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Fortunato Depero, Gondoliere (astrazione), 1927

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Fortunato Depero, Gondoliere (astrazione), 1927

Il secondo Futurismo alla prova della modernità: l’avanguardia italiana oltre il mito di Boccioni, a Milano

Da Bottegantica, una ricognizione sulle trasformazioni del movimento dal 1918 al 1944 ne ripercorre le tappe decisive, dalla poetica del rumore di Balla fino alle prospettive vertiginose dell'Aeropittura

Ada Masoero

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L’opera che apre il percorso della mostra «Futurismo 1918-1944», presentata da Bottegantica a Milano (in via Manzoni 45) dal 30 ottobre al 4 dicembre, è una carta del 1918 di Giacomo Balla, «Colpo di fucile», parte del ciclo omonimo, spesso con l’aggiunta dell’aggettivo «domenicale», in cui l’artista (uno dei «padri fondatori», con Boccioni, Carrà, Russolo e Severini, della nostra avanguardia) esplora con la sua fertile creatività l’effetto dell’energia sonora di un rumore violento e improvviso che irrompe nella quiete di un paesaggio agreste, evocando con linee curve e sinusoidali le onde di quel fragore che si propagano nell’aria. 

Scomparso nel 1916 Boccioni, geloso custode dell’ortodossia della prima stagione del futurismo in pittura e scultura, fu Balla a raccoglierne l’eredità, diventando il secondo grande teorico del movimento e prendendo a impollinare con i principi futuristi non solo i territori consueti dell’arte, ma l’intera vita quotidiana, dalle arti decorative e gli arredi alla moda, dalla scenografia alla grafica. Lo fece con il manifesto «Ricostruzione futurista dell’universo», steso nel 1915 con Fortunato Depero, altro protagonista di questa mostra con l’olio del 1927 «Gondoliere (astrazione)», un’opera esemplare della stagione «meccanica» del Futurismo quando, negli anni Venti, in perfetta sintonia con il nuovo clima di un’Europa impegnata nella ricostruzione e della riconversione industriale post-bellica, la nostra avanguardia sviluppò i semi dell’astrazione gettati per tempo da Balla e puntò verso una sorta di astrazione geometrica o comunque (come in questo caso) verso una figurazione ridotta alle sue strutture essenziali. 

Lo stesso accade anche nello storico dipinto «Femminilità» (1928) del futurista torinese Fillia (Luigi Colombo), in cui la figura femminile è «riassunta» in una serie di forme geometriche giustapposte. Si muove invece sul fronte delle arti applicate il fiorentino Thayaht (Ernesto Michahelles, inventore tra l’altro della tuta), presente qui con variopinti motivi decorativi geometrici mentre Farfa (Vittorio Osvaldo Tommasini) è rappresentato dalla «cartopittura» «Mani e riflessi futuristi», 1924, uno di quei collage futuristi che segnano un momento fra i più felici della sua vicenda d’artista. 

Intanto la stagione meccanica aveva innescato la passione per le nuovissime «macchine volanti», gli aerei (alquanto precari) che molti futuristi celebrarono e che alcuni di loro sperimentarono di persona, da passeggeri quando non da piloti, dando il via, dall’inizio degli anni Trenta, e poi fino alla Seconda guerra mondiale, alla stagione dell’Aeropittura. In essa il culto originario della velocità si fondeva con la nuova visione dall’alto, strapiombante: un mix che l’umanità non aveva mai sperimentato prima d’allora. Esponente di primo piano di questa corrente fu Tato, di cui la mostra esibisce alcuni esempi (e anche due bozzetti teatrali esposti nella sala del Teatro futurista italiano nella Biennale di Venezia del 1928), tra i quali la famosa «Aeropittura» esposta nel 1933 al «Premio nazionale di pittura Golfo della Spezia». 

In contemporanea, però, si sviluppava un’altra forma di Aeropittura, in una partizione messa bene in evidenza dal compianto Giovanni Lista, scomparso lo scorso 3 ottobre: quella dell’Idealismo cosmico, in cui lo sguardo muove dal basso per configgersi negli spazi cosmici. Ne fu campione Enrico Prampolini, il terzo (solo in ordine cronologico) grande teorico del futurismo, sperimentatore audace in pittura, teatro e arti grafiche, in contatto con i movimenti artistici europei più avanzati degli anni fra le due guerre, di cui la mostra espone un dipinto esemplare in bilico tra purismo francese e un’aura di surrealismo. Il percorso si chiude con il 1944, anno della morte del demiurgo del futurismo, F.T. Marinetti. In catalogo, insieme alle immagini delle opere, un saggio di Tommaso Carletti che ricostruisce la riscoperta del futurismo degli anni tra le due guerre (lungamente definito «secondo futurismo») nelle gallerie private negli anni a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Enrico Prampolini, Venezia, 1930 circa

Tato, Il lavoro, 1932

Ada Masoero, 30 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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