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Renzo Piano

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Renzo Piano

La formula di Renzo Piano per costruire il perfetto castello di sabbia

Un vademecum più serio di quel che si potrebbe pensare

Riccardo Deni

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Per un bambino cresciuto sulla spiaggia di Pegli, nell’immediato dopoguerra, il litorale era principalmente un luogo di svago. Ma se il bambino in questione era Renzo Piano, forse lo svago andava già a incrociare la prospettiva futura che l'avrebbe visto diventare uno degli architetti più importanti della sua epoca. Tanto che è lì, racconta Piano, che prende forma uno dei suoi primi ricordi felici: giocare con la sabbia umida prefigurandosi idealmente i cantieri di domani.

Molto prima di firmare opere imponenti in tutto il mondo, il celebre architetto genovese ha raccontato di aver sviluppato il suo metodo di lavoro partendo proprio dai castelli di sabbia. Un'arte effimera che Piano non ha mai smesso di considerare fondamentale, tanto da aver racchiuso in quattro regole essenziali le istruzioni per la loro perfetta esecuzione.

Il punto di partenza è un bagaglio di profondo pragmatismo: edificare sulla battigia significa accettare l'impermanenza dell'opera, destinata a essere spazzata via dal mare. L'osservazione dell'ambiente diventa quindi la prima vera fase del progetto. Bisogna studiare l'andamento delle onde per individuare il punto esatto in cui posizionarsi, né troppo vicini all'acqua per evitare un crollo immediato, né troppo lontani, dove la materia prima risulterebbe inadatta.

L'esecuzione richiede gesti semplici e precisi. Le mani scavano un fossato circolare, largo circa 45 centimetri e profondo una trentina, recuperando la sabbia umida per accumularla al centro. Si sagoma così una montagnola alta una sessantina di centimetri, con pareti che dovrebbero mantenere un'inclinazione ideale di 45 gradi.

A questo punto si passa alla fase cruciale, che Piano definisce quasi «magica»: la creazione di un varco nel canale periferico. Aprire una breccia consente alla marea di fluire all'interno della struttura, trasformando lo scavo in un vero fossato allagato. L'obiettivo è cogliere quell'istante preciso in cui l'acqua entra ed esce, un equilibrio dinamico che, se la posizione è stata calcolata con cura, può durare anche un quarto d'ora. Per completare l'opera basta piantare sulla sommità un piccolo segnale, un rametto o una bandiera, utile a renderla visibile ai passanti. Poi occorre allontanarsi, senza voltarvi indietro a guardare la distruzione.

L'atto di misurare lo spazio e dialogare con gli elementi naturali è un filo rosso che unisce le sculture di sabbia dell'infanzia ai più complessi cantieri internazionali gestiti dallo studio RPBW. Per Piano, misurare rappresenta da sempre un gesto primario di conoscenza e comprensione del mondo. Che si tratti di tracciare un perimetro sulla battigia o di definire i volumi del Beaubourg a Parigi, la filosofia resta la medesima: ascoltare il terreno, calcolare le pendenze e trasformare un'azione costruttiva in un momento di armonia e presenza.

La sequenza di Renzo Piano nell'illustrazione di Son of Alan

Riccardo Deni, 30 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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