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Jakub Jansa, «Silence of the Mole», 2026

Foto Shot by Us

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Jakub Jansa, «Silence of the Mole», 2026

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Breve guida alla videoarte alla Biennale Arte di Venezia 2026

Cinque padiglioni e un’opera per «ascoltare» i «Minor Keys» con cui Koyo Kouoh ha plasmato questa edizione della mostra

Matteo Cocci

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In una Biennale Arte inauguratasi lo scorso maggio in un clima a dir poco conflittuale, sia da un punto di vista geopolitico che ambientale, i «toni» minori che la curatrice Koyo Kouoh e il suo team avevano scelto per questa edizione sono stati, almeno inizialmente, in larga parte sovrastati dal rumore mediatico. Tornando in laguna a mesi di distanza, si può tentare di riflettere se il tema «In Minor Keys» (ovvero l’invito di Kouoh a rallentare il ritmo per far fronte a un presente sempre più instabile e, per certi versi, distopico) trovi effettivamente riscontro nelle centinaia e centinaia di opere esposte tra Giardini, Arsenale e Padiglioni Nazionali dislocati in vari punti della città. 

In questo contesto, concentrarsi su uno specifico medium può servire ad avanzare delle considerazioni più puntuali rispetto a un evento dalle proporzioni gigantesche come la Biennale di Venezia: perché quindi non proporre una ricognizione basata esclusivamente sulle opere video che costellano questa edizione? Anche così, però, a fronte dell’amplissima presenza di lavori video, il rischio di sorvolare senza soffermarsi sulle singole installazioni, finendo per cogliere solo un’impressione complessiva piuttosto che il significato preciso delle singole opere, è alto. Con il proposito di suggerire un breve itinerario, proponiamo una selezione di cinque padiglioni e un’opera che utilizzano il video per dare corpo al messaggio di Kouoh: ascoltare le voci minori, espresse attraverso corpi, memorie, pratiche marginali, come unico atto di cura possibile in un mondo in fiamme.

La prima tappa di questo viaggio ideale è il Padiglione Bulgaria, che trova spazio all’interno del Centro Culturale Don Orione Artigianelli, alle Zattere: intitolato «The Federation of Minor Practices», include quattro video e un videogame. Tra le opere proiettate spicca il film «Geography Is Destiny» diretto da Rayna Teneva: ambientato in una valle bulgara divisa tra la coltivazione di rose e la fabbricazione di armi, il film racconta la vita di una comunità in cerca di un equilibrio in un momento di profonda instabilità geopolitica e climatica. Teneva intraprende un viaggio nella sua città natale, Kazanlak, situata all’estremità orientale della Valle delle Rose: la sua narrazione fa emergere le dinamiche di un territorio conosciuto prevalentemente per la produzione di fiori, ma di fatto inestricabilmente legato alla presenza di una delle più importanti fabbriche di armi di tutta la Bulgaria. Piuttosto che scindere questi due mondi, il film li rappresenta come due volti dello stesso corpo sociale, che solo attraverso gesti di assistenza reciproca può affrontare a viso aperto l’incertezza del proprio destino condiviso. 

Spostandosi ai Giardini, la seconda tappa è il Padiglione Svizzera: «The Unfinished Business of Living Together», ideata dai curatori Gianmaria Andreetta e Luca Beeler insieme all’artista Nina Wakeford, recupera archivi visuali del passato recente per indagare come le storie individuali e collettive vengano costruite, mediate e talvolta rimosse. In particolare la mostra si concentra su una trasmissione del 1978 di «Telearena», programma della Tv svizzera in cui si discuteva animatamente di orientamento sessuale e dove una puntata poteva intitolarsi «Il problema dell’omosessualità». L’archivio televisivo diventa così il punto di accesso storico per interrogare le sfide tutt’oggi irrisolte del vivere sociale: in questo modo una voce che rischiava di essere dimenticata viene rimessa in circolo, in un processo di attenzione verso identità marginalizzate che guarda al passato per riattivare un discorso che è oggi più che mai necessario.

«Death Passed My Way and Stuck This Flower in My Mouth». Courtesy di Éric Baudelaire, La Biennale di Venezia e Barbara Wien, Berlin. Foto Andrea Rossetti

Proseguendo lungo questo itinerario, altri due padiglioni situati ai Giardini che rispondono all’idea curatoriale di Koyo Kouoh sono quelli della Cecoslovacchia e della Danimarca: nel primo caso, al centro del troneggia un’installazione video dal sapore kafkiano firmata da Jakub Jansa (che per certi versi ricorda lo stile surreale e straniante dei lavori di Diego Marcon) ci introduce al personaggio di Mr M., figura misteriosa allusiva al personaggio di Krtek, iconica talpa dei cartoni animati cecoslovacchi conosciuta in tutta l’Europa centro-orientale. Originariamente espressione di innocenza infantile, la talpa è stata nel tempo trasformata in mascotte della diplomazia culturale, nonché in maschera politicamente neutrale adatta a rappresentare il Paese in contesti eterogenei, tra cui quello della Biennale stessa. In questo senso l’opera si pone verso Krtek in modo ambivalente: da un lato ne esegue l’autopsia, in quanto simbolo culturale sfruttato fino al completo esaurimento; dall’altro ne restituisce parte della dignità perduta attraverso l’ascolto ma anche il rispetto della sua decisione di rimanere silente.

Tutt’altra atmosfera in quello della Danimarca. Qui la voce rimasta inascoltata è quella delle sex worker, che appaiono sugli schermi sulle pareti di un’intera stanza: corpi iper-esposti dall’industria pornografica, ma raramente (se non mai) legittimati dalla società, anzi spesso nascosti e demonizzati. Lo sguardo della curatrice Chus Martínez e di Maja Malou Lyse, autrice del video in collaborazione con il collettivo newyorkese Dis, non identifica i corpi come merce o come oggetto di scandalo, ma come parte di una ricerca condivisa sul rapporto tra immagine e corpo. Girato dentro una vera banca del seme, il film mostra un gruppo di pornoattrici nei panni di un team scientifico: in questo modo il soggetto rappresentato viene coinvolto direttamente nella produzione del contenuto, acquistando legittimazione artistica. La provocazione, più che negli abiti succinti delle attrici, sta nei numeri che separano un evento come la Biennale Arte da un sito come Pornhub: se i visitatori che giungono in Laguna nel corso di sette mesi numericamente sono gli stessi che visitano la piattaforma a luci rosse in poco più di dodici minuti, perché solo il primo è ritenuto meritevole di riconoscimento culturale?

Un ulteriore passo prima della conclusione, spostando lo sguardo sulle opere esposte all’Arsenale, è offerto dal Padiglione Albania, dove è esposto il video a tre canali «A Place in the Sun». Il punto di partenza è, in questo caso, storico: nel 1916, un gruppo di Futuristi russi a San Pietroburgo mette in scena uno spettacolo teatrale dal titolo «Yanko I, King of Albania», recitato interamente in Zaum, idioma inventato privo di grammatica e sintassi. Sulla base di questo evento l’artista Genti Korini costruisce un’installazione video a tre canali che rimette in scena, aggiorna e reinventa (tramite recitazione dal vivo, marionette, animazione 3D, maschere, costumi, musica e altro ancora) quel Teatro dell’Assurdo di cent’anni fa. Secondo Korini, l’evento racconta la superficialità con cui alcune culture, in particolare quelle appartenenti a potenze dominanti, si sentono autorizzare a rappresentare, sminuendole, identità di Paesi considerati minori. Rifiutando al tempo stesso di rivendicare tradizioni nazionali, con il rischio di scadere nel folklore, l’artista preferisce ricorrere all’astrazione totale (lo stesso Teatro dell’Assurdo con cui gli artisti d’avanguardia avevano rappresentato un’Albania «di loro gusto») per rivendicare l’assoluta autonomia della propria voce.

Chiudendo il cerchio, il fiore come soggetto del racconto torna, dopo l’esordio di questo percorso, con il Padiglione Bulgaria e la sua Valle delle Rose, in un’opera del regista-artista Éric Baudelaire esposta nella mostra centrale all’Arsenale e intitolata «Death Passed My Way and Stuck This Flower in My Mouth». Nello sterminato magazzino di Aalsmeer, in Olanda, milioni di fiori arrivano ogni giorno da Africa e Sudamerica per essere valutati, venduti all’asta e spediti in tutto il mondo. Lo sguardo di Baudelaire attraversa questo spazio cogliendo fiori, volti e macchinari, in un unico balletto coreografico dedicato a un solo scopo: la produttività.

In ognuno dei casi affrontati nel corso di questa disamina, come i fiori al centro del lavoro di Baudelaire, qualcosa di fragile e apparentemente insignificante (ovvero «minore») porta dentro di sé, senza gridarlo, il peso di un sistema più grande (economico, politico, coloniale, affettivo), che normalmente scegliamo di non vedere. Soffermarsi ad ascoltarlo, invece di distogliere lo sguardo, è l’unico gesto critico che questi artisti, attraverso i propri video, ci chiedono: un momento di attenzione prima che tutto, intorno a noi riprenda a scorrere. 

«Things to Come», Padiglione Danimarca alla Biennale Arte 2026, di Maja Malou Lyse e Common Accounts. Foto Ugo Carmeni

Matteo Cocci, 30 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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