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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliPrevista per il prossimo 22 settembre, la quinta edizione di Vogue World consolida una traiettoria espositiva chiara declinando la rappresentazione della moda secondo i meccanismi tipici delle arti performative e dell’installazione monumentale. Dopo le tappe di New York, Londra, Parigi e Los Angeles, la manifestazione sceglie come teatro dell’evento la Galleria Vittorio Emanuele II di Milano. La scelta della sede va oltre alla pura esigenza scenografica e prova ad attivare una riflessione sulla spazialità pubblica milanese. Il “Salotto di Milano”, storicamente cerniera tra la produzione industriale e l’istituzione lirica del Teatro alla Scala, viene riconfigurato come mezzo espositivo a cielo aperto destinato ad indagare le trasformazioni della competenza contemporanea.
Sotto la direzione editoriale di Anna Wintour e Francesca Ragazzi (caporedattrice di Vogue Italia), la struttura drammaturgica si avvale di una direzione artistica eterogenea con la concezione visiva, lo styling e la curatela teorica e museologica. L’impianto narrativo si articola attraverso atti tematici concepiti per mostrare l’evoluzione delle tecniche tessili e sartoriali, mettendo a confronto l’eredità dei broccati rinascimentali con la lavorazione industriale della lana. La produzione esecutiva trasforma l’architettura in ferro e vetro della Galleria in un palcoscenico dinamico. L’operazione vede la convergenza delle principali maison del settore insieme alle maestranze locali e alle istituzioni cittadine. Si articola un modello di restituzione pubblica che include un programma di contribuzione filantropica destinato a progetti sociali e culturali coordinati con il Comune di Milano.
Il nucleo concettuale dell’edizione milanese risiede nella complessa relazione tra l’atto manuale e l’automazione algoritmica. Questa tensione viene anticipata da un progetto visivo in sei parti diretto dal regista Bardia Zeinali, con protagonista la modella Vittoria Ceretti. Attraverso l'iconografia del simulacro (la figura cibernetica di "Vittoria.ai", chiaramente ispirata alle suggestioni cinematografiche del cinema di fantascienza contemporaneo) il lavoro di Zeinali analizza il confine tra l’esecutività sintetica e l’intenzione artistica. La narrazione visiva, sviluppata con il contributo della componente umana e di quella dell'intelligenza artificiale, pone al pubblico degli interrogativi di carattere ontologico sul processo creativo. Il primo punto di riflessione è la natura dell’errore e della memoria con la rappresentazione di scenari surrealisti. Lo scopo è quello di mettere in evidenzia i limiti della macchina nel replicare l'esperienza vissuta con un’entità robotica che esegue un’aria lirica o la svelatura di una ruota lignea squadrata.
Il secondo, invece, indaga la velocità del montaggio e l'intenzione. Il lavoro di post-produzione sottolinea come l’abbattimento dei tempi di esecuzione tecnica non sostituisca la necessità della sensibilità critica e della scelta formale; requisiti esclusivi dell’agire umano. L’evento milanese si propone come una verifica sul campo del valore tangibile della materia di fronte alla smaterializzazione digitale. Se la tecnologia assume il ruolo di amplificatore comunicativo e strumento di archiviazione, la pratica artigianale rivendica la propria insostituibile corporeità. Nella cornice della Galleria, la sfilata cambia il format commerciale per strutturarsi come rito collettivo. Restituisce quindi una sequenza in cui la storia materiale dell’abito e la ricerca sull’innovazione convergono, confermando come la moda continui a configurarsi quale indicatore fondamentale della cultura visiva e sociale.
Gioia Meli
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