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Matteo Cocci
Leggi i suoi articoliC’è tanta New York in Marc by Sofia (2025), primo documentario di Sofia Coppola – dedicato alla figura di Marc Jacobs, visionario stilista e amico intimo della regista – presentato lo scorso settembre a Venezia e ora proiettato in anteprima (in attesa di una distribuzione in sala) a Milano presso il Cinema Godard di Fondazione Prada. Le brulicanti strade newyorchesi compaiono solo sporadicamente tra filmati d’archivio, fotografie, sfilate e riprese di Jacobs seduto nel suo ufficio – la narrazione è segnata dal progressivo avvicinarsi al lancio della collezione primavera/estate 2024 dell’omonimo marchio guidato da Jacobs –, ma ad aleggiare è lo spirito della metropoli statunitense, in grado di ispirare generazioni di artisti, registi, musicisti – tra cui i The Strokes, band feticcio di Sofia Coppola, le cui note risuonano in questo come in altre sue opere – e, per l’appunto, stilisti.
Ad emergere da questo sincero omaggio da parte di un’artista a un altro artista, in cui lo spettatore assiste al processo creativo che sta alla base di una nuova collezione – intesa da Jacobs come uno spettacolo di 7 minuti in cui i capi di abbigliamento, seppur protagonisti, sono solo uno dei colori sulla «tavolozza» con cui dipinge i propri modelli –, è la complessità della personalità di Jacobs, capace di riscrivere le regole del gioco – come fece dopo essere stato nominato direttore creativo di Louis Vuitton nel 1997, disegnando la prima collezione prêt-à-porter mai prodotta dallo storico marchio francese e aprendo la strada a un fenomeno del tutto inedito, quello delle collaborazioni tra moda e arte contemporanea –, così come pronto a infuriarsi per pochi secondi di ritardo rispetto all’orario d’inizio previsto per la sua ultima sfilata, e a continuare a tormentarsi su ciò che poteva essere fatto meglio dopo la conclusione dell’evento.
È proprio un inno alla creatività nella sua forma più profonda ed essenziale quello che Coppola dedica a Jacobs, amici fin dai primi anni ’90, quando si conobbero in occasione della presentazione della collezione «grunge» disegnata da Jacobs per il marchio americano Perry Ellis. Sono disparati gli elementi rivelatisi determinanti nell’influenzare il lavoro di Jacobs: dalla musica – indicativo il fatto che una band di culto come i Sonic Youth abbiano girato il videoclip del loro brano Sugar Kane nel backstage dell’ultima sfilata firmata da Jacobs per Perry Ellis –, al design – iconica fu la scelta, anni dopo, di coinvolgere Pharrell Williams nell’ideazione dei Millionaires Sunglasses, prodotti da Louis Vuitton –, dal cinema fino all’arte.
Una scena di «Marc by Sofia» (2025)
Una scena di «Marc by Sofia» (2025)
Queste ultime due pratiche sono forse tra le più influenti in assoluto nel definire la poetica dello stilista, elevandola al di sopra della mera ideazione di abiti e accessori fino a farla assurgere a espressione di una vera e propria forma d’arte. Registi come Bob Fosse, anche coreografo di tutti i suoi film – «devo aver visto All That Jazz (1979) almeno venti volte», racconta Jacobs –, e Rainer Werner Fassbinder – «Le lacrime amare di Petra von Kant è straordinario, ogni singola inquadratura costituisce un’immagine di moda», prosegue lo stilista – sono solo alcune delle icone cinematografiche da lui venerate: al loro fianco, attrici (e cantanti) straordinariamente espressive come Liza Minnelli e Barbra Streisand.
Impossibile infine ignorare il segno lasciato da Jacobs in un territorio – quello che interseca moda e arte contemporanea – che fino a quel momento semplicemente non era mai stato esplorato e che oggi, basti pensare alla stessa Fondazione Prada dove il film è stato proiettato, è spesso attraversato. Jacobs – prima da direttore creativo di Louis Vuitton, poi attraverso il proprio marchio – ha saputo affidare agli artisti non il semplice compito di rendere uniche le proprie creazioni, ma di generare un cortocircuito semantico tra il mondo del lusso e quello dell'arte. I graffiti di Stephen Sprouse, l’estetica pop e fumettistica di Takashi Murakami, le provocazioni di Richard Prince, i pois di Yayoi Kusama sono solo alcune delle operazioni attraverso cui Jacobs ha più volte scardinato, mescolandoli, codici e gerarchie di questi due mondi.
A enfatizzare ulteriormente l’aura dei prodotti da lui disegnati hanno contribuito i visionari set design delle sue sfilate, ispirati o realizzati in collaborazione, ancora una volta, con artisti «straordinari»: tra gli altri, il pittore statunitense specializzato in interni evocativi Jeremiah Goodman, l’autrice di sculture e installazioni dal sapore fantasy Rachel Feinstein, lo scultore post-minimalista Robert Therrien, famoso per i suoi arredi-giganti in scala 1:10.
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