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Sophie Seydoux
Leggi i suoi articoliNei giorni in cui Venezia torna a essere il centro del sistema dell’arte globale con la Biennale, una parte significativa della produzione espositiva si sposta fuori dai luoghi istituzionali, occupando anche gli storici spazi alberghieri della città. L'hotel come piattaforma culturale. È in questo contesto che si inserisce Komorebi, il progetto presentato dal The St. Regis Venice sul Canal Grande. Curato da Marta Cereda e sviluppato con Artelier Art Consultancy, il progetto ridefinisce lo spazio dell’hospitality come ambiente percettivo, in cui l’esperienza si sviluppa attraverso variazioni minime e continui slittamenti di senso.
La mostra costruisce un percorso che attraversa il piano terra dell’edificio come una sequenza di soglie, in cui luce, materia e architettura si riconfigurano continuamente. Il titolo richiama un termine giapponese che descrive la luce filtrata tra le foglie. Una scelta che si inserisce in modo coerente nel clima della Biennale, il cui impianto curatoriale privilegia registri bassi, variazioni sottili, percezioni minime. Komorebi traduce questa impostazione in una dimensione spaziale diffusa, dove l’esperienza si costruisce per accumulo di micro-eventi visivi.
Il percorso espositivo si articola attraverso interventi puntuali che dialogano con l’architettura stratificata dell’hotel e con la specificità veneziana. Le superfici di Marco De Sanctis, realizzate in bronzo, rame e cianotipia, introducono una dimensione materica densa, segnata da processi chimici e manuali. Le opere si presentano come frammenti sospesi tra passato e trasformazione, in cui la materia stessa diventa veicolo di memoria. Accanto, Nina Carini costruisce un ambiente scultoreo che nasce da un’osservazione ravvicinata della laguna. Bronzo, vetro e alluminio si organizzano in forme che suggeriscono una crescita organica, generando ombre mobili che alterano la percezione dello spazio. L’installazione agisce in modo discreto, ma continuo, riorientando lo sguardo.
Negli spazi del bar, la presenza di Joan Jonas introduce un registro più intimo. I suoi disegni, intesi come tracce di gesto e memoria, operano per sottrazione, mettendo in relazione corpo, tempo e immagine. È una presenza che stabilizza il percorso, riportandolo a una dimensione essenziale. La pittura di Jure Kastelic si colloca invece in una zona intermedia tra figurazione e dissolvenza. Le sue immagini emergono da campi di luce stratificata, come fotogrammi isolati da una narrazione più ampia. La sospensione è il loro elemento costitutivo. Con Gaia De Megni, l’oggetto entra in scena come residuo. I guantoni da boxe ornati di campanelli, fotografati come natura morta, perdono la loro funzione e si trasformano in traccia di un’azione possibile ma non verificabile. La superficie riflettente amplifica la luce, rendendo l’immagine un punto di condensazione visiva.
Il percorso si apre infine verso l’esterno con gli interventi di Marinella Senatore, distribuiti lungo più ambienti e culminanti in una luminaria affacciata sul Canal Grande. Le sue opere, basate su testo e luce, costruiscono un sistema di segnali che connette l’interno con la città, trasformando la facciata in un dispositivo visivo attivo. Elemento strutturale del progetto è il dialogo con il vetro di Murano, realizzato in collaborazione con Berengo Studio. Non come semplice citazione locale, ma come materiale che partecipa alla costruzione della luce, rafforzando il legame con il contesto veneziano. Komorebi si colloca così in una linea sempre più evidente nel sistema dell’arte contemporanea: l’espansione dei luoghi espositivi oltre le istituzioni tradizionali. Hotel, fondazioni private, spazi ibridi diventano piattaforme operative, capaci di produrre contenuti e intercettare un pubblico trasversale.
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Sophie Seydoux
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