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Come chiudere al meglio, con una mostra attuale e appassionante ma anche rigorosamente scientifica (com’è d’uso qui), le celebrazioni per il bicentenario della scoperta della «Vittoria Alata» e l’immediata nascita del primo museo bresciano? È la domanda che, sin dal 2023 quando Brescia fu, con Bergamo, Capitale italiana della Cultura, si sono posti Stefano Karadjov, direttore di FBM-Fondazione Brescia Musei, e Roberta D’Adda, coordinatrice del settore Collezioni e Ricerca della Fondazione. La risposta a quella domanda arriva ora, dal 4 novembre al 22 agosto 2027, con la mostra da loro curata «Tesori. Il grande romanzo dei Musei bresciani 1826|2026», un progetto inconsueto, innovativo, che occupa un intero piano del Museo di Santa Giulia «e che, ci spiega Karadjov, seguendo i principi della Convenzione di Faro del 2005, riflette sul rapporto tra patrimonio e comunità d’elezione. Abbiamo voluto realizzare una nuova narrazione museale attraverso una mostra che ci consentisse sì di fare un racconto sulle opere ma anche di parlare delle persone che a esse sono legate».
Per farlo hanno selezionato 100 opere (o piccoli nuclei di opere) usualmente conservate nei depositi, «guardando, precisa D’Adda, non solo al loro valore intrinseco ma anche al loro essere portatrici di storie dai molti livelli di lettura». 5 le sezioni, secondo le partizioni dei musei ottocenteschi: Archeologia, Belle Arti, Naturalia e Artificialia, Storia, Culture (allora Etnografia), ognuna delle quali inizia con un’opera d’arte di oggi, acquisita negli ultimi 10 anni da FBM (fra gli altri, di Fabrizio Plessi, David LaChapelle, Giulio Paolini, Massimo Sestini, dell’artista russa dissidente Victoria Lomasko, dell’artista gazawi Mohammad Al-Hawajri, di Davide Rivalta, qui con una scultura donata da una mecenate), poi torna al 1826 e di qui procede cronologicamente per chiudere il cerchio con un’altra opera contemporanea: «Sono 5 anelli, spiega Karadjov, in cui ogni oggetto è attivatore di un racconto: oggetti apparentemente incongruenti, che acquisiscono senso attraverso le persone che li hanno donati. Quella dei musei bresciani è infatti da sempre una storia partecipativa: un mese dopo il ritrovamento della “Vittoria Alata”, Luigi Basiletti (il colto pittore bresciano promotore degli scavi, Ndr) chiese alle autorità cittadine che si creasse un Museo Patrio, poi attivato nel 1830. A questo si sarebbero aggiunte le collezioni d’arte donate da Paolo Tosio e in seguito molti altri tesori privati. Ogni museo di Brescia è un’opera aperta, un’operazione che continua ad alimentarsi». Ma non solo, continua Karadjov, «attraverso i pezzi esposti si può rileggere la storia politica, sociale e culturale degli ultimi due secoli, dagli ideali illuministi dell’acculturamento delle masse alla passione risorgimentale, in chiave antiaustriaca, che portò nelle collezioni opere e cimeli dal forte valore identitario e patriottico. A fine Ottocento, nell’età coloniale, entrarono opere esotiche e, in seguito, quelle di propaganda del ventennio, come il grande busto di Mussolini di Adolfo Wildt, del Museo del Risorgimento. La mostra rispecchia la storia, evidenziandone senza timore anche le contraddizioni: sì, lo ammettiamo, non è politicamente corretta».
Ma qui si possono rileggere anche le storie dei molti donatori i cui nomi ci sono stati consegnati solo da questi loro lasciti. E di 20 di loro l’illustratrice Elisa Macellari ha realizzato il ritratto. «Tra gli altri, racconta Roberta D’Adda, c’è un sacerdote dalle dubbie frequentazioni, figlio segreto di un membro dell’importante famiglia Scovolo, che riesce a farsi riconoscere da loro ed eredita la Wunderkammer barocca di famiglia e, prima ancora che s’inauguri il Museo Patrio, la destina alla città. Quando muore, nel giorno di Pasqua del 1831, assassinato da una prostituta e due rapinatori suoi complici, tutto passa alla collettività, ma chi esamina il lascito è l’alfiere del Neoclassicismo bresciano, Luigi Basiletti che, al di là della morte oscura del donatore, non può certo apprezzarlo e lo manda in un deposito. Quando lo si ritroverà, a metà Ottocento, si conserveranno solo gli orologi e tutto il resto sarà venduto. Ma c’è anche un soldato innamorato, Angelo Fornelli, bresciano, che nella Prima guerra mondiale manda dal Carso alla fidanzata Brunetta Romani decine di cartoline dipinte da lui, con frasi d’amore commoventi. Raccolte in un album, furono donate negli anni ’70 ai Musei Civici, rispondendo all’appello che chiedeva ai bresciani dei ricordi della Grande guerra». Ci sono poi dei veri tesori, come l’Astrolabio bizantino del 1062, un unicum, con iscrizioni in greco («L’ipotesi, non comprovabile ma suggestiva, è che sia appartenuto al cardinale Bessarione», spiega D’Adda), una tela di Romanino appartenuta a Giovanni Testori e gli oggetti sequestrati nella residenza di Benito Mussolini a Gargnano (BS) (paraventi giapponesi, doni diplomatici del Paese alleato, e due scudi africani) e molte altre curiosità «emerse, conclude Karadjov, in tre anni di lavoro di scavo in un patrimonio che era rimasto in ombra, molte restaurate e tutte studiate, schedate, catalogate: un investimento per il futuro».
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