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NAZA

La paura come visione del mondo. L’Apocalisse calcolante di NAZA e quella della psiche traumatizzata di Jupiter

Da Gaza alla guerra nucleare, due film presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il premiato NAZA e Jupiter, mettono in scena due forme della catastrofe contemporanea: una reale, circoscritta e amministrata dagli algoritmi; l’altra ipotetica, globale e affidata alla psiche di pochi uomini prima ancora che ai sistemi di difesa. Ma prima dell’Apocalisse dei corpi potrebbe essercene un’altra, più invisibile: quella del pensiero.

Nicola Davide Angerame

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Che cos’è davvero un’Apocalisse? Nel linguaggio comune è la fine del mondo; nel senso originario apokálypsis significa invece rivelazione, disvelamento. È l’Apocalisse di Giovanni a consegnarci i quattro cavalieri: conquista, guerra, carestia, morte. Žižek li evoca in The Pervert’s Guide to Utopias (vedi articolo https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/Lutopia-della-mente-libera-due-film-a-Venezia-per-uscire-dalle-gabbie-del-pensiero) come figure ancora attive nel presente. E se oggi quei cavalieri assumessero il volto di quattro capi di Stato dotati di armi nucleari? Può una decisione individuale, magari persino un errore percettivo, precipitare il mondo nella catastrofe?

Il documentario NAZA dei due registi premi Oscar (2025 con No Other Land)  Yuval Abraham e Rachel Szor e il thriller geopolitico Jupiter dell'esordiente alla regia, lo sceneggiatore francese Alexandre Smia, sono diversissimi, ma sembrano interrogare precisamente questa possibilità: che l’Apocalisse possa essere locale e progressiva oppure planetaria e istantanea. L’angoscia contemporanea risiede forse proprio nella spropositata coincidenza fra la fine possibile del mondo e il libero arbitrio di una ristrettissima cerchia di decisori, che sono uomini vulnerabili come tutti gli altri e probabilmente più “fragili” psicologicamente della media. La minaccia biblica si è fatta secolare, tecnologica, istituzionalizzata. E il cinema torna a essere il luogo privilegiato in cui questa rivelazione prende forma.

La sproporzione calcolata dell’algoritmo Lavender

Il primo shock arriva da NAZA, documentario introdotto a sorpresa a concorso già definito e diventato grande favorito nonché vincitore del prestigioso Premio Speciale della Giuria. Ventiquattro ufficiali dell’intelligence israeliana, irriconoscibili nel volto e nella voce, raccontano in prima persona dall’interno una guerra diventata anche una gigantesca macchina di calcolo. Lavender, il sistema di intelligenza artificiale utilizzato per individuare possibili obiettivi, mappa la vita dei palestinesi attraverso i loro telefoni cellulari, resi totalmente accessibili e permeabili. Gli ufficiali da remoto analizzano i comportamenti digitali dei device e chiedono poi alla macchina di riconoscerne altri analoghi. Il nemico diventa così una configurazione di dati. Ma prima di colpire bisogna verificare. E allora quegli stessi ufficiali entrano in tutte le funzioni dei cellulari, ascoltando attraverso i loro microfoni e guardando video e fotografie: penetrano così nella vita quotidiana delle famiglie che ordineranno di bombardare da lì a poco, poiché sono le famiglie di operativi di Hamas, anche junior o ex. Prima di dare l'ordine sentono i suoni della vita famigliare le voci di bambini. Vedono tutto.

Ed è forse proprio qui il punto più perturbante: la visibilità tecnica diventa quasi assoluta proprio mentre quella morale sembra azzerarsi. Dopo il massacro del 7 ottobre, 1200 ebrei trucidati barbaramente, la distanza fra vedere un palestinese e riconoscerlo ancora come un essere umano pare essersi enormemente allargata. Il numero di “naza”, i “danni collaterali” che significano vittime innocenti, può arrivare a 500 pur di eliminare un singolo esponente di Hamas. L’Apocalisse entra così dentro una contabilità, quando l’algoritmo diventa strumento di annientamento alimentato da odio, vendetta e ideologia ormai trasfigurati in “indifferenza”.

La guerra contro gli edifici e la terra desolata

Nel secondo capitolo del film, significativamente intitolato “Zona di annientamento”, non sono più soltanto gli uomini a diventare bersagli: lo diventano le case, gli edifici, la possibilità stessa di abitare nuovamente un territorio. Gaza Nord viene mappata edificio per edificio. I droni osservano dall’alto, gli ufficiali lavorano in remoto, le unità sul terreno incendiano tutte le case in pochi minuti. Chi entra in quella zona impara il limite morendo, anche se è un bambino. Le riprese, che sfruttano anche il citizen-jiurnalism, mostrano crateri ricolmi di macerie. Il cibo arriva a sud, dove la popolazione viene spinta in corridoi umanitari, alcuni dei quali sotto la mira di cecchini impietosi. L’Apocalisse diventa geografica. Non la fine del mondo, ma la fine di un mondo, quello del nemico che nel frattempo non è più soltanto l'avversario armato ma è diventato un intero popolo. Il film contrappone le scene catastrofiche alle riprese della vita nella vicinissima Tel Aviv: i grattacieli illuminati, le automobili, le persone che cenano, le case nelle quali qualcuno cucina, si lava i denti, guarda la televisione. A poche decine di chilometri un universo quotidiano continua perfettamente mentre un altro viene ridotto in macerie. Questa asimmetria messa a confronto rende le immagini disturbanti e più vere. Il pubblico della sala tributa 25 minuti di applausi a questa terribile verità.

Un ufficiale intervistato dice di non poter esprimere la propria posizione morale. Un altro ricorda di avere visitato i lager in Polonia e si domanda: “sì, io continuo a considerare i nazisti il male assoluto, ma allora io che cosa sono?”. Per un attimo la coscienza individuale riappare dentro il funzionamento della macchina. E torna inevitabilmente alla mente la questione esposta in un libro controverso dello storico Daniel Goldhagen sui “volenterosi carnefici di Hitler”: quanto l’orrore della Shoah sia nato dall’obbedienza a un sistema e quanto invece dalla disponibilità individuale di ciascuno a sospendere il suo giudizio morale? Non si tratterebbe quindi di mostri diversi da noi, ma di uomini capaci di trasformare una missione, un ordine, una normalità burocratica nel luogo in cui sospendere il giudizio morale. In una apocalisse del pensiero autonomo e libero, quindi umano. Il film si conclude con il terzo capitolo, dedicato a quella “guerra alla pace” messa in atto da un Netanyahu che, pur essendo il capo democraticamente eletto di uno Stato democratico, persegue un disegno apocalittico malgrado il mandato d’arresto emesso dalla Corte penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità. E ciò grazie e malgrado i “naza”, quei “danni collaterali” dietro cui scompaiono le vittime civili: le stesse a cui la regista Kaouther Ben Hania aveva restituito lo scorso anno la voce con The Voice of Hind Rajab, vero caso cinematografico e politico di Venezia 82 che conquistò il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria, oltre a numerosi riconoscimenti collaterali (Intervista alla regista: https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/La-voce-di-Hind-Rajab-a-Venezia-il-cinema-come-atto-di-giustizia-Intervista-alla-regista-Kaouther-Ben-Hania). Quest’anno la regista tunisina è tornata al Lido come membro della Giuria internazionale del concorso principale di Venezia 83 presieduta da Maggie Gyllenhaa.

La stanza dei bottoni e il bunker dell’Eliseo

Se NAZA mostra un’Apocalisse parcellizzata, “amministrata”, Jupiter sposta improvvisamente la scala verso l’olocausto nucleare. Il film di Alexandre Smia, con Denis Ménochet, prende il titolo dal centro di comando sotterraneo dell’Eliseo. Una crisi internazionale provocata dall’attentato contro il presidente russo porta la Francia davanti alla possibilità di una guerra atomica. Smia evita la spettacolarizzazione hollywoodiana: niente città che esplodono, tutto si concentra sottoterra, intorno a un tavolo, davanti agli schermi, tra una decina di persone che discutono della possibile fine del mondo. Ma alla fine chi decide? Qui si apre la questione più inquietante: due capi di Stato. Persino nella democratica Francia i normali contrappesi del potere sembrano arrestarsi davanti al protocollo nucleare. È come una partita di poker nella quale due uomini possono decidere di andare all-in, salvo che sul tavolo non ci sono fiches ma il destino del pianeta.

La bomba nelle mani di un solo uomo e della sua percezione del mondo

Ed è qui che Jupiter compie lo scarto più interessante, perché introduce dentro la geopolitica qualcosa che ogni sistema di deterrenza vorrebbe poter lasciare fuori: la psiche dell’uomo che deve decidere. I due presidenti sono entrambi feriti. Quello russo è sopravvissuto per pochi millimetri a un attentato che avrebbe potuto ucciderlo; quello francese, Paul Archambault, perde la figlia proprio nel giorno del suo insediamento e della crisi con la Russia. Il massimo del potere coincide, per entrambi, con una profonda lacerazione privata, uno schock, un trauma. Ma che cosa accade alla percezione dopo un trauma? Gli studi raccolti da un libro recente di Ruth Lanius, Percorsi sensoriali per guarire dal trauma, mostrano come un’esperienza traumatica possa modificare il modo in cui selezioniamo e interpretiamo gli stimoli, soprattutto quelli ambigui. La mente resta più facilmente in allarme: ciò che forse è soltanto incerto può cominciare ad apparire minaccioso. È proprio questa la sottile ipotesi di Jupiter. Il presidente francese sta leggendo correttamente ciò che accade oppure il lutto sta entrando nella sua interpretazione dei segnali militari? E quello russo vede davvero un nemico ovunque o continua, in qualche misura, a reagire all’uomo che ha appena tentato di ucciderlo? Se il trauma non rende necessariamente irrazionali, può comunque indicare qualcosa di più inquietante: nessun protocollo nucleare può espellere completamente l’uomo che deve applicarlo. E la bomba non è così soltanto nelle mani di un presidente, ma anche della sua percezione del mondo.

La catena dei traumi e l’eclissi del pensiero razionale

E allora i due film finiscono, forse, per parlare della stessa cosa. Il trauma può produrre altro trauma. La violenza ricevuta può diventare paura, la paura può trasformarsi in una visione del mondo, quella visione può irrigidirsi in ideologia, nazionalismo, fondamentalismo e, perfino, razzismo. Non necessariamente, la storia non è un automatismo, ma la possibilità esiste e proprio per questo andrebbe analizzata, tematizzata e discussa pubblicamente. Le vittime di oggi possono generare le vittime di domani. Queste, a loro volta, cresceranno dentro altre immagini del nemico, altre memorie, altre ferite. E allora dove comincia veramente l’Apocalisse? Quando cade la bomba, oppure molto prima, quando smettiamo di mettere in discussione il modo in cui guardiamo l’altro? In NAZA un essere umano può diventare un profilo prodotto da Lavender, un telefono, una probabilità statistica. In Jupiter il destino del pianeta può dipendere dall’interpretazione di un uomo ferito. Da una parte deleghiamo alla macchina una parte crescente del giudizio, dall’altra consegniamo a un individuo un potere che nessuna mente dovrebbe possedere da sola.

L’Apocalisse contemporanea potrebbe allora cominciare prima della distruzione fisica, nel momento in cui il libero pensiero razionale cede davanti alle certezze dell’ideologia, laica o religiosa, che non permette più all’uomo di dubitare della propria immagine del mondo.

I tre grandi monoteismi possiedono, in modi differenti, potenti immaginari della fine e del giudizio. Ma la catastrofe che questi due film ci mostrano è terribilmente umana ed è percettiva prima ancora che tecnologica, politica e psicologica. Forse i quattro cavalieri non bastano più a spiegare l'Apocalisse, ed un quinto potrebbe entrare in scena: la mente, quando con una certezza che è alimentata dalla propria sofferenza smette di mettere alla prova i propri giudizi e scambia la vendetta per verità o l'escalation per coraggio.

Jupiter

Nicola Davide Angerame, 13 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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