Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Stefano Causa
Leggi i suoi articoliMilanesi operosi. Piemontesi falsi e cortesi. Veneti ingenui. Romani indolenti. Napoletani fantasiosi. Liguri taccagni. I luoghi comuni sono i più frequentati. A Napoli, che da qualche anno è tornata a esserne la capitale, c’è chi seppe monetizzarli in tempo. A fine anni Settanta, Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo, ingegnere informatico dell’Ibm, rivelatosi neanche cinquantenne scrittore di pelo generoso («mi sono fatto crescere la barba perché mi fa compagnia», ammette a Maurizio Costanzo nel salotto di «Bontà loro») è un distillato di amabile furbizia, capace di smuovere il mercato editoriale di un Paese dove tutti scrivono e pochi leggono. Per la copertina della prima edizione Mondadori, John Alcorn inventa un simil Totò col cilindro, un cuore in mano, un corno nell’altra e un terzo braccio che mostra un cinque di danari. Sullo sfondo, alla luce di una luna rossa, il Vesuvio da Mergellina erutta otto cuoricini. Una sola didascalia: «Napoli, amore e libertà».
Il luogo comune è un valore aggiunto, capitale da far fruttare, benedizione. Lo si è capito da quando, risvegliatasi turistica dopo il Covid-19, Napoli si è ingegnata a riciclare ciò che i turisti pretendono di trovare affinché ne esca confermata l’immagine, verosimile e invariabilmente falsa, che della città si sono precedentemente procurati. Cristo velato, presepi, cibo e «limonate a cosce aperte». Idee ricevute, le chiamava Flaubert. È possibile rovesciarle, forzando i lucchetti mentali di un Paese che si sente (o si sentiva) unito giusto durante i Mondiali di calcio? «L’orgasmo di fare è molto più napoletano che nordico», nota, vent’anni prima del prof. Bellavista, il vicentino Guido Piovene nel Viaggio in Italia, che varrebbe la pena rileggere per capire perché i libri, come le città o i quadri, visti da vicino non assomiglino all’idea che uno si è fatta. Chi avrebbe sottoscritto nel ’57 questa sentenza e chi la sottoscriverebbe oggi? Si lavora al Nord e si gode al Sud. «A noi ce piace de magna e beve / E nun ce piace de lavora», raccomanda il più celebre degli stornelli romani. Sui luoghi comuni si batte cassa. Soprattutto a Napoli, cui non conviene riqualificarsi come città del fare. Quanto all’orgasmo, basta una limonata.
Stefano Causa
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Napoletani si diventa • Una nuova rubrica per descrivere, esplorare, toccare con mano il dualismo di una città che più di tutte affascina e al contempo indigna
L’ultimo libro di Raffaella Appiani, l’insegnante liceale che sa raccontare sui social
Visconti, Kubrick, Fellini e Scorsese sono ormai gli unici che possano aiutarci a riprendere confidenza con l’arte di far caso alle cose e, più in generale, con l’arte
La casa editrice Johan & Levi pubblica la traduzione di un saggio di Lucy Lippard sui cinque protanonisti indiscussi dell’arte americana negli anni Sessanta: Warhol, Rosenquist, Lichtenstein, Wesselmann e Oldenburg



