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Testimoniare o vendere? Il giornalismo (e la sua crisi) davanti al cinema

All’inaugurazione dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, l’incrocio tra "Ink" di Danny Boyle e "La ragazza con la Leica" di Alina Marazzi apre una profonda riflessione cine-filosofica sullo statuto del giornalismo. Tra la nascita del sensazionalismo moderno e il sacrificio etico della prima fotoreporter di guerra, i due film d'apertura, delle sezioni Concorso e Orizzonti, denunciano il disagio di una civiltà giunta ad un possibile capolinea, in un presente in cui le democrazie sono minacciate dagli autoritarismi esterni e dai populismi interni, lo sguardo del cinema si interroga sulla responsabilità politica dell'informazione, evocando lo spettro profetico del Kane wellesiano.

Nicola Davide Angerame

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Due film sul giornalismo e le sue crisi inaugurano Venezia 83: Ink di Danny Boyle, chiamato ad aprire il concorso principale, e La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, posto a sigillo della sezione Orizzonti. Se il direttore Alberto Barbera ha voluto rivendicare la statura politica di questa edizione della Mostra, è già nell’incrocio tra queste due pellicole che la cosa appare chiara, poiché interrogano lo statuto etico dello sguardo e della parola scritta, tracciando una linea profonda tra il dovere morale della testimonianza e la tentazione capitalistica del sensazionalismo.

Il virus del sensazionalismo

L’atteso lavoro di Danny Boyle si cala nell’Inghilterra del 1969, l’anno in cui l'australiano Rupert Murdoch e il direttore reietto Larry Lamb ridisegnano le regole dell’informazione popolare con l’ascesa di quello che diventerà il tabloid più venduto: The Sun. La sfida spietata al rivale Daily Mirror passa attraverso riunioni convulse, titoli urlati e una redazione di outsider (nerd, li chiameremmo oggi) disposti a tutto, anarchici, creativi e ossessivi, che nella costruzione di un prodotto di successo riescono a decostruire una intera tradizione giornalistica, e con essa un certo modo di abitare il mondo. Boyle, fedele alla sua estetica punk e cinetica, mette in moto un vortice di inchiostro e caratteri di piombo che non racconta soltanto la nascita di un giornale scandalistico, ma sembra anticipare la genesi del moderno clickbait. Nelle interpretazioni febbrili di Jack O’Connell e Guy Pearce, la notizia cessa progressivamente di essere un veicolo di verità per farsi merce, un’arma di distrazione di massa che sporca moralmente le mani di chi la produce e forse anche di chi la consuma.

È la metamorfosi del quarto potere, nato dalle gazzette della Repubblica di Venezia nel Cinquecento, dove la notizia serviva a mercanti e banchieri, passando per le veline cortigiane del potere assoluto, fino alla nascita illuminista dell’idea di una stampa watchdog, cane da guardia delle democrazie, guidato da un'alta borghesia colta da una intellighentia non mandata nei campi di lavoro ma sconfitta con la guerra economica delle vendite nel campo di battaglia del profitto, ma anche del consenso che è uno degli aspetti fondamentali e più ambigui delle democrazie. La parabola iper-ritmica tracciata da Boyle mostra allora una curiosa regressione: sotto la spinta del capitale murdochiano la notizia abdica alla propria funzione emancipatrice per tornare, in qualche modo, pura merce.

E se una democrazia ha bisogno di cittadini informati per esercitare quella volontà generale di cui parlava Rousseau, alterare sistematicamente la percezione del reale significa incrinare il patto stesso che tiene insieme una comunità. La notizia non alimenta più la coscienza critica ma l’emozione, non spiega ma eccita, non complica il mondo ma lo semplifica affinché possa essere consumato meglio.

L’obiettivo della verità nuda

Tutt’altro registro è quello scelto da Alina Marazzi. La ragazza con la Leica ricostruisce la figura di Gerda Taro, la prima fotoreporter di guerra caduta sul campo, a Brunete nel 1937, e il suo sodalizio umano e professionale con Robert Capa durante la guerra civile spagnola. Liberamente ispirato al romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega 2018, e costruito mirabilmente mescolando finzione e materiali d’archivio, Super8 e 16mm, il film si interroga sulla necessità morale del testimoniare.

Se l’inchiostro del The Sun sporca e mistifica, per l’obiettivo fotografico di Gerda non cerca il consenso del pubblico ma il corpo umano martoriato dentro una Storia che s'infiamma di odio e violenza, trasformando la giovane ebrea tedesca in fuga dal nazismo in una fotografa militante, il cui incontro sentimentale e professionale con Robert Capa la porta sui fronti della guerra civile spagnola, dove la macchina fotografica diventa arma politica e forma di partecipazione. Ed è qui che i due film, così lontani, cominciano a parlarsi. Perché entrambi raccontano uomini e donne che producono immagini e notizie, ma soprattutto il potere che quelle immagini e quelle notizie esercitano su di noi.

Spettacolo, glitch e disagio della civiltà

Guy Debord, nell suo La società dello spettacolo (1967) sostiene che il capitalismo avanzato trasforma progressivamente il mondo in rappresentazione e la rappresentazione in merce. Il The Sun di Boyle sembra incarnare questa profezia: non importa più soltanto ciò che accade, ma quanto ciò che accade possa essere trasformato in spettacolo. La Leica della Taro tenta il movimento contrario, quello di portare l’immagine all'attenzione della coscienza collettiva, di quelle democrazie che avrebbero aiutato l'Europa a liberarsi dei fascismi.

I due film possiedono alcune interessanti affinità formali. Entrambi scardinano la linearità del racconto e fanno della memoria una materia instabile. È soprattutto il glitch, l’apparizione improvvisa dell’immagine sbagliata, sfuocata, rauca e graffiante a diventare qualcosa di più di un vezzo estetico; è quasi il sintomo visivo di un disagio della civiltà, l’istante in cui il linguaggio non riesce più a contenere il reale e s'incrina. Il punto di contatto tra i due film risiede in quella crisi della carta stampata, dello strumento stesso attraverso cui per un secolo abbiamo preteso di conoscere il mondo.

L’ombra di Citizen Kane

Dietro Ink aleggia inevitabilmente il fantasma di Quarto potere. Charles Foster Kane costruiva il proprio impero dell’informazione manipolando la realtà per colmare anche un vuoto privato; Murdoch e Lamb, nel film di Boyle, sembrano compiere il passo successivo: democratizzare il cinismo, trasformando il giornale nello specchio deformante in cui il pubblico può riconoscere e consumare le proprie pulsioni. Welles raccontava il potere che finisce per divorare l’uomo che lo esercita; Boyle quello che si diffonde nella società attraverso il deterioramento della parola.

Tra l’inchiostro di Boyle e la Leica di Marazzi passa allora una delle domande fondamentali del nostro presente: che cosa significa testimoniare? Il giornalismo e la fotografia non sono semplicemente finestre aperte sul mondo, perché ogni titolo e ogni inquadratura sono già una scelta interpretativa, se non una provocazione aperta, una scelta di campo ideologica. Possono deformare il reale oppure tentare di salvarne una traccia.

I due film ricordano, all’inizio di Venezia 83, che guardare, così come riportare e fotografare, non sono mai gesti innocenti. Ogni immagine e ogni parola contengono una responsabilità. E forse il cinema serve ancora a questo: a costringerci, dentro il rumore sempre più assordante di quei nuovi propulsori di “notizie” che sono i social media, a scegliere che cosa meriti davvero di essere guardato. Magari tenendo sempre presente l’avvertimento del grande sociologo e teorico dei media Marshall McLuhan: «il medium è il messaggio».

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Nicola Davide Angerame, 07 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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