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Un fotogramma da «Il Gattopardo», 1963, di Luchino Visconti

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Un fotogramma da «Il Gattopardo», 1963, di Luchino Visconti

Saper guardare. Come i grandi del cinema hanno rivolto l'obiettivo verso l'arte

Visconti, Kubrick, Fellini e Scorsese sono ormai gli unici che possano aiutarci a riprendere confidenza con l’arte di far caso alle cose e, più in generale, con l’arte

Stefano Causa

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La risata di Claudia Cardinale a tavola dal Principe di Salina, la più difficile di tutta una carriera. Il cappello e l’ombrellino di Marisa Berenson al ritmo del Trio op. 100 di Schubert. Il balletto di Casanova con la bambola meccanica. L’eleganza come segno e freno di Daniel Day Lewis nei panni di Newland Archer nella New York di fine Ottocento. È vero, non ci sono più le estati di un tempo; ma queste immagini sono rimaste. La bella estate era folla e intruppamenti. Per chi restava limonate e zanzare, città vuote e, soprattutto, arene all’aperto. Un modo per riprendere confidenza con film che non avevamo fatto in tempo a vedere in sala. E con quei classici smisuratamente lunghi che la tv rimandava massacrati dalla pubblicità. Quattro innanzitutto: «Il Gattopardo» di Visconti, 1963; «Barry Lyndon» di Kubrick, 1975; il «Casanova» di Fellini dell’anno dopo e, del 1993, l’«Età dell’innocenza» di Martin Scorsese. 

I nostri lettori sono i primi a sapere che, in blocco, si tratta di un seminario permanente di storia dell’arte. La pittura dell’Ottocento, da Lega a Michele Cammarano? Nessuno ha saputo restituirla meglio di Visconti. Gli interni di Hogarth e i tagli di luce di Wright of Derby? Sono custoditi nei saggi di Antal e Nicolson; ma chi li ha fatti ricarburare, nel gusto e nella sensibilità, è stato Kubrick, giocando di candele, lampade a olio e luci naturali. Dopodiché, solo nella reinvenzione di Fellini si capisce perché il Settecento sia il vero secolo breve, e il meno conosciuto. Quanto a Scorsese, ha raccontato meglio di altri perché per familiarizzarsi con i codici della società americana che si affaccia al Novecento si debbano studiare i dipinti pompier e non serva l’Impressionismo. Sono film da storici d’arte in senso non ristretto. Ma ciò che li accomuna è che sono nati dalla pagina per crescere, liberi e belli, in una direzione tutta diversa. Ora, paragonare i libri ai film o, peggio, leggere il libro dopo aver visto il film è un errore che facciamo tutti, istintivamente. Ma sono campi da gioco con strategie non commutabili. Per come lo ammaestri Visconti (e il direttore della fotografia Giuseppe Rotunno) il Gattopardo ritorna animale diverso da quello di Tomasi di Lampedusa. Scorsese è la lectio magistralis sul capolavoro di Edith Wharton (forse il più bel libro di serie b uscito tra le due guerre), fatta da uno che non ti fa mai dimenticare di aver girato «Taxi driver» o «Quei bravi ragazzi». Dalla piattaforma di un romanzo di W.M. Thackeray di magra fortuna da noi, le avventure di Redmond Barry sono la migliore visita guidata alle sale sei e settecentesche della National Gallery. Il Casanova impersonato da Sutherland (al suo posto avrebbe voluto, ma non ha potuto esserci, nessun altro che Sordi) è l’ultima possibilità di raccontare le evoluzioni del gusto galante prima che fosse museificato e addomesticato per le mostre («Il ’700? È un secolo di merda non potrò che farne un museo delle cere elettrizzato»). 

Per sfangare il cuore dell’estate, con tè freddo a portata di mano, insalate di riso e cellulari silenziati, non c’è mezzo migliore di far partire col telecomando, ad libitum, questo quartetto aureo. Visconti, Kubrick, Fellini e Scorsese sono ormai gli unici che possano aiutarci a riprendere confidenza con l’arte di far caso alle cose; quella strategia dell’attenzione che lasciammo fuori dalla porta quando dalla memoria cartacea passammo al digitale. O forse, come cantava qualcuno di cui si è parlato in queste settimane, Francesco De Gregori: siamo solo noi che non sappiamo guardare. 

Stefano Causa, 08 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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