Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Davide Landoni
Leggi i suoi articoliARTICOLI CORRELATI
L'immagine che ritorna è quella di Melquíades, il misterioso e saggio zingaro che in Cent'anni di solitudine fa ciclicamente visita a Macondo, il paese immaginario in cui Gabriel García Márquez ha ambientato la sua storia, portando nel villaggio isolato gli strumenti del progresso scientifico. La calamita, il cannocchiale o il celebre ghiaccio con cui si apre il romanzo. Tutto appare sorprendente agli occhi degli abitanti, in particolare a quelli del patriarca José Arcadio Buendía, che se ne affascina fino ad ammattire.
Se il contatto con queste invenzioni, o scoperte, sorprende i concittadini per il loro effetto inedito, la vera fascinazione di José Arcadio risiede nei meccanismi magici del loro funzionamento, o presunti tali. L'uomo, spesso travisandoli, pensa di potere usare questi oggetti in modo improprio, estendendone le possibilità o ignorandone i pericoli. La tentazione di dominare la natura, di sgranarne le trame invisibili inebria il ricercatore alchemico, assoluto esploratore di nuove opportunità.
In modo simile possiamo figurarci l'impegno del pittore, alla ricerca di una sfumatura precisa o, chissà, di una cromia totalmente nuova per raccontare la realtà o immaginarsi un nuovo mondo. Spingendo i metodi produttivi su soglie impensabili, oggi per certi versi ironiche, di certo assurde, nei secoli passati gli alchimisti del colore hanno messo a punto sistemi di estrazione radicali, spesso sottovalutando le ripercussioni chimiche che esse potevano avere. Scenari affascinanti ma poco sicuri, che hanno condotto a capolavori unici e morti tragiche. Semplificando, si potrebbe pensare che in nome dell'estetica l'uomo abbia portato all'estremo etica e moralità. Ma chissà che la questione non sia in realtà ancora più profonda, che abbia a che fare con l'illusione - per certi legittima - di scovare nuove possibilità d'esistenza.
Non funziona in modo simile, del resto, con la lingua? Un artificio umano come le parole diventano un intermediario fondamentale col mondo, lo svelano e l'inquadrano, gli danno consistenza. I nomi rendono le cose reali, almeno per noi umani. Se qualcosa non ha una sua parola con cui indicarla è come se non esistesse. Nella grammatica della pittura, utilizzare un nuovo colore significa illuminare un'area fenomenologica dell'esistenza che prima pensavamo non essere possibile. Slancio di cui la chimica moderna ha smussato le criticità, semplificando i processi di ottenimento e azzerando i rischi nell'utilizzo.
Ottimizzazione che in parte ha però forse sedato l'esaltazione della scoperta, inflazionata dall'infinita possibilità della scienza moderna. Lontano dal lamentarcene per davvero, rimane al contempo affascinante tornare con la mente a un periodo in cui non tutto era chiaro, e funzionava quasi per magia. Siamo pronti a scommettere che se Melquíades avesse portato a Macondo un colore mai visto prima, José Arcadio Buendía avrebbe esplorato la foresta amazzonica e ribaltato il proprio laboratorio pur di riprodurlo da sé. Non solo per dipingere con esso la propria casa (riprendendo ironicamente una vicenda del romanzo, in cui la nuova autorità governativa il, Correggitore Don Apolinar Moscote, vorrebbe invece che tutte le abitazione della città si omologassero all'azzurro), ma per conquistare da sé la formula di un mistero.
«Mosaici di San Vitale a Ravenna» (VI secolo d.C.). Nei pannelli dedicati all'imperatore Giustiniano I e all'imperatrice Teodora, i sovrani e il loro seguito indossano grandi e luminosi mantelli color Porpora di Tiro
Porpora di Tiro
Riconosciuta per millenni tra i simboli supremo di potere, regalità e sacralità, nel mondo antico la Porpora di Tiro era una tinta dal tono rosso-violaceo profondo, celebrata per la straordinaria stabilità e per la capacità di intensificare la propria brillantezza invece di sbiadire con il passare del tempo e l'esposizione al sole. La sua produzione, sviluppata originariamente dai Fenici nella città di Tiro, richiedeva un processo lungo e macabro. Il pigmento si ricavava infatti dalla macerazione e spremitura di decine di migliaia di piccoli molluschi gasteropodi appartenenti alla famiglia dei Murex. Per ottenere un solo grammo di colore occorrevano fino a diecimila esemplari.
Il mito di fondazione e scoperta della porpora di Tiro non è del resto meno violento. Nella versione greca Giulio Polluce racconta di come l'eroe Ercole stesse camminando lungo la costa libanese del Mediterraneo in compagnia del suo cane e di una ninfa di cui era innamorato, Tiro. Lasciato libero di annusare tra le onde e i detriti della battigia, il cane trovò il nostro grande mollusco adagiato sugli scogli e lo addentò con forza. Nel frantumare la conchiglia con i denti, la ghiandola dell'animale rilasciò il suo liquido secreto, che a contatto con l'aria e la bava del cane si ossidò all'istante, tingendone la bocca e il muso di un viola-rossastro molto acceso. Inizialmente Ercole si spaventò, pensando che il suo cane si fosse ferito gravemente. Avvicinandosi, si accorse però che non c'era sangue e che si trattava di un colore mai visto prima. Tiro, colpita dalla bellezza e dalla stravaganza della sfumatura, dichiarò a Ercole che non avrebbe mai più accettato il suo corteggiamento finché l'eroe non le avesse fatto dono di una veste tinta esattamente con lo stesso identico colore della bocca del cane. L'eroe raccolse quindi migliaia di molluschi sulla spiaggia, ne estrasse il pigmento e fece confezionare il primo abito di porpora della storia.
Nel corso dei secoli la Porpora di Tiro fu largamente impiegata sia nella tintura dei paramenti imperiali sia nella miniatura d'arte, come testimoniato dai manoscritti bizantini tra cui il Codice Purpureo di Rossano (VI secolo), dove i fogli di pergamena vennero intrisi di porpora per fare da sfondo ai testi sacri. La caduta di Costantinopoli nel 1453 e la conseguente perdita delle conoscenze mediterranee portarono alla completa scomparsa della tecnica estrattiva originale, sostituita nel tempo da pigmenti sintetici e da lacche di derivazione vegetale o minerale.
Un dettaglio degli affreschi della «Villa dei Misteri» a Pompei (I secolo a.C.)
Cinabro (o Rosso Mercurio)
Impiegato fin dall'antichità classica e per tutto il Rinascimento per la creazione del rosso vermiglio più intenso e vibrante della storia dell'arte, il Cinabro era un pigmento minerale apprezzato per la sua pienezza abbacinante, capace di conferire maestosità e pathos emotivo a drappeggi e architetture. I Romani ne fecero largo uso nelle decorazioni murali aristocratiche, come si evince dagli affreschi della Villa dei Misteri a Pompei (I secolo a.C.), dove le pareti risplendono ancora del tipico "rosso pompeiano". Secoli dopo, Tiziano ne sfruttò la potenza per catturare lo sguardo dell'osservatore nella monumentale Assunta (1516-1518) custodita nella Basilica dei Frari a Venezia.
Anche in questo caso, in maniera ancor più drammatica, il suo utilizzo non era esente da criticità. L'estrazione del cinabro - chimicamente composto da solfuro di mercurio - avveniva in miniere dove le lunghe ore di lavoro e lo scarso ricambio d'aria portava i lavoratori a un rapido avvelenamento, con i vapori metallici che conducevano infine alla morte. Sorte che toccava anche a chi il cinabro lo lavorava, dagli alchimisti medievali ai pittori che lo macinavano a mano nelle botteghe.
Oltre alla sua letale pericolosità, il cinabro non si è rivelato col tempo nemmeno un pigmento così affidabile. Sotto l'azione prolungata della luce solare e in presenza di sostanze alogene come il cloro, il solfuro di mercurio subisce infatti una trasformazione strutturale virando verso la metacinabro, dal colore grigio-nerastro. Il fenomeno ha causato l'annerimento irreversibile di molti incarnati e volti nelle opere rinascimentali esposte per secoli all'aria. Con l'avvento dell'era industriale e la scoperta di composti meno nocivi, il cinabro è stato progressivamente rimpiazzato dal vermiglio di cadmio e dai rossi sintetici d'alzarina del tutto stabili e privi di tossicità.
Rembrandt van Rijn, «La ronda di notte» (1642)
Orpimento (o Giallo del Re)
Celebre fin dall'epoca egizia e ampiamente diffuso tra i maestri medievali e barocchi, l'Orpimento - il cui nome deriva dal latino auri pigmentum ("pigmento d'oro") - era un giallo dorato brillante, caldo e quasi metallico, straordinariamente apprezzato per la sua capacità di simulare il bagliore dell'oro senza dover ricorrere alla foglia d'oro vera e propria. Il pigmento era ricavato dalla macinazione di un minerale naturale ed era utilizzato per creare punti di luce e drappeggi lussuosi. Rembrandt van Rijn ne fece un uso vityioso per dare risalto al prezioso corpetto ricamato in oro del luogotenente Willem van Ruytenburch, al centro de La ronda di notte (1642).
Nonostante la sua straordinaria luminosità, l'orpimento era considerato uno dei pigmenti più diabolici e capricciosi della tavolozza classica. Trattandosi chimicamente di trisolfuro di arsenico, la sua manipolazione comportava rischi enormi per la salute, con l'inalazione delle polveri che durante la macinazione provocava lesioni polmonari, ulcere e avvelenamenti acuti. Ciononostante, per secoli si mantenne la convinzione che dalle vene minerale dell'orpimento si potesse estrarre l'oro vero; l'imperatore romano Caligola ordinò persino la fusione di tonnellate di questo minerale nella speranza di ricavarne metallo prezioso, ottenendo solo vapori altamente tossici che decimarono i suoi operai.
Oltre ad essere letale per l'uomo, l'orpimento non era funzionale nemmeno al dialogo con altri colori. A causa dell'elevato contenuto di zolfo, reagiva violentemente se mescolato o messo a contatto con i pigmenti a base di piombo o rame (come la biacca o il verde rameico), provocando un'immediata reazione chimica che anneriva irrimediabilmente i dipinti. Messo definitivamente al bando tra il XIX e il XX secolo per le complicazioni di cui sopra, è stato gradualmente sostituito dalle gradazioni sicure e stabili del giallo di cadmio.
James Abbott McNeill Whistler, «Notturno in nero e oro - Il razzo cadente» (1875 circa)
Nero d’avorio originale
Considerato per secoli il nero più profondo, denso e vellutato a disposizione dei pittori, il Nero d'avorio - nella sua formula originale - era celebre per la sfumatura neutra tendente al freddo e per la straordinaria capacità di modulare le ombre senza incupire eccessivamente i toni circostanti. Jan Vermeer ne sfruttò le eccellenti qualità pittoriche per scolpire i contrasti assoluti nei fondali scuri e per dare profondità alle stoffe nei suoi capolavori, tra cui La ragazza con l'orecchino di perla (1665 circa). In epoca più tarda, James Abbott McNeill Whistler ne fece una componente fondamentale della sua ricerca tonale, impiegandolo per tessere le gradazioni del buio e della notte nella celebre opera Notturno in nero e oro - Il razzo cadente (1875 circa).
A differenza dei comuni neri di carbone ricavati dalla semplice legna bruciata, la formula originale di questo pigmento si otteneva infatti sigillando frammenti e trucioli di scarto di avorio (provenienti principalmente da zanne d'elefante) all'interno di crogioli di terracotta privi d'aria, che venivano poi sottoposti a temperature estreme. In assenza di ossigeno l'avorio non bruciava trasformandosi in cenere, ma si carbonizzava lentamente mantenendo intatta la complessa struttura cellulare dell'ossidrilapatite organica, che conferiva al pigmento una consistenza untuosa e una scorrevolezza uniche nell'impasto con l'olio.
La richiesta di questo colore alimentò per secoli un commercio d'élite. Nelle botteghe del Seicento, il nero d'avorio era considerato una merce di lusso assoluto, acquistata solo dagli artisti più affermati. La svolta etica arrivata nel corso del Novecento, con le normative internazionali sulla salvaguardia della fauna selvatica e il definitivo divieto di commercio dell'avorio, ha portato all'interruzione della pratica produttiva originale. Il colore che oggi porta commercialmente il nome di "Nero d'avorio" viene prodotto esclusivamente attraverso la calcinazione di comuni ossa animali di macello (nero d'ossa) o mediante neri di carbonio di sintesi industriale.
Wassily Kandinsky, «Copertina per l'Almanacco Der Blaue Reiter» (1911)
Blu di manganese
Introdotto nella tavolozza degli artisti verso la prima metà del Novecento, il Blu di manganese si distinse immediatamente come un pigmento azzurro-turchese straordinariamente limpido, trasparente e dotato di un tono freddo e vibrante, particolarmente adatto per la resa di velature celesti, ombre traslucide e specchi d'acqua. Le avanguardie del XX secolo ne adottarono subito l'intensità espressiva. Wassily Kandinsky e i pittori del movimento Der Blaue Reiter ne sfruttarono le proprietà per creare le loro composizioni astratte ed emotive, dove le campiture di colore puro dovevano risuonare come note musicali sollecitate dall'anima.
Ciò che rende la storia del blu di manganese unica è la sua nascita del tutto casuale. Il pigmento non venne inventato per scopi pittorici, bensì come sottoprodotto dell'industria del cemento e delle ceramiche alla fine del XIX secolo. Durante la sintesi chimica dell'ossido di manganese mescolato con solfato di bario ad altissime temperature, i chimici notarono la formazione di un composto dalla tonalità cerulea ipnotica e brillante. La formulazione (manganato di bario legato a solfato di bario) risultò possedere una grana cristallina molto particolare che, una volta stesa sulla tela, rifrangeva la luce creando un effetto di luminosità quasi aerea.
Una trovata sorprendente, ma di breve durata. La sua sintesi industriale richiedeva una calcinazione a circa 800 °C che rilasciava fumi tossici di manganese e sottoprodotti fortemente inquinanti per le falde acquifere. Con l'irrigidimento delle normative ambientali ed ecologiche negli anni Novanta del Novecento, i costi necessari per rendere pulito il processo produttivo superavano di gran lunga i profitti legati alla sua commercializzazione. I grandi produttori mondiali dismissero così la sintesi del Blu di manganese originale, che oggi è del tutto introvabile e sostituito da imitazioni composte da miscele di blu di cobalto e ftalocianina.
Davide Landoni
Leggi i suoi articoliARTICOLI CORRELATI
Altri articoli dell'autore
Sono allestite in mostra fino al 31 dicembre nove sale del museo delle Arti Popolari di Tolmezzo, che espongono secoli di storia della scienza naturale e delle discipline mediche in un racconto intrecciato fra arte, natura e conservazione
La collezionista, che dal 2010 lavora per colmare l’assenza di spazi istituzionali nel Paese, celebra 15 anni di attività con un nuovo polo multidisciplinare da 120mila metri quadrati, progettato da Adjaye Associates
Un’opera che l’essenza di una manifestazione inafferrabile, contraddittoria e avvincente, per cui gli ultimi giorni d’attesa si condensano nelle menti dei contradaioli come nubi scure
Come uno vasca d’acqua artificiale ha saputo raccontare un secolo e mezzo d’umanità



