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Riccardo Deni
Leggi i suoi articoliAlla quinta edizione, in programma dal 2 al 5 settembre al COEX di Gangnam, Frieze Seoul non ha più bisogno di dimostrare che la capitale è un centro del mercato asiatico: lo dà per acquisito. Più di 125 gallerie da 30 Paesi, oltre il 70 per cento provenienti dall'area Asia-Pacifico e più di cinquanta espositori con uno spazio permanente in città sono numeri che descrivono una presenza ormai strutturale.
La novità dell'edizione 2026 è dunque altrove e sta già nel titolo scelto da Frieze: Beyond the Canon. È una formula che potrebbe facilmente ridursi a una dichiarazione di circostanza (oggi tutte le fiere, i musei e le biennali sembrano voler «riscrivere il canone») ma a Seul assume una consistenza più precisa. Il programma costruisce questa idea non attraverso una sola mostra tematica bensì mettendo in relazione tre sezioni curate da tre figure diverse: Spotlight, affidata a Wonseok Koh; Material Practice, curata da Hyeyoung Cho; e Focus, per la prima volta ampliata oltre l'Asia sotto la consulenza di Seolhui Lee.
È una differenza importante. Frieze prova a cambiare la domanda stessa che una fiera d'arte può porre: quali storie dell'arte siano state raccontate, quali siano rimaste ai margini e attraverso quali materiali, corpi e geografie possano essere nuovamente lette.
La sezione più esplicita in questo senso è Spotlight, introdotta per la prima volta a Seoul. Quindici artisti del XX secolo - con una particolare attenzione alla produzione tra il 1950 e il 1990 - vengono presentati in altrettante prospettive monografiche, mettendo in primo piano figure sottorappresentate nella storia dell'arte dominante. Ci sono Han Youngsoo, che attraverso la fotografia restituisce una Seoul del dopoguerra lontana tanto dalla retorica della devastazione quanto da quella della modernizzazione trionfale; Suk Ran Hi, la cui lunga ricerca astratta permette di guardare alla pittura coreana del dopoguerra al di là della narrazione ormai consolidata del Dansaekhwa; Hoon Kwak, con una pratica in cui rituale, memoria e astrazione si sovrappongono; e Gyutae Hwang, che attraversa sei decenni di fotografia sperimentale, dalla Seoul del dopoguerra fino alle astrazioni dell'era digitale.
Ma accanto a loro compaiono Po Po, artista birmano le cui opere concettuali realizzate tra il 1986 e il 1990 comprendono lavori mai esposti prima, Reba Hore, figura del modernismo sudasiatico postbellico, il nepalese Lain Singh Bangdel, e il giapponese Nobuo Sekine, centrale per la storia di Mono-ha. Completano il quadro figure europee come Karl Otto Götz e Djordje Ivačković. Il punto non è costruire un «canone asiatico» alternativo ma mostrare quanto il racconto del XX secolo si complichi quando lo si osserva da Seoul, Tokyo, Yangon, Kathmandu o Belgrado. La manifestazione sembra riconoscere che il mercato è ormai uno dei luoghi in cui si decide quali artisti saranno nuovamente guardati, collezionati, studiati e istituzionalizzati.
I grandi nomi della sezione principale Galleries rendono questa evidenza. Damien Hirst arriva da Gagosian con una presentazione personale che attraversa «Pill Cabinets», «Spin Paintings», «Spot Paintings» e «Treasures»; Hauser & Wirth mette in relazione Jenny Holzer, Louise Bourgeois, Lee Lozano e Glenn Ligon, la cui prima personale coreana coincide con la fiera; Pace accosta Yoo Youngkuk, James Turrell e Anicka Yi. White Cube porta Park Seo-Bo insieme a Marguerite Humeau e Marina Rheingantz; Lehmann Maupin dedica una sezione a Do Ho Suh; Johyun Gallery presenta Lee Bae.
Sono presenze che appartengono alla grammatica ormai familiare delle grandi fiere internazionali ma che a Seoul, vengono inserite in un contesto diverso: molte di queste presentazioni coincidono con importanti mostre istituzionali in città e in Corea. Koo Jeong A arriva al PKM Gallery mentre prepara la sua personale al Leeum; Do Ho Suh è presente in fiera mentre il MMCA gli dedica una grande mostra; Yoo Youngkuk è accompagnato dalla sua retrospettiva al Seoul Museum of Art; Lee Bae arriva da Johyun Gallery mentre una sua mostra si svolge al Museum SAN. La fiera, insomma, non cerca più soltanto di portare il visitatore dentro il COEX: gli offre una ragione per uscirne.
Mennour, Frieze Seoul 2025. Photo by WeCap Studio. Courtesy of Frieze
Durante la Frieze Week, infatti, mostre, performance ed eventi coinvolgeranno istituzioni come Leeum Museum, SONGEUN Art and Cultural Foundation e Art Sonje Center, mentre Neighborhood Nights attraverserà Euljiro, Hannam, Cheongdam e Samcheong. Frieze LIVE, Frieze Film e Frieze Music allargano ulteriormente il perimetro.
Se Spotlight mette in discussione la storia, Material Practice mette in discussione le categorie. È forse la novità più delicata dell'edizione perché affronta un terreno in cui Seul possiede una specificità culturale evidente. La sezione, curata da Hyeyoung Cho, prova a considerare ceramica, tessile, vetro, metallo, legno e hanji non come appendici decorative dell'arte contemporanea ma come linguaggi capaci di produrre forme, idee e persino nuove economie del collezionismo. Un'installazione della Arumjigi Culture Keepers Foundation rilegge l'architettura del hanok attraverso un sarangbang realizzato con hanji e opere di Kwon Dae-sup, Lee Hun-chung, Inchin Lee e del maestro del bambù Cho Dae-yong. Altrove, Park Miwha utilizza ceramiche, materiali naturali e materiali di scarto per ragionare sulla possibilità di una rigenerazione dopo la scomparsa. Jongjin Park e Dahye Jeong, entrambi vincitori del LOEWE Foundation Craft Prize, mostrano come una pratica radicata in tecniche tradizionali possa diventare ricerca scultorea contemporanea: Jeong lavora con la tessitura del crine di cavallo, Park trasforma la carta rivestita di porcellana in forme tridimensionali. Qua va in scena il tentativo di mettere in crisi la gerarchia che per decenni ha separato «arte» e «artigianato», e di farlo proprio in un momento in cui il collezionismo internazionale guarda con crescente attenzione alle pratiche materiali.
Anche Focus cambia natura. Per la prima volta la sezione dedicata alle gallerie emergenti supera i confini asiatici e diventa una piattaforma globale per realtà fondate dal 2014 in poi, con sedici presentazioni personali concepite appositamente per la fiera. Qui le proposte sono spesso più sperimentali e, non a caso, più difficili da ricondurre alla tradizionale logica dello stand. Gabriel Massan costruisce un ecosistema immersivo in cui gameplay e scultura interrogano la trasformazione dei corpi e dei territori; dpgp78 dispone circa cinquecento dipinti realizzati con blocchi di spugna in una struttura che trasforma l'acquisto stesso in una performance; Yongjae Lee ricostruisce fotografie storiche, usando le lacune dell'archivio non come problemi da colmare ma come spazi per inventare altre storie. È una generazione di artisti che sembra interessata meno alla produzione dell'oggetto autonomo che alle condizioni che lo rendono visibile: l'archivio, il gioco, la memoria, il display, il corpo, la tecnologia, la partecipazione.
E poi c'è un'altra trasformazione, meno appariscente ma forse destinata a durare più a lungo della fiera stessa. Nel 2027 frieze magazine lancerà una pubblicazione trimestrale in lingua coreana, Frieze Korea, dedicata ad artisti affermati ed emergenti, con profili, interviste e recensioni. Un numero campione sarà distribuito già durante l'edizione 2026. È un passaggio strategico: dopo aver costruito una piattaforma commerciale a Seul, Frieze si prepara a costruirne anche una editoriale. Una rivista in lingua locale implica permanenza, un investimento nel lessico, nella critica e nella produzione di contesto.
Diamo un'occhiata a Frieze House Seoul, lo spazio permanente della fiera per il dialogo internazionale: Paula Cooper Gallery presenterà «WOODS LANDS MEADOWS», con quattordici artisti dalla neoavanguardia americana del dopoguerra a oggi, mentre Yumekoubou Gallery porterà una monumentale installazione di Tanabe Chikuunsai IV composta da circa settemila listelli di bambù, concepita come una sorta di foresta di luce e ombra. Due mostre molto diverse, ma accomunate dall'idea di paesaggio come memoria, rete, materia e ambiente.
Kaikai Kiki Gallery, Frieze Seoul 2025. Photo by WeCap Studio. Courtesy of Frieze
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