Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliIl titolo è «If Music», ed è l’attacco del celebre verso di Shakespeare che apre «La dodicesima notte: “If music be the food of love, play on”» (Se la musica è il nutrimento dell’amore, continuate a suonare).
Per la quinta edizione del St. Moritz Art Film Festival (20-23 agosto), il fondatore e direttore artistico Stefano Rabolli Pansera ha costruito un programma suddiviso in movimenti come una sinfonia, il che la rende più vicina a una mostra articolata in capitoli che a un film festival. Questa natura ibrida si rispecchia non soltanto negli artisti invitati, tra cui registi, filmmaker, videoartisti e figure poliedriche, ma si riflette anche su un aspetto filosofico e speculativo forte che il direttore, coadiuvato da Diana Segantini in veste di managing director e mediatrice culturale connessa con un territorio che il suo bisnonno Giovanni Segantini ha ritratto nelle tele più celebri, sviluppa sempre di più ad ogni nuova edizione del festival.
E se il cinema fosse musica? Se un montaggio potesse funzionare come una percussione, un jump cut come una sincope, un leitmotiv come un flashback? Se lo chiede Rabolli Pansera offrendo alla musica filmica non la colonna sonora delle immagini ma un modello attraverso il quale ripensare l’immagine-movimento stessa, attraverso concetti come ritmo, vibrazione, silenzio o polifonia.
E i quattro giorni di SMAFF vengono organizzati in cinque «movimenti»: «The Music of Things», «The Collective Voice», «Music as Space», «Choreography», «Politics of Music». È seguendo questi movimenti che conviene attraversare il festival.
Day 1. La musica delle cose e la voce collettiva
Il primo, «The Music of Things», parte da un’idea semplice e radicale: la musica può essere trovata nelle cose prima ancora che negli strumenti.
È un principio che attraversa «Nothing Is More Mysterious. A Fact That Is Well Explained» di Anna Franceschini, dove una rigorosa coreografia dei movimenti della macchina da presa indaga il rapporto tra immagine, musica e macchina, trasformando la partitura meccanica di una pianola in esperienza visiva. Il film fa il paio con «The English Occupation of Cyprus» di Alexandros Pissourios, la cui cinecamera si aggira circospetta negli interni del museo archeologico di Cipro sulle note di una polka che porta il titolo del film. Utilizzando quasi sempre lo smartphone, invece, l’artista svizzero Dominic Michel si muove negli spazi pubblici come un osservatore flâneur, catturando in Golden Sunset brevi sequenze di realtà segnate da suoni e musiche che lo attraggono.
Il secondo movimento, «The Collective Voice», sposta l’attenzione dall’oggetto alla comunità, alla possibilità della voce di diventare esperienza condivisa. In «The Singing Lesson I», uno dei massimi e più radicali esponenti dell’Arte Critica polacca Artur Żmijewski mette in scena un’ipnotica coreografia dell’inaudito, dove un gruppo di studenti sordomuti intona un «Kyrie» solenne in una chiesa di Varsavia. Il film affascina per un iniziale caos cacofonico che, avvolto dalla risonanza monumentale dell’organo, assume poco alla volta l’ordine di una lingua unica, trasformando la dissonanza in un travolgente atto «musicale». Anche «Rodrigo Sena, in Recife tem um coração», mette in scena un tale atto seguendo la parabola di Silvio Silva, l’Elvis di Recife che usa lo smartphone come palcoscenico. Attraverso lo sguardo empatico del pluripremiato regista, la colletta digitale per un altoparlante si trasmuta in una sommessa elaborazione secondaria del reale, capace di trasformare la marginalità in puro lirismo e distillare la durezza della periferia brasiliana.
Il performer giapponese Shimabuku, artista nomade protagonista alla Biennale di Venezia nel 2003 e nel 2017, in «Asking the Repentistas: Peneira & Sonhador» affida i suoi video sui polpi a due musicisti del Nord Est del Brasile antesignani del rap. Nelle immagini, un polpo viaggia fino a Tokyo, affronta i mercati ittici e torna libero in mare in un poetico gesto ecologico. Al suo fianco i menestrelli assimilano questa odissea tramutandola in un’epopea musicale brega.
La voce di Recife si concretizza in «Olho da Rua» di Jonathas De Andrade, artista tra i più influenti del Brasile e celebre per la sua indagine sulle minoranze, che crea un film in dialogo diretto con 100 senzatetto intenti a performare le azioni collettive di protesta poetica e politica. Selezionato e presentato da Leonardo Bigazzi, curatore della Fondazione In Between Art Film e del festival fiorentino Lo schermo dell’arte, il regista porta al festival anche il più breve e antropologico «Jangadeiros e Canoeiros», che mostra la vita dei canottieri del Brasile nordorientale alla guida di barche con enormi vele colorate, capaci di cantare il colore e la gioia del mare.
Il momento più intenso arriva la sera allo Scala con «Lucia di Luciano» di Fabio Cherstich, presentato in prima mondiale. È un film esemplare, soprattutto per gli artisti. Lucia Di Luciano (1933-2026), decana dell’Arte Cinetica e Programmata e fondatrice del Gruppo 63 delle arti visive, vi appare nella forza di volontà che è insieme ossessione e innamoramento per la pittura e crea una necessità assoluta di continuare a produrre. Cherstich la incontra in un momento in cui la sua vita è una corsa contro il tempo. Nel 2025 Lucia realizza 395 dipinti. Il ritmo febbrile di questa urgenza creativa è scandito dalla colonna sonora firmata dal figlio dell’artista, Oscar Pizzo, pianista internazionale e curatore al Parco della Musica di Roma. La volontà dell’artista di creare contro la morte supera la volontà del regista di costruirne il ritratto, offrendo un testamento involontario sulla necessità dell’arte.
Day 2. La musica diventa spazio e coreografia
Il terzo, «Music as Space», presenta «Desire Lines» firmato dal videoartista e regista americano Tommy Malekoff: sedici minuti capaci di trasformare un non-luogo ipercapitalista come il parcheggio della periferia americana in un paesaggio astratto, musicale e ipnotico; un palcoscenico in cui si esibiscono giovani in attività artistiche e circensi.
La periferia e la sua architettura inutilizzata è protagonista del bel film «The Floor All Around Me» dell’artista berlinese Susanne Bürner. Girato nel quartiere brutalista di Mériadeck a Bordeaux, il film ritrae danze di giovani che occupano spazi architettonici di transito sulle frequenze sonore ricavate dai rumori quotidiani dell’area. La coreografia trasforma il rigido isolamento di cemento in una materia pulsante e inclusiva.
La voce dei migranti a Barcellona passa per le canzoni di «I can only dance to one song» dell’artista interdisciplinare iraniano Arash Fayez che indaga qui la condizione di limbo e sradicamento vissuta dai parrucchieri, cassieri e passanti della comunità straniera del quartiere del Raval. Il film li ritrae mentre ballano o intonano brani scelti da loro nei luoghi di lavoro quotidiano. È un’opera che trasforma le geografie dell’esilio in un territorio intimo e condiviso.
SMAFF organizza la prima mondiale di «Futures Yard», del leggendario Lee Scratch Perry, pioniere del dub già vincitore di un Grammy nel 2003. Girato tra la Giamaica e la quiete svizzera di Einsiedeln, dove l’artista ha vissuto per trent’anni, il film attinge a un archivio sterminato e finora inedito di video privati e ritrae l’intimità dei suoi studi creativi montando canti e roghi sciamanici in collage visivi le cui stratificazioni sembrano influenzate da Jean-Michel Basquiat, anch'egli storicamente legato alla Svizzera.
Lo spazio domestico e claustrofobico di una famiglia britannico-ghanese è al centro di una coreografia straordinaria, a metà tra Pina Bausch e William Forsyte, che il regista australiano Daniel Gurton filma in «Spoken Movement Family Honour», traducendo in danza il rapporto conflittuale tra una figlia e un padre, in cui religione, tradizione e autorità confluiscono alla tavola dove si compie il rito quotidiano della cena.
Uno dei film più singolari di questa edizione appare nel quarto movimento, «Coreografia». È «Silvesterchläusen», del noto regista e artista visivo americano Andrew Norman Wilson; dedicato all’enigmatica tradizione che ogni Capodanno sopravvive nell’Appenzello svizzero e della quale si è perduta l’origine. I cappelli e le maschere scolpiti per un anno intero dai contadini vestono corpi che in costume suonano campanacci apotropaici passando da una casa all’altra. Con una regia lineare ma anche intrusiva Wilson ci fa toccare queste opere d’arte folkloristiche fino a farne emergere la dimensione arcaica e insieme inconscia.
A sera, il festival presenta il padre della nobile arte della musica per film. «Ennio» è il film che Giuseppe Tornatore costruisce commosso, e senza risparmiarsi, per ritrarre definitivamente Ennio Morricone. In due ore e mezza, veloci come il vento, l’autore di «Nuovo cinema Paradiso» (1988), offre un accesso privilegiato al mondo musicale, compositivo e cinematografico di un Mozart della musica per film (Quentin Tarantino), che ha sempre lottato, in primis con sé stesso, per riconoscere alla musica per il cinema lo statuto di musica colta. Ci è riuscito. Morricone è acclamato dai pubblici di ogni nazione nel mondo: persino i Metallica sono suoi fan. Sei nomination e due premi Oscar non lo hanno distratto da quella mania naturale che gli ha permesso di comporre cinquecento colonne sonore in una vita votata alla composizione e protetta dalla moglie, madre e prima ascoltatrice Maria Travia. Morricone ha dimostrato come la musica possa trasformare, o meglio «creare», il cinema: quello più audace, alto e popolare insieme, che vede la musica come protagonista e non come accompagnamento delle immagini.
Day 3. La politica della musica
Nel quinto movimento, «Politics of Music», Rabolli Pansera mette insieme opere nelle quali suono, voce e musica diventano inevitabilmente politici: dal «Televisore che piange» realizzato nel 1972 da Fabio Mauri alle anziane punk che cantano i Sex Pistols in «No Future» di Christoph Büchel, dalle emozioni soverchianti dei cittadini palestinesi in «Tomorrow: again di Mon Benyamin» alle identità queer nascenti e ricostruite nel bel «Father land» di Jonathan Horowitz sulla influenza culturale dei Village People nella società e nel costume americani.
Tra i lavori selezionati spicca «Dhikr» di Mengyun Han, che viaggia nei laboratori tessili uzbeki chiusi dai sovietici e tornati a produrre tappeti. I canti tradizionali e le preghiere delle lavoratrici hanno lasciato la parola al fragore industriale dei telai meccanici. Il film esalta il ritmo delle macchine evocando un cinema simile a quello di «Tempi moderni» (1936) di Chaplin o a «La classe operaia va in paradiso» (1971) di Elio Petri.
Ritmico è anche «La Bouche», il film realizzato dalla star colombiana Camilo Restrepo e ispirato al percussionista guineano Mohamed «Red Devil» Bangoura: un padre scopre che la figlia è stata assassinata dal marito e resta sospeso tra bisogno di consolazione e desiderio di vendetta. La tragedia viene raccontata come un musical, facendo della percussione il luogo stesso nel quale dolore e rabbia possono prendere forma.
Tra le opere filmiche più tecnologicamente avanzate e perturbanti appare «La Gola» di Diego Marcon, un melodramma epistolare tra Gianni, che minuziosamente descrive all’amata Rossana le portate di un banchetto raffinatissimo, e Rossana che elenca a Gianni i sintomi parossistici che inducono sua madre all’agonia e alla morte. A incarnarli sono manichini iperrealistici animati digitalmente. Il piacere e la morte, la gola come organo e come peccato, il cibo e il disfacimento del corpo procedono parallelamente senza mai realmente incontrarsi.
La sera, nella suggestiva cornice dello Scala Kino, lo schermo si accende su «Blitzed!» di Bruce Ashley e Michael Donald, un viaggio nella Londra dei primi anni Ottanta, tra le mura di quel Blitz Club dove una generazione intera fa della moda, della musica e della libertà di auto-rappresentazione una forma di vita assoluta. È l’epopea del New Romantic: tra quelle pareti muovono i primi passi gli Spandau Ballet e cresce un giovanissimo Boy George, insieme a future icone della sartoria e delle note. David Bowie visita il Blitz Club proprio per reclutare i Blitz Kids per il leggendario videoclip di «Ashes to Ashes» del 1980. È un microcosmo dall’estetica così radicale che persino Mick Jagger viene respinto alla porta perché giudicato non sufficientemente camp. Il suo fondatore Rusty Egan, mente e cuore di questo incubatore di rivoluzione culturale, guida il dj set che segue alla cerimonia di premiazione presso il Dracula’s Ghost Riders Club, un luogo leggendario di St. Moritz che ha accolto per proiezioni diurne di SMAFF.
Uno still dal film «Silvesterchlausen» di Andrew Norman Wilson
I premi
La giuria, composta dal collezionista Désiré Feuerle, dalla giornalista culturale Ewa Hess e dalla direttrice della George Economou Collection Skarlet Smatana, assegna il premio per il miglior film d’autore ex aequo a «Desire Lines» di Tommy Malekoff e «Silvesterchlausen» di Andrew Norman Wilson. Sono due lavori che osservano luoghi e comportamenti collettivi, facendone emergere, accanto alla dimensione fisica, quella più oscura e inconscia
Il Love at First Sight Award va invece a «Spoken Movement Family Honour» di Daniel Gurton.
Menzione speciale per «Recife tem um coração» di Rodrigo Sena.
Anche il premio racconta qualcosa dello spirito del festival. Il trofeo è infatti l’opera bronzea di Not Vital «Buatscha», che in romancio significa «sterco di mucca». La scultura introduce così nel sistema dei premi dell’arte contemporanea una salutare ironia e, insieme, un legame diretto con il territorio engadinese.
Day 4. Peter Greenaway, dalla A alla Z
La domenica di chiusura è dedicata a colui che dal cinema ha fatto videoarte e dalla pittura ha fatto cinema, in un circolo virtuoso dove la contaminazione di idee e tecnologie ha creato un mondo definibile soltanto con un nome proprio: Peter Greenaway.
A lui, nel 2017, la moglie, l’artista multimediale e regista Saskia Boddeke, dedica un ritratto per alfabeto, una delle ossessioni cataloganti di Peter, nel quale il dialogo con la figlia Pip ne espone le fragilità ma anche le idee più profonde.
SMAFF si conclude non prima di aver rivisto in versione restaurata l’iconico e aurorale «Il mistero dei giardini di Compton House (The Draughtsman’s Contract)», il film del 1982 che impose Greenaway internazionalmente. Grazie anche alle musiche di Michael Nyman, il film è già un grande esempio di un genere forse definibile come «cinema-composizione», in cui tutti gli elementi dell’immagine si combinano in una armonia che rende l'opera nettamente maggiore della semplice somma delle sue parti.
Forse proprio Greenaway permette di capire l’intento di Rabolli Pansera con questa edizione: non organizzare un festival dedicato alla musica nel film, ma usare la musica come metodo curatoriale per ri-pensare un certo cinema d’arte e d’artista.
La prossima edizione
Per annunciare il tema della sesta edizione SMAFF nel 2027, il direttore sceglie un frammento in cui Vladimir Horowitz esegue la «Träumerei» dalle «Kinderszenen» di Robert Schumann. Alla fine della Seconda guerra mondiale la radio sovietica trasmise questa composizione tedesca per segnare la fine dell’assedio di Leningrado: musica tedesca tra le rovine provocate dalla Germania nazista, poi affidata a un pianista ebreo nato in Russia. La musica offrì la possibilità di ricomporre, almeno simbolicamente, le contraddizioni della storia. Contraddizioni che non finiscono e che oggi ci interrogano. Per questo «Europa!» sarà il titolo della prossima edizione, annuncia Stefano Rabolli Pansera.
Un festival delle relazioni
Raccontare SMAFF soltanto attraverso i film significherebbe perderne una parte essenziale. La dimensione ridotta del festival produce qualcosa che i grandi appuntamenti internazionali inevitabilmente sacrificano: la possibilità di accorciare la distanza tra chi realizza le opere, chi le seleziona, chi le colleziona, chi ne scrive e chi semplicemente viene a vederle. È questa dimensione a spiegare il fascino di SMAFF. Non una piccola Biennale e neppure un festival cinematografico tradizionale trasferito sulle Alpi, ma un dispositivo temporaneo nel quale cinema e arte contemporanea vengono messi nelle condizioni di convivere.
Dietro il festival c’è del resto una struttura curatoriale significativamente internazionale. Accanto a Rabolli Pansera operano Adam Szymczyk, Leonardo Bigazzi e Paula Nascimento, mentre nell’Advisory Committee compaiono, tra gli altri, Tilda Swinton, John Waters, Pipilotti Rist, Anthony McCarten e Sam Keller.
Dopo cinque edizioni, SMAFF ha maturato una identità propria, offrendo uno spaccato autentico sul film d’artista contemporaneo, mostrando come oggi si stia orientando verso forme espressive più cinematografiche, pur custodendo intatta la propria libertà visiva e visionaria.
La locandina del film «Blitzed!» di Bruce Ashley e Michael Donald
Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Ancora animato da un’insaziabile «fame creativa», a 84 anni il regista britannico e artista che ha dichiarato morto il cinema, continua a dipingere, scrivere e, nonostante tutto, a fare film. Lo abbiamo incontrato durante la giornata conclusiva della manifestazione svizzera
Dalla stagione delle mostre Rosc alla scena contemporanea, Clíodhna Shaffrey racconta istituzioni, artisti, archivi e trasformazioni di una città che ha costruito la propria identità culturale tra memoria locale e apertura internazionale
Un’intervista a Claire Power, Head of Visual Arts dell’Arts Council, l’agenzia che ambisce a modellare il futuro delle arti visive in Irlanda: «Dobbiamo investire nelle infrastrutture. A Dublino il costo degli affitti è insostenibile per gli artisti»
Tra letteratura, musei, gallerie indipendenti e nuove politiche di sostegno agli artisti, Dublino ridefinisce il proprio ruolo nella scena culturale europea: una capitale in trasformazione, dove la tradizione gaelica incontra l’arte contemporanea e le sfide della città globale


