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Valentina Casacchia
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L’Italia è il Paese dove il collezionismo d’arte antica è nato due volte. La prima nel Rinascimento, quando principi romani e mercanti fiorentini fecero del possesso dell’antico un linguaggio del potere; la seconda nel Novecento, quando i grandi patrimoni imprenditoriali hanno raccolto il testimone, spesso in silenzio, tra palazzi, ville e caveau. Il mercato che alimenta questo mondo ruota attorno a poche piazze: TEFAF Maastricht e New York, Frieze Masters a Londra, FAB Paris, e in Italia Modenantiquaria, Amart a Milano, Flashback a Torino. Il vertice però è uno solo, la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze.
Nata nel 1959, la BIAF è la più antica mostra-mercato al mondo dedicata all’arte italiana e l’unica grande fiera ospitata in un edificio storico, il seicentesco Palazzo Corsini sull’Arno. «Un museo in vendita», secondo Fabrizio Moretti, che l’ha guidata fino al 2025. Si commercia solo arte italiana o di maestri stranieri attivi in Italia: fondi oro e Old Masters, scultura lignea e marmorea, mobili, maioliche, argenti, con spazio crescente al Novecento. Un comitato di vetting esamina ogni opera, la garanzia che attira a Firenze i musei di mezzo mondo accanto ai privati. Alla vigilia, chiedersi chi colleziona arte antica in Italia è il modo migliore per capire la salute del settore, il mercato si legge nelle fiere e nelle aste, il collezionismo nel tempo lungo.
Si parte da Roma, dai Torlonia. La famiglia di fortuna bancaria formò nell’Ottocento la più importante raccolta privata di scultura antica al mondo con oltre seicento marmi tra scavi nei possedimenti e acquisizioni da Giustiniani, Albani e Cavaceppi. Salvatore Settis l’ha definita una «collezione di collezioni». Dopo quasi due secoli di custodia riservata, la Fondazione Torlonia ha riportato i marmi al grande pubblico. Un primato simile impone anche la responsabilità di conservare e condividere: è questa la sua missione, portata avanti ogni giorno restaurando, studiando e rendendo accessibili le opere, nei Laboratori Torlonia, con le grandi mostre internazionali, dal Louvre al tour nordamericano appena concluso e, oggi, con l’Antiquarium, aperto nel 2024 per i dieci anni della Fondazione, il cui ampliamento sarà presentato a settembre. Nella capitale il rapporto tra ricchezza privata e antico prende forme diverse, ognuna con la sua lezione. Ugo Pierucci, presidente dell’Associazione Mecenati Roman Heritage Onlus, ha sostenuto il restauro di capolavori della statuaria classica, da Palazzo Altemps alle «Tre Grazie» dei Musei Vaticani.
Foto d’installazione del «Eros su biga trainata da cinghiali», Roma, Antiquarium di Villa Albani Torlonia. Foto: Agostino Osio
Foto d’installazione del «Daino antico di Marmo lunense», Roma, Antiquarium di Villa Albani Torlonia. Foto: Agostino Osio
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La famiglia Limentani presidia dal 1820 il commercio delle arti della tavola in via del Portico d’Ottavia: al fondatore Leone serviva un passaporto papale per uscire dal Ghetto; sette generazioni dopo, i cugini Bruno e Andrea custodiscono una galleria allestita come un piccolo museo, dove i piatti creati per lo Scià di Persia, Evita Perón, Tito, anche vari pontefici condensano due secoli di manifattura. I Cerasi sono la sola deroga all’antico, ma la più istruttiva sul piano dinastico. Claudio ed Elena hanno trasformato la ricchezza della SAC, l’impresa edile che ha realizzato anche il MAXXI di Zaha Hadid, in una raccolta esemplare di Novecento italiano con al centro la Scuola Romana, incluso il più ricco insieme esistente di Antonietta Raphaël, visibile dal 2018 a Palazzo Merulana, l’ex Ufficio d’Igiene dell’Esquilino recuperato dalla stessa SAC. La figlia Alessandra e il marito Paolo Barillari guardano al contemporaneo, da Kentridge a Hatoum, in uno spazio privato alla Camilluccia, una genealogia che si trasmette e si trasforma.
A Milano tra i protagonisti vi è Luigi Koelliker. L’imprenditore dell’omonimo gruppo automobilistico ha riunito nella casa di via Fontana una delle wunderkammer più raffinate d’Europa: più di millecinquecento dipinti dal Cinque al Settecento, con un forte nucleo caravaggesco e un’imponente sezione lombarda, e poi sculture romane, strumenti scientifici, armature da samurai. Da mecenate ha finanziato il restauro della «Pietà Rondanini». Il seguito è familiare: il figlio Edoardo ha fondato nel 2023 la galleria BKV Fine Art, dove i maestri antichi dialogano con il moderno. Accanto a lui c’è Gerolamo «Gimmo» Etro. Il fondatore della maison tessile ha messo insieme con la moglie Roberta, in oltre cinquant’anni, una delle collezioni più vaste e onnivore d’Italia: scultura romana, barocco italiano, un famoso e da poco pubblicato gruppo di terrecotte rinascimentali, arte moderna e antiquariato inglese. È il collezionismo come estensione naturale di un’impresa del gusto: la curiosità che ha reinventato il paisley ha percorso i secoli e contagiato i quattro figli, ciascuno con una propria direttrice di ricerca.
Il Veneto offre due modelli complementari. A Verona Luigi Carlon, industriale dei materiali per l’edilizia, ha inaugurato nel 2020 a Palazzo Maffei, su piazza delle Erbe, la propria casa museo: settecentocinquanta opere per quattromila anni di arte, dai fondi oro e dalla pittura veronese fino alle avanguardie. L’archeologia ne è il capitolo più recente, al modello di imbarcazione funeraria egizia in legno policromo si sono aggiunti statuette lignee del Medio Regno, alabastri e i piedi in granodiorite di una statua cinti di geroglifici. Nella sala dell’Antiquarium due elmi da guerriero del V-IV secolo a.C. si specchiano nei «Gladiatori» di de Chirico, mentre poco oltre veglia una scultura arcaica di Mimmo Paladino.
«Statuetta di una Barca Sacra», 1939 – 1850 a.C. ca., Verona, Palazzo Maffei. Foto Andrea Pugiotto
A Venezia la collezione Ligabue incarna il patrimonio che si fa esplorazione. Giancarlo Ligabue, imprenditore e paleontologo, promosse in quarant’anni centotrenta spedizioni scientifiche nei cinque continenti, che hanno riportato a Venezia reperti d’archeologia e d’etnografia, dal gruppo precolombiano, tra i maggiori in Italia, alle tavolette mesopotamiche. Il figlio Inti, di vocazione più divulgativa, ha inaugurato al pubblico nel 2026 Palazzo Erizzo Ligabue, la dimora di famiglia sul Canal Grande, ribattezzata Palazzo delle Arti e delle Culture: il percorso permanente, «Collecto», allinea quattrocento opere e reperti, da un meteorite di quattro miliardi e mezzo di anni all’arte contemporanea.
Bergamo illustra la destinazione più alta del collezionismo privato, la donazione. L’ingegnere Mario Scaglia ha ceduto nel 2022 all’Accademia Carrara 868 pezzi, 494 medaglie, 371 placchette e un dipinto di Evaristo Baschenis, frutto di decenni di studio nella medaglistica rinascimentale, campo che richiede più connoisseurship che clamore: il privato diventato bene pubblico senza perdere il nome di chi l’ha formato. Un caso a sé è Gian Enzo Sperone. Il gallerista torinese che portò in Italia la Pop Art e lanciò l’Arte Povera nel mondo, a lungo alla guida della Sperone Westwater di New York chiusa l’anno scorso, ha costruito in parallelo una collezione d’arte antica «dal 350 a.C. alla settimana scorsa»: archeologia romana e cinese Han, scultura del Gandhāra, pittura dal Trecento al Settecento, incisioni da Dürer a Goya. Il Mart di Rovereto ne ha esposto quattrocento pezzi nel 2023; nel 2025 ne ha donati 33 all’Accademia di San Luca, che gli dedica uno spazio permanente. L’arte antica come una bussola, la base di ogni seria avventura contemporanea.
Che cosa dice questa sommaria geografia? Che l’arte antica si colleziona ancora, ma non per arredare, chi compra cerca identità e studio, supplendo di fatto a musei pubblici scarsi nei fondi per le acquisizioni. La direzione prevalente è la condivisione, fondazioni, case museo, donazioni. Sarebbe però ingenuo leggerla come altruismo, perché aprire al pubblico consacra un nome e organizza la successione meglio di qualsiasi inventario.
Notifiche e vincoli all’esportazione, intanto, proteggono il patrimonio ma ne comprimono il valore, trattengono le opere in Italia e scoraggiano chi dovrebbe acquistarle. Resta il rischio più serio, la mortalità delle collezioni: basta un cambio di rotta o di generazione perché un corpus si disperda. La Biennale di Firenze, a settembre, non misurerà soltanto il mercato ma quanto i patrimoni italiani sappiano ancora reggere il peso della propria eredità.
Antonio V. (da Giovanni Bernardi), «Adorazione dei pastori», metà XVI secolo, Bergamo, Accademia Carrara, Collezione Mario Scaglia
Peregrino da Cesena, «Resurrezione», 1490 – 1510 ca., Bergamo, Accademia Carrara, Collezione Mario Scaglia
Valentina Casacchia
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