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Da sinistra, Cecilia Canziani e Chiara Camoni, rispettivamente artista e curatrice del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia

Foto: Camilla Maria Santini

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Da sinistra, Cecilia Canziani e Chiara Camoni, rispettivamente artista e curatrice del Padiglione Italia alla prossima Biennale di Venezia

Foto: Camilla Maria Santini

«Con te con tutto»: Canziani e Camoni portano alla Biennale di Venezia una pratica artistica basata sulla collaborazione

«Vorremmo che fosse un modo di abbracciare tutte le persone che abbiamo incontrato nel nostro percorso insieme a quelle che visiteranno la mostra», spiega la curatrice del Padiglione Italia alla 61ma Mostra Internazionale d’Arte

Matteo Mottin

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Cecilia Canziani curerà il Padiglione Italia alla 61. Esposizione Internaziona-le d’Arte - La Biennale di Venezia con il progetto «Con te con tutto» dell’artista Chiara Camoni. In attesa dell’evento (dal 9 maggio al 22 novembre), abbiamo incontrato Canziani per discutere del suo percorso curatoriale, del suo rapporto con Chiara Camoni e avere qualche anticipazione sul progetto.

Vorrei iniziare chiedendole della sua formazione.
Ho studiato Storia dell’Arte alla Sapienza, laureandomi con una tesi in arte contemporanea che aveva al centro l’idea della fotografia come genere e la sua relazione con il genere, tematiche che ho poi continuato a esplorare nella mia ricerca. La mia correlatrice è stata Marta Ragozzino, che ho incontrato di nuovo alla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, ed è stata una cosa molto affettuosa e bella ritrovarsi insieme a distanza di anni. Tutto il gruppo di lavoro al Ministero è meraviglioso. Dopo la laurea mi sono iscritta alla Scuola di Specializzazione dell’Università di Siena, all’epoca diretta da Enrico Crispolti, che in quegli anni era l’unica ad avere un’attenzione specifica per l’arte contemporanea. 

Che influenza ha avuto sul suo percorso?
L’insegnamento di Crispolti è stato fondamentale, soprattutto per la dimensione che aveva creato: in una certosa isolata, ogni mese per una settimana, si creava una comunità attiva e vivace di studenti, studentesse e docenti, in cui si studiava, si conversava e si mangiava insieme. E ogni mese veniva invitato un artista, con cui si trascorreva un’intera giornata. L’idea del pensare insieme e il conoscere gli artisti attraverso una consuetudine diretta, penso siano stati il più grande insegnamento che mi ha lasciato Crispolti, e lo capisco di più adesso, a distanza di anni, di quanto fossi in grado di capirlo allora. 

Ha studiato curatela alla Goldsmiths di Londra.
Dopo quella esperienza di due anni e mezzo sono tornata a Roma, perché avevo il desiderio di portare nella mia città quello che avevo imparato frequentando gli spazi indipendenti. Così nel 2006 è nata un’avventura con altre sette persone, 1:1projects, nel quartiere dell’Alberone. Ho sempre lavorato come curatrice indipendente, e mi è sempre piaciuto lavorare insieme agli altri. Anche per lo spazio indipendente Iuno, che ho fondato a Roma insieme a Ilaria Gianni, ci siamo subito moltiplicate con l’arrivo di Giulia Gaibisso. Credo veramente nella forza del gruppo, dello scambio. È anche un modo per divertirsi lavorando, e imparare cose che da sola forse non incontrerei. Successivamente ho preso un dottorato all’Università Federico II di Napoli in Storia dell’Arte, Archeologia e Storia. Come a Siena, il programma attraversava un arco temporale molto esteso, e credo che questo sia un enorme bagaglio, che è sicuramente entrato a far parte del mio sguardo.

Il lavorare insieme e la cronologia estesa sono elementi centrali nella sua pratica curatoriale, e sono in totale assonanza con la ricerca di Chiara Camoni. Come 
vi siete conosciute?
È stato tanto tempo fa. Davide Ferri organizzava insieme ad Antonio Grulli «Festa Mobile», un progetto di conversazioni tra artisti e curatori ospitato nei bar di Bologna durante Arte Fiera. Davide mi aveva invitata per parlare di pittura e nel pubblico c’era Luca Bertolo, che è il marito di Chiara. Ricordo che durante tutta la conversazione ho guardato Chiara, che era tra il pubblico e ancora non conoscevo. In lei sentivo qualcosa che andava oltre le parole e per lei è stato lo stesso. Davide e Luca dicono sempre che ci siamo conosciute grazie a loro, e noi rispondiamo che non è vero, che ci saremmo comunque riconosciute in qualunque altra epoca, situazione e luogo. Quell’anno curavo il Premio Furla, e Chiara fu una delle artiste di cui ho approfondito il lavoro con una studio visit. È iniziata così.

Nel 2015, insieme a Ilaria Gianni, ha curato «Gli immediati dintorni» alla Nomas Foundation di Roma, la prima grande personale dell’artista. 
Per quel progetto abbiamo costruito un lungo tavolo che attraversava lo spazio espositivo, su cui abbiamo presentato i lavori. Il tavolo è il luogo di lavoro di Chiara, ed è anche spazio di incontro, di studio, del fare e del pensare. La mostra era stata preceduta da un laboratorio, ospitato sullo stesso tavolo, in cui, con gruppi informali, avevamo lavorato alla realizzazione di piccoli vasi che sono poi confluiti in un’installazione a pavimento in una seconda sala. Questi due piani orizzontali, del tavolo e del pavimento, sono spazi che appartengono pienamente al lavoro di Chiara. Da curatrice non ti inventi nulla: non credo nelle forzature, credo invece nell’assecondare le inclinazioni, cercando di metterle ancora più in luce affinché diventino leggibili. Anni dopo, la nostra prima mostra a Iuno è stata di nuovo con Chiara: un altro tavolo, sul quale erano esposti piatti scultura che a volte venivano attivati organizzando un pasto. È stato il nostro modo per abitare uno nuovo spazio appena nato.     

Lei ha anche curato la prima monografia dell’artista. 
Il catalogo si apriva presentando le opere prima ancora dei testi, per suggerire un incontro senza mediazioni con l’opera. È una modalità che continuo a coltivare. 

Ha anche lavorato con Camoni a un progetto itinerante, «La giusta misura», un seminario sulla condivisione del fare, ospitato in musei di varie città. Questo progetto ha portato a un’evoluzione del vostro rapporto?
È stato un momento di grande condivisione e trasformazione, importante sia in termini personali sia professionali. Il progetto è nato leggendo una accanto all’altra sulla spiaggia. L’abbiamo sempre fatto, ma quell’estate in particolare avevamo iniziato a scambiarci i libri e a leggere insieme. Valentina Gensini, direttrice del Mad-Murate Art District di Firenze, aveva proposto una mostra a Chiara, invitandomi a curarla. Chiara e io, che volevamo proseguire l’esperienza della lettura condivisa e aprirla ad altre persone, abbiamo sondato con lei la possibilità di estendere il progetto oltre la mostra canonica, e abbiamo trovato un’istituzione sensibile che ci ha accolte.

In che cosa consisteva?
«La giusta misura» è stata una serie di appuntamenti articolati sull’unione del nostro fare, quello di Chiara e il mio, mescolando i ruoli fino ad annullare le distinzioni tra curatrice e artista, un’indistinzione poi adottata come metodo ed estesa agli interlocutori invitati. L’elemento centrale era un telaio verticale, che per funzionare ha bisogno di due persone che tessono contemporaneamente, e a ogni appuntamento invitavamo un ospite che esplorava un tema, abbinando così ascolto e tessitura. Si è creato intorno al progetto un gruppo variegato e non strutturato. In fondo, la speculazione è già un fare, perché quando pensiamo creiamo una tessitura di parole.

Come mai l’avete intitolato «La giusta misura»?
Perché la giusta misura è quella in cui tu stai bene. Pensavamo alle chiocciole e leggendo Bernard Rudofsky avevamo anche in mente l’architettura spontanea: se serve una stanza in più, te la costruisci, se cresce la lumaca, la chiocciola si ingrandisce. La scala del progetto si adeguava ai nostri bisogni del momento, e su questo principio abbiamo costruito i vari incontri.

Quindi il titolo non si riferiva solo al contenuto, ma anche alla struttura stessa del progetto. Avete adottato questa dinamica anche per il titolo del Padiglione Italia, «Con te con tutto»?
Pensare ai titoli insieme a Chiara mi piace molto: sono sempre esatti e precisi anche se sembrano nascere per caso, da una frase buttata lì. «Con te con tutto» mi è sembrato perfetto per raccontare quello che stavamo facendo. L’idea è di portare all’interno di un’istituzione una pratica artistica basata sulla collaborazione, sulla condivisione e sui rapporti informali, insieme a un’attitudine curatoriale «dal basso», maturata nella scena degli spazi indipendenti. Vorremmo che fosse un invito, una festa, un modo di abbracciare tutte le persone che abbiamo incontrato nel nostro percorso insieme a quelle che visiteranno la mostra, trasformando il Padiglione nel luogo di tutti e di tutte. Quindi sì, il titolo ha moltissimo a che fare con quello che abbiamo immaginato. È anche un po’ un auspicio. Ci tenevamo che potesse parlare a tutti, includendo desideri e speranze. Dato il periodo, direi che è una prospettiva necessaria. 

La vostra nomina è stata accolta in modo molto positivo. 
Chiara e io abbiamo sentito un enorme affetto dalla comunità di artisti e curatori di cui facciamo parte, e questo credo sia successo perché si è sentito che la nostra non è un’alleanza di scopo, ma un momento importante di un lunghissimo dialogo iniziato anni fa. Credo che sia stata premiata anche la fedeltà al nostro percorso, e questo significa che lo strumento del bando permette anche delle nomine «eccentriche».

Il Padiglione Italia è promosso dalla Direzione Generale Creatività Con-temporanea del Ministero della Cultura, con selezione del progetto tramite bando pubblico. Da curatrice indipendente, ritiene che questa sia una modalità efficace? 
Trovo che sia una meravigliosa opportunità, e ha grande corrispondenza con molte linee che il Ministero sta esplorando in questi anni, come l’Italian Council e il Pac. Rispetto ai miei inizi, quando non c’erano questi spiragli, mi sembra che adesso il panorama sia molto diverso. Credo sia un bellissimo segnale. Tra l’altro, mi sembra che il bando abbia stimolato delle proposte ambiziose. 

Il Padiglione Italia di Massimo Bartolini curato da Luca Cerizza in effetti è stato un momento memorabile. In che maniera l’application si è inserita nel dialogo in corso tra lei e l’artista?
Ci è sembrato il momento giusto per entrambe, ne abbiamo parlato e deciso di farla insieme. Peraltro, la decisione finale l’abbiamo presa proprio passeggiando nell’installazione di Bartolini. Eravamo ritornate a vedere la Biennale a novembre, prima che chiudesse. Chiara ha un senso incredibile per lo spazio, e mentre attraversavamo il Padiglione si è guardata intorno e mi ha detto: «Posso farlo», e io le ho risposto: «Allora lo facciamo». Quando è uscito il bando eravamo pronte, avevamo già tutto in mente. 

In questo momento non può ancora rivelare nulla sul progetto. Può dire qualcosa sul modo in cui ci ha lavorato?
Ho cercato di portare quella dimensione di collettività che risuona tra noi, nel lavoro di Chiara e nella mia pratica curatoriale, per presentarla nella struttura delle Tese delle Vergini. Sarà un Padiglione fatto di tante persone e di tante voci. Chiara, io e a lot of people. 

Matteo Mottin, 29 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

«Con te con tutto»: Canziani e Camoni portano alla Biennale di Venezia una pratica artistica basata sulla collaborazione | Matteo Mottin

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