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Dettaglio dell'intervento pittorico di Claire Tabouret

©Jérôme Galland

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Dettaglio dell'intervento pittorico di Claire Tabouret

©Jérôme Galland

Fabrègues: l’arte di abitare il tempo

Nell’Haut-Var, nel castello provenzale di Pierre Yovanovitch, architettura, design e arte contemporanea dialogano con il paesaggio in un progetto in continua evoluzione

Valentina Casacchia

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Per arrivare a Fabrègues bisogna lasciarsi alle spalle la costa e risalire l'entroterra, oltre Aups, ai piedi meridionali delle Alpi. Le strade si divincolano tra villaggi minuscoli e antiche proprietà agricole, in un paesaggio che sembra scorrere a ritroso nel tempo; poi, dietro una curva, il castello appare all'improvviso, incastonato nella vegetazione. Costruito all'inizio del XVII secolo dalla famiglia da cui prende il nome, l'edificio è scandito da quattro torri rotonde coronate da tegole smaltate che simboleggiano le stagioni, aggiunte due secoli più tardi; più in basso, all'ombra di grandi castagni, sorge una cappella le cui origini risalgono al X secolo. Completano l'insieme le dipendenze rurali ottocentesche e l'ampia terrazza sostenuta da un possente muro di contenimento, affacciata sulla valle. Un impianto tipicamente provenzale, austero e luminoso, dove la semplicità dei volumi è temperata da un'innata bizzarria. Appartenuto alla stessa famiglia fin dal XII secolo e rimasto a lungo in stato di abbandono, il castello passa nel 2009 a Pierre Yovanovitch, primo estraneo a diventarne proprietario.

Yovanovitch (Nizza, 1965), figlio di un industriale di origini serbe e di madre francese cresciuta in Algeria, arriva al progetto dopo un percorso singolare. Senza cimeli di famiglia alle spalle, racconta di aver maturato presto il desiderio di costruirsi «uno spazio e un'eredità propri»; studia pianoforte al conservatorio di Nizza e a vent'anni, a un recital di Jessye Norman (1945-2019) alla Salle Pleyel, scopre l'opera lirica, che resterà una fonte d'ispirazione costante, fino alle scenografie firmate per il «Rigoletto» dell'Opera di Basilea (2023) e per «Le nozze di Figaro» della National Opera of Korea a Seoul. Dopo gli studi di economia a Parigi incontra Pierre Cardin (1922-2020), che lo prende con sé: otto anni nella moda maschile, una scuola di forme e proporzioni. Nel 2001 fonda a Parigi il proprio studio di architettura d'interni, oggi affiancato da una sede newyorkese; nel 2021 nasce la linea di arredi Pierre Yovanovitch Mobilier, dichiaratamente ispirata alle radici provenzali, e nel 2024 il gruppo acquisisce, con Ecart International — la casa editrice di arredi fondata da Andrée Putman (1925-2010), la storica manifattura francese d'Argentat.

 

Il Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

Scorci del Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

Del castello si innamora al primo sguardo: la grande loggia spalancata sull'orizzonte, la quiete assoluta, la sensazione immediata di essere a casa. Il restauro dura quasi cinque anni ed è condotto con artigiani d'eccezione per riportare in vita l'edificio; il giardino originario, ormai scomparso, è ridisegnato dal paesaggista Louis Benech (Parigi, 1957). L'intenzione — modernizzare senza imitare il passato — diventa qui un manifesto personale. Gli interni sono ricondotti all'essenziale, con materiali autentici e una luce calibrata che esalta la nudità della pietra; il giardino di Benech, bordato dal bosco, ridà alla tenuta la sua misura, tra filari, terrazze e prati dove circolano liberamente i cani, qualche gallina e un paio di asini. Fabrègues, dice, è l'espressione piena e compiuta del suo gusto, il progetto di una vita in continua evoluzione. In un'altra esistenza, confessa, avrebbe voluto fare il botanico, e nel parco torna a radicarsi tra un viaggio e l'altro.

È qui che il discorso si sposta sul collezionismo, che a Fabrègues assume la forma della commissione in situ. Fin dal 2009 Yovanovitch ha immaginato la tenuta come una piattaforma per opere pensate per il luogo: gli artisti sono ospitati nella dimora e il lavoro nasce dal dialogo con l'ambiente, in quella che lui stesso definisce una «collaborazione silenziosa». Le opere, osserva, finiscono per interagire tra loro e con il paesaggio, fino a costituire il cuore stesso della proprietà; agli artisti lascia di norma carta bianca, convinto che, da spiriti sensibili, reagiscano con forza al contesto e a chi lo abita. «L'arte dà a uno spazio la sua anima», ripete. Non è un vezzo da padrone di casa: i suoi primi clienti erano collezionisti, e l'arte contemporanea, «radicale, controversa, densa di significato», è per lui una componente strutturale di ogni progetto, come dimostrano le collaborazioni con Tadashi Kawamata (Mikasa, 1953), Daniel Buren (Boulogne-Billancourt, 1938), Johan Creten (Sint-Truiden, 1963), Giulia Andreani (Venezia, 1985) o Francesco Clemente (Napoli, 1952) disseminate nei suoi cantieri.

 

 

Scorci del Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

Una delle opere presenti al Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

L'episodio più noto è la cappella. Nel 2017 Yovanovitch invita Claire Tabouret (Pertuis, 1981), pittrice notata da François Pinault (Les Champs-Géraux, 1936) nel 2013 e da allora in piena ascesa, a realizzare un intervento pittorico immersivo nell'edificio abbandonato. Il risultato — una folla di bambini in costume che sembrano osservarci da un'altra riva, sospesi tra mondi — restituisce alla cappella la vocazione originaria di luogo di raccoglimento: poche panche di legno, il silenzio, la pittura. Con il senno di poi, quella commissione appare quasi profetica. L'artista, che vive e lavora a Los Angeles, è passata dal Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia del 2024, nel carcere femminile della Giudecca, alla vittoria, nel dicembre dello stesso anno, del concorso per le nuove vetrate delle cappelle della navata sud di Notre-Dame, realizzate con l'Atelier Simon-Marq e attese entro la fine del 2026; i modelli a grandezza naturale, esposti al Grand Palais nella mostra «D'un seul souffle», hanno riacceso in Francia il dibattito sul rapporto tra patrimonio e creazione contemporanea. La piccola cappella di Fabrègues è stata, in fondo, la sua prima prova su uno spazio sacro.

Il metodo si è poi esteso al parco e alle dipendenze. Dopo averne visto l'installazione «Pars pro Toto» alla Biennale di Venezia del 2017, Yovanovitch chiede ad Alicja Kwade (Katowice, 1979), scultrice polacca di stanza a Berlino e protagonista nel 2019 anche del Roof Garden del Metropolitan Museum di New York, una versione dell'opera per il prato del castello: grandi sfere di pietre diverse per colore e provenienza, disposte come un sistema planetario in scala domestica, che interroga il nostro posto nell'universo dai bordi di un giardino provenzale. Sempre nel 2019 Matthieu Cossé (Parigi, 1983), pittore e disegnatore dalla figurazione libera e giocosa, autore in seguito della fresque acquatica della boutique Hermès di rue de Sèvres (2021) e della monumentale facciata dipinta del Musée des Arts décoratifs (2023), esegue a Fabrègues una vasta pittura murale. Tre generazioni, tre linguaggi, un unico principio: il rapporto diretto e duraturo con gli artisti prevale sull'acquisto occasionale.

 

 

Scorci del Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

Scorci del Castello di Fabrègues. Courtesy of Pierre Yovanovitch. ©Paolo Abate

Accanto alle commissioni, gli interni raccontano l'altro volto del collezionista, quello del connoisseur di design d'epoca, formatosi sulla «Swedish Grace», il sobrio classicismo nordico che negli anni Venti univa eleganza neoclassica e finezza artigianale, Axel Einar Hjorth (1888-1959) e Gunnar Asplund (1885-1940) su tutti, e sui maestri americani del Novecento come Paul László (1900-1993) e Terence Harold Robsjohn-Gibbings (1905-1976), riletti con l'occhio di chi ama «l'antico, l'inatteso e l'imperfetto». Convivono nelle stanze il lampadario «Snowflake» del finlandese Paavo Tynell (1890-1973); le sedute degli svedesi Hjorth, la poltrona «Utö» in particolare, e Otto Schulz (1882-1970); un tavolo del belga Jules Wabbes (1919-1974), 1965 circa; le sculture murali dello statunitense Richard Nonas (1936-2021), antropologo prestato all'arte, e gli oggetti in legno scolpito di Alexandre Noll (1890-1970). E poi una raccolta più intima e affettiva: i gufi in miniatura comprati in viaggio, omaggio a un uccello di cui adora il canto, ognuno con il proprio carattere, sparsi per la casa come presenze familiari.

La tenuta non è un deposito né un museo privato, ma un luogo di ricerca, di incontri e di libertà, dove il valore della raccolta sta nella capacità di appartenere a un paesaggio e di documentare, nel tempo, lo sguardo di chi la costruisce. È forse questo il tratto che accomuna i collezionisti più convincenti, non possedere le opere, ma dare loro un mondo in cui vivere.

 

Valentina Casacchia, 17 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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