è l'unico in grado di liberare la materia da ogni funzione rappresentativa, lasciando emergere le qualità intrinseche dei materiali: morbidezza, leggerezza, tensione, gravità. La forma perde così il proprio ruolo gerarchico e cede il passo alla presenza stessa dell'oggetto-opera, al processo e alla possibilità che l'arte esista come evento piuttosto che come immagine.
La mostra si articola così in una duplice esperienza. Da un lato, la dimensione immersiva e collettiva dell’ambiente, che invita il pubblico a entrare fisicamente nell’installazione; dall’altro, l’incontro ravvicinato e contemplativo con gli «Achrome», dove il dialogo con la materia si fa intimo e silenzioso. Come nella NOTTE, quando ad occhi chiusi il mondo esiste solo nella misura in cui scegliamo di sfiorarlo.
Uno scatto che mostra alcuni visitatori, tra cui Nanda Vigo, osservare un'opera della serie «Achrome», realizzata da Piero Manzoni con ciuffi di fibre tessili nel 1962
Davide Landoni
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