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Non erano trascorsi nemmeno vent’anni dalla morte di Carlo Borromeo (1538-1584), arcivescovo di Milano e figura centrale della Controriforma, quando nel 1602, sotto la spinta di una devozione popolare crescente, la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano commissionò ad alcuni dei pittori più quotati del tempo il ciclo della «Vita di San Carlo Borromeo», 26 «quadroni» in cui si narrava la vita del Santo (che allora però non era ancora tale ma Beato: sarebbe stato canonizzato da Paolo V nel 1610). Si trattava di un’impresa ciclopica (ognuno di essi misura sei metri per poco meno di cinque), cui per due anni lavorarono, fra gli altri, il Cerano, il Duchino, il Fiammenghino, Carlo Buzzi e Carlo Antonio Procaccini, completandone 20, ai quali alla fine del secolo si sarebbero aggiunti i teleri restanti.
Tutti insieme, i «quadroni di San Carlo» («un grande racconto per immagini che da oltre quattro secoli accompagna la vita della Chiesa ambrosiana e della città di Milano», nelle parole di monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo di Milano e direttore dell’Area Cultura della Veneranda Fabbrica) compongono una sorta di antologia della migliore pittura lombarda dell’età borromaica ma rappresentano anche un vero tesoro di fede: tradizionalmente, infatti, i teleri sono stati esposti ogni anno, per quattro secoli, negli intercolumni del Duomo, dal 4 novembre, solennità di san Carlo Borromeo, fino all’Epifania, in una sorta di teatro liturgico e devozionale amatissimo dai fedeli.
Proprio la loro natura di apparati effimeri, da movimentare, aveva imposto agli autori l’uso della tempera. Leggera sì, ma anche fragile, tanto che già nel 1605 si dovette provvedere a un primo intervento conservativo e alla fine del secolo al primo restauro. Altri interventi sarebbero seguiti nell’Ottocento e nel Novecento, ma gli stress subiti nei secoli a ogni appensione e smontaggio avevano alterato la planarità delle gigantesche tele danneggiando la pellicola pittorica e le tensioni ne avevano lacerato i margini, mentre i colori si erano scuriti al punto da non essere quasi più leggibili. Si imponeva un intervento impegnativo, del valore di tre milioni di euro, al quale ha provveduto Intesa Sanpaolo che, come nota Elisa Mantia, coordinatrice Area Cultura della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, è stata non solo finanziatrice ma compagna di viaggio nei due anni in cui gli illustri «malati» sono stati studiati a fondo in vista del restauro, dopo essere stati tenuti sotto osservazione sin dal 2018.
Completate le ricerche scientifiche e archivistiche, si trattava di trovare spazi adeguati e allo scopo sono stati allestiti due grandi laboratori di restauro (che resteranno anche per il futuro) in due ambienti del Cantiere Marmisti del Duomo, una vera «officina del mago» che si apre nella periferia nordoccidentale di Milano, dove sculture, statue, ornati ammalorati vengono copiati da abili scultori e poi depositati nel «cimitero» degli originali, pronti, nel caso, a essere restaurati grazie al progetto «Adotta una statua» (link, se vuoi).
Ideati come ciclo unitario, a dispetto delle evidenti difficoltà si è deciso di restaurarli con un progetto altrettanto unitario, messo a punto dall’Area Cultura e dall’Area Tecnica della Veneranda Fabbrica con la Soprintendenza e con restauratori specializzati coordinati da Roberta Grazioli. Per proteggere i teleri dalle deformazioni cui erano soggetti quando venivano esposti in Duomo (insieme a quelli un poco più piccoli sui «Miracoli di San Carlo», normalmente appesi sotto ai primi e al momento non bisognosi di restauro), si è realizzato un innovativo tipo di telaio in alluminio, a molle, che sostituisce quelli storici di legno e si sono utilizzati tessuti ad alte prestazioni (di Extris) per la realizzazione del nuovo sistema di ancoraggio delle tele ai telai.
Due i teleri appena restaurati (cui seguiranno, a due a due, gli altri per i prossimi sei anni): si tratta di «San Carlo Borromeo vende il principato D’Oria», 1602, per donare il ricavato ai poveri, di Giovanni Battista Crespi detto Il Cerano, restaurato da Anna Lucchini e Lorenzo Conti, e del «Solenne ingresso di Carlo Borromeo a Milano», 1670-80, opera di Filippo Abbiati, affidato alle cure di Chiappa e Didonè Restauri. Consolidati e risanati, entrambi hanno anche ritrovato la loro vivida cromia originale e così accadrà a tutti, con un unico sacrificio: per sei anni, fino alla fine dei lavori, i quadroni della «Vita di San Carlo» non potranno essere esposti in Duomo. Ma a giudicare dall’esito dei primi due interventi, ne sarà valsà la pena.
Uno degli spazi approntati appositamente per il restauro dei «quadroni» nel Cantiere Marmisti del Duomo di Milano. © Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano
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