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Stefano Causa
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Di mattina sul lungomare la città appare proprio come in questo piccolo olio su carta che sta per compiere 200 anni. Deserta e colma d’una luce chiara impossibile da raccontare; però la si potrà dipingere, buona la prima se la luce muta a ogni istante. Certo, bisogna alzarsi presto e conoscere gli angoli giusti. Solo che questa Napoli da alba del mondo non è roba nostra ma di un francese, Jean-Baptiste Camille Corot (Parigi, Francia, 1796-1875), sceso a Napoli nel 1828, poco più che trentenne. Dinanzi al mare avrebbe potuto incontrare Anton Sminck van Pitloo e, dopo poco, un poeta gobbo di Recanati (Giacomo Leopardi, Ndr). «La baia di Napoli con Castel dell’Ovo» (1828) è oggi al Museo e Real Bosco di Capodimonte, destinata per acquisto dal ministro della Cultura a 600mila euro. Giusti per Corot dice il mercato; un’inezia per Auguste Renoir che pure da queste parti ci verrà mezzo secolo dopo. A Parigi Corot, come Renoir, è un’abitudine e un modo di vedere. Da noi no. Pure non c’è museo che lo meriti più del nostro.
Perché il giovane Corot ci ha aperto gli occhi. Noi napoletani non sappiamo venderci e vederci. Abbiamo aspettato che Johann Wolfgang von Goethe, a fine Settecento, ci raccontasse nel Viaggio in Italia. E siamo andati al cinema per vedere ben fotografati i marmi del Museo Archeologico Nazionale di Napoli nel film Viaggio in Italia del 1954 di Roberto Rossellini. Quando, nel 1979, gli fu chiesto cosa mettere in copertina del catalogo della mostra «Civiltà del ’700 a Napoli (1734-99)», Raffaello Causa scansò tutti i nostri e tirò dritto alla veduta napoletana di Claude Joseph Vernet del Louvre. Nel 1961, Germain Bazin portò a Roma una mostra sul paesaggio italiano visto dai francesi («L’Italia vista dai pittori francesi del XVIII e XIX secolo»). Non avrebbe potuto rovesciare il titolo neanche volendo. Un anno dopo, a Palazzo Reale a Napoli, fu la volta della mostra «Il paesaggio napoletano nella pittura straniera». I titoli non sono mai casuali o innocenti. Ma fu allora, nel 1962, in pieno boom economico, che si cominciò a sospettare che Napoli fosse cosa troppo grande per lasciarla ai napoletani. Ci sappiamo fare coi santi, Caravaggio e Jusepe de Ribera non sono passati invano. Ma abbiamo meno dimestichezza con i paesaggi (Salvator Rosa è cresciuto a Napoli ma è diventato grande a Firenze), e a metà Ottocento i passi da Giacinto Gigante della Scuola di Posillipo sono di qualità sì, ma di qualità epigonica. Esistono i grigi di Vincenzo Foppa e i grigi di Corot. Ma Foppa aveva bisogno dei cieli di Lombardia; Corot di quelli meridiani. E ora chi andrà a dire in giro che l’Impressionismo è stato inventato a Napoli?
Stefano Causa
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