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Il Museum of Fine Arts di Boston

Alex Feldstein / Wikimedia Commons

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Il Museum of Fine Arts di Boston

Alex Feldstein / Wikimedia Commons

La crisi dei musei americani: il Museum of Fine Arts di Boston licenzia 33 dipendenti

L'istituzione bostoniana ha annunciato un taglio del 6,3% del personale, motivandolo con «un crescente deficit strutturale». La decisione ha suscitato un’ondata di polemiche perché i tagli colpiscono principalmente curatori dei dipartimenti di Arte Islamica, Arte Nativa Americana e Arte Cinese, oltre a responsabili dell'istruzione, dell'impegno comunitario, dell'equità e dell'inclusione, lavoratori appartenenti a minoranze etniche e iscritti ai sindacati

«Al fine di affrontare il crescente deficit strutturale e offrire migliori servizi al nostro pubblico, stiamo adottando un piano globale per riorganizzare la nostra struttura e creare un modello finanziario sostenibile. Tale piano prevede purtroppo la dolorosa ma necessaria riduzione del personale, che comporterà il taglio del 6,3% dei dipendenti attivi. La dirigenza ha preso questa decisione solo dopo un'attenta valutazione e un'approfondita analisi. È un momento triste per il Mfa, che affrontiamo con grande rammarico. Siamo profondamente grati al personale in uscita per il suo impegno pluriennale e i numerosi contributi». 

Con questa nota pubblicata online il 28 gennaio il Museum of Fine Arts di Boston ha comunicato il licenziamento di 33 dipendenti (a tanto corrisponde infatti il 6,3% indicato nel testo) dei 520 attualmente impiegati nel museo statunitense, fondato nel 1870 e con un patrimonio di oltre 450mila opere. I licenziamenti, che dovrebbero contribuire a ripianare un deficit operativo di 13 milioni di dollari, hanno effetto dal 30 gennaio. Sedici dei lavoratori lasciati a casa erano iscritti a un sindacato. Lo United Auto Workers Local 2110 (Uaw), che rappresenta molti di loro, ha affermato che il preavviso è stato dato con un solo giorno di anticipo, via mail. «Il sindacato ha saputo dei licenziamenti al Mfa solo ieri in tarda giornata, si legge in un post su Instagram. Il museo ci ha appena comunicato quali membri del nostro sindacato sono  inclusi nella lista dei licenziamenti. Abbiamo chiesto al museo di fornire informazioni dettagliate sulle misure che avrebbero potuto essere adottate per evitare questo drastico provvedimento. Auspichiamo di incontrare il museo per aprire una trattativa volta a evitare i licenziamenti e mantenere la diversità sul posto di lavoro che è il punto di forza della nostra istituzione».

La decisione ha sollevato dubbi sulla reale adesione del Mfa ai valori di diversità, equità e inclusione (Dei). Tra le posizioni eliminate, come riporta la Boston Art Review, figurano infatti curatori di dipartimenti di Arte Islamica, Arte Nativa Americana e Arte Cinese, oltre a figure dei dipartimenti responsabili dell'istruzione, dell'impegno comunitario, dell'equità e dell'inclusione. Tra i lavoratori licenziati molti appartengono a minoranze etniche (Bipoc-Neri, Indigeni e Persone di Colore). Il sindacato MfaUnion ha denunciato una grave mancanza di trasparenza, sottolineando come la dirigenza abbia sfruttato le lacune del diritto del lavoro statunitense per evitare una vera contrattazione. 

«In futuro sarà messa in atto una nuova struttura organizzativa che metterà al centro l'esperienza dei visitatori e il coinvolgimento della comunità, garantirà la cura della nostra collezione e massimizzerà l'efficienza in tutto il museo, prosegue il Museum of Fine Arts nella nota del 28 gennaio. I cambiamenti includono una nuova divisione che riunisce praticamente tutto il personale a contatto con i visitatori e dà priorità all'esperienza del pubblico, insieme a una nuova attenzione alla strategia istituzionale. Queste iniziative contribuiranno a mettere il Mfa sulla strada giusta per diventare un'istituzione più stabile e resiliente, in grado di adempiere meglio alla nostra missione».

Si tratta della seconda ondata di licenziamenti al Mfa in sei anni. La prima risale al 2020, al culmine della pandemia di Covid-19, quando 56 dipendenti erano andati in pensione anticipata e altri 57 erano stati licenziati. Se  l'allora direttore Matthew Teitelbaum aveva affrontato la crisi riducendosi lo stipendio del 30%, il suo successore, Pierre Terjanian, in carica da aprile 2025, non ha annunciato alcun taglio ai propri compensi (superiori al milione di dollari).  L’eliminazione di ruoli  con una propria dotazione di fondi, sottolinea ancora la Boston Art Review, aggiunge ulteriore incertezza legale e morale, erodendo la fiducia dei donatori e della comunità di Boston. Le reazioni non si sono fatte attendere. Una petizione online e una lettera aperta dei docenti del MassArt chiedono già il reintegro del personale, accusando l'istituzione di smantellare i progressi fatti nella rappresentazione culturale.

Sono diversi i musei statunitensi che hanno effettuato massicci licenziamenti negli ultimi sei anni, soprattutto al culmine delle chiusure dovute alla pandemia, ma anche più di recente, a causa dell’aumento dei costi operativi e della diminuzione dei finanziamenti alle arti. Un rapporto dello scorso anno dell'American Alliance of Museums ha rilevato che oltre il 50% dei musei statunitensi registrava ancora un numero di visitatori inferiore rispetto al 2019. Nel 2025 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York ha licenziato venti dipendenti e il Brooklyn Museum ha introdotto una misura simile, motivandola con un calo delle entrate: i licenziamenti sono infine stati sospesi a seguito delle pressioni esercitate dall’Uaw.

 

 

Daria Berro, 02 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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