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Da sinistra: vecchie carte telefoniche e pellicole VHS che hanno dominato il mercato dell’home video negli anni ’80-90

© Elisa Giordano

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Da sinistra: vecchie carte telefoniche e pellicole VHS che hanno dominato il mercato dell’home video negli anni ’80-90

© Elisa Giordano

Il valore del collezionismo: «Una raccolta evolve con le persone che la abitano»

Dalle VHS ai vinili, dalle carte telefoniche alle opere d’arte: a Torino, durante Artissima, la designer e collezionista Elisa Giordano racconta il legame con gli oggetti, il loro rapporto con il tempo e le ragioni che li rendono insostituibili

Che cosa merita di essere conservato, e chi ne stabilisce il valore? Accanto alle grandi collezioni d’arte esistono raccolte di oggetti comuni, dalle carte telefoniche alle videocassette, sottratti all’obsolescenza e trasformati in testimonianze di un’epoca. Georges Perec invitava a «interrogare l’abituale», mentre Jean Baudrillard, nel Sistema degli oggetti (1968), distingueva l’uso dal possesso. Krzysztof Pomian ha definito «semiofori» gli oggetti capaci di rimandare a una realtà invisibile; James Clifford ha invece indagato il collezionismo come pratica di affermazione dell’identità e delle gerarchie culturali. Una riflessione che incontra il tema dell’edizione 2026 della fiera torinese Artissima. Il titolo «Fancy: A Flexible, Acrobatic Body», ispirato alla filosofa Martha C. Nussbaum (1947), richiama la capacità dell’immaginazione di percorrere differenze e stabilire connessioni inattese, una disposizione familiare anche a chi colleziona. Proprio a Torino abbiamo incontrato Elisa Giordano, imprenditrice e designer, due lauree, di cui una in Ingegneria del Cinema e dei Mezzi di Comunicazione e fondatrice del marchio Irreplaceable. Giordano fa parte del Comitato di Gestione del Museo Nazionale del Cinema, è stata nel cda di Film Commission Torino Piemonte, ha tenuto lectio magistralis allo IED sui rapporti tra moda, cinema e imprenditorialità e collabora come editorialista. Colleziona fin da bambina: VHS, carte telefoniche e vinili sono stati gli oggetti delle sue prime raccolte, prima di arrivare alle opere d’arte.

Lei viene da una famiglia in cui si collezionava? Chi le ha insegnato a guardare?
Credo che l’istinto di collezionare sia nato in me molto presto, ancora prima di capire cosa significasse davvero. Da bambina collezionavo film in VHS, carte telefoniche, dischi in vinile che poi sono diventati cd. Mi piaceva cercare, trovare, mettere insieme, completare. E sono raccolte che, in forme diverse, ho ancora. Poi c’è certamente una componente familiare. Mio padre amava collezionare e negli ultimi anni della sua vita questa passione era diventata un’occasione per stare insieme e confrontarci. Suonava inoltre molto bene il pianoforte. Mia nonna era pittrice e appassionata d’arte, il fratello di mio nonno era musicista. Anche mio marito suona il pianoforte. Quindi non saprei dire chi mi abbia insegnato a guardare. Credo di averlo imparato quasi per osmosi, anche grazie a mia madre, crescendo in un ambiente in cui arte, musica e sensibilità per gli oggetti facevano parte della vita senza bisogno di essere dichiarate. Con il tempo quello sguardo si è poi spostato e ampliato: il cinema, la moda, l’arte. Ma il meccanismo profondo è rimasto lo stesso.

Se dovesse descrivere la sua collezione senza nominare artisti o categorie, cosa direbbe?
Direi che è una raccolta costruita per stratificazioni più che secondo appartenenze. Non ho mai cercato una coerenza cronologica, né tantomeno una collezione che potesse essere letta come una «dimostrazione». Mi interessa una coerenza più sottile, quella della sensibilità, della visione. Sono attratta dalle opere che possiedono una presenza molto netta ma che, allo stesso tempo, lasciano qualcosa in sospeso. Mi interessano la figura, il segno, la materia, l’immagine ma soprattutto quei lavori che non si lasciano esaurire in una prima lettura. Nel tempo mi sono resa conto che una collezione assomiglia molto a un montaggio. Il significato non risiede soltanto nelle singole opere ma anche nelle relazioni che si creano tra loro. Due lavori apparentemente lontani, messi uno accanto all’altro, possono improvvisamente produrre un terzo significato.

Nella sua biografia convivono formazione scientifica, moda, cinema e arte. Quando sceglie un’opera quale anima prevale?
Non credo che ne prevalga davvero una. Probabilmente il mio modo di guardare nasce proprio dalla sovrapposizione di tutte queste esperienze. Credo prevalga quindi una sorta di istinto. La formazione scientifica mi ha lasciato un’attenzione alla struttura, alla proporzione, all’equilibrio e anche al rigore. La moda mi ha insegnato quanto possano essere decisivi la materia, la superficie, il dettaglio e la combinazione. Il cinema ha avuto un’influenza forse ancora più profonda: mi ha insegnato che un’immagine non coincide mai soltanto con ciò che mostra. Esiste sempre un prima, un dopo e soprattutto un fuori campo. Quando guardo un’opera, tutto questo entra in gioco quasi inconsapevolmente. Mi interessa molto quando un lavoro riesce a tenere insieme rigore e ambiguità: quando è formalmente preciso ma lascia aperto qualcosa che non riesco a definire completamente. Ed è generalmente lì che nasce il desiderio di soffermarsi ancora.

Valentina Casacchia, 29 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Valentina Casacchia

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