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Nicola Davide Angerame
Leggi i suoi articoliChe cosa significa emanciparsi: liberarsi dal mondo o imparare finalmente ad abitarlo? Alla 83ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia due film lontanissimi sembrano rispondersi proprio su questo terreno. «Weichen (Dust)» di Tsai Ming-liang e «The Pervert’s Guide to Utopias» di Sophie Fiennes, entrambi presentati in Venice Open-Fuori Concorso, mettono in scena due movimenti opposti della mente: uno la svuota, l’altro la sovraccarica. Tsai rallenta il pensiero fino quasi a sospenderlo; Slavoj Žižek lo accelera, lo moltiplica, lo getta contro cinema, politica, religione, sesso, capitalismo. Ma entrambi cercano una via d’uscita.
In «Dust», 80 minuti senza dialoghi, Lee Kang-sheng, attore-feticcio di Tsai fin dagli esordi e protagonista anche di «Vive l’amour», Leone d’oro nel 1994, torna a essere il Walker: il «monaco» vestito di rosso che dal 2012 attraversa con lentezza esasperata città e paesaggi del mondo, figura ispirata al monaco cinese Xuanzang. È l’undicesimo capitolo di un progetto che ha ormai portato Tsai definitivamente oltre il cinema, verso performance e arti visive: alla Biennale Arte 2026 è presente con «Sand», episodio precedente della stessa costellazione.
A San Sebastián il Walker impiega anche quaranta secondi per compiere un passo. Attraversa campi, musei, negozi, cantieri, piazze, spiagge, mentre tutto attorno continua a vivere secondo un’altra misura. Il suo saio rosso porpora diventa una macchia temporale. Più che camminare nello spazio, Lee sembra scavare nel tempo. E il cinema di Tsai tenta allora qualcosa di quasi impossibile: rendere visibile ciò che non si vede. Che cosa accade nella mente di quell’uomo: prega, medita o combatte? Quando procede davanti ai cavalloni che esplodono contro le mura della città, il mare sembra dare corpo alla «mente-scimmia», all’incessante produzione di pensieri, desideri, paure. Il monaco non li elimina: li lascia passare.
Žižek fa esattamente il contrario. Nei 133 minuti di «The Pervert’s Guide to Utopias», nuovo capitolo del lungo dialogo cinematografico con Sophie Fiennes, non lascia passare quasi nulla. Accumula. «Apocalypse Now» (1979), «V for Vendetta» (2005), «Blade Runner 2049» (1982), «The Handmaid’s Tale» (2017-25), «The Prestige» (2006), «Tarkovskij» (1972), «Melancholia» (2011), «L’anno scorso a Marienbad» (1961), «Jeanne Dielman» (1975), «Sullivan’s Travels» (1941): ogni immagine ne chiama un’altra e ogni film diventa una macchina filosofica per smontare ciò che crediamo di sapere.
Il bersaglio è l’utopia, o meglio la sua perversione. Le ideologie di cui avevamo annunciato la morte ritornano nelle forme del populismo, del fondamentalismo, del capitalismo tecnologico. Perfino l’utopia dell’emancipazione può diventare dispositivo di controllo. I replicanti di «Blade Runner 2049», perfettamente autocoscienti, non sono per questo più liberi; l’autocoscienza può persino servire ad accettare meglio il proprio destino. E le società che promettono ordine assoluto tendono a espellere proprio ciò che non possono controllare: il desiderio, la sessualità, il piacere.
«The Handmaid’s Tale» porta questa logica fino al paradosso: la sessualità sopravvive soltanto come funzione riproduttiva, il corpo femminile viene assorbito dall’utopia biopolitica. «Jeanne Dielman» mostra l’inverso: una vita regolata fino all’ossessione viene incrinata dall’irruzione di un orgasmo. Il piacere è anarchico perché introduce nel mondo qualcosa che non era previsto. Ogni utopia che pretenda di organizzare integralmente l’umano deve allora neutralizzarlo oppure reprimerlo. Ma il rimosso ritorna, e spesso ritorna con violenza.
È qui che i due film, apparentemente inconciliabili, si incontrano. Per Tsai l’emancipazione passa dalla liberazione della mente dal suo automatismo: rallentare, sospendere, sottrarsi alla dittatura della reazione continua. Per Žižek passa invece dalla liberazione dalle narrazioni che scambiamo per realtà: ideologie, fantasie politiche, promesse utopiche. Uno lavora per sottrazione, l’altro per proliferazione. Uno cerca il silenzio, l’altro non smette quasi mai di parlare. Ma entrambi diffidano di una coscienza che si crede già libera.
In una piazza porticata, Lee Kang-sheng immobile nel sole appare quasi come un primo motore immobile aristotelico: tutto gli scorre intorno e lui resta. Žižek, al contrario, sembra voler mettere in moto ogni cosa, persino il passato. E infatti una delle sue affermazioni finali contiene forse il vero punto d’incontro: non lottiamo soltanto per il nostro futuro, ma anche per il nostro passato.
L’emancipazione non è allora raggiungere finalmente l’utopia. È forse liberarsi anche dall’obbligo di averne una. Tsai lo fa mettendo un piede davanti all’altro fino a svuotare il mondo dal suo rumore; Žižek attraversando il rumore stesso fino a scoprirne le costruzioni ideologiche. Due strade opposte verso lo stesso problema: come sottrarre la mente a ciò che la possiede senza accorgersene. E magari restituirle, insieme alla libertà, anche il diritto al piacere.
Uno still dal film «The Pervert’s Guide to Utopias» di Sophie Fiennes
Nicola Davide Angerame
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