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Nalini Malani, «Of Woman Born», 2026, Venezia, Biennale dell’Arte

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Nalini Malani, «Of Woman Born», 2026, Venezia, Biennale dell’Arte

Nuovi centri dell’arte internazionale in India: Kiran Nadar racconta la storia del suo museo

La collezionista, che dal 2010 lavora per colmare l’assenza di spazi istituzionali nel Paese, celebra 15 anni di attività con un nuovo polo multidisciplinare da 120mila metri quadrati, progettato da Adjaye Associates

Davide Landoni

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Da collezionista privata ad ambasciatrice globale dell’arte indiana. La storia del Kiran Nadar Museum of Art (KNMA) di Nuova Delhi è racchiusa nell’ambizione della sua fondatrice. Nato nel 2010 per condividere una collezione personale e colmare l’assenza di spazi istituzionali in India, il museo celebra oggi 15 anni di attività proiettandosi verso un nuovo monumentale polo multidisciplinare. Per l’occasione, Kiran Nadar (1951) ripercorre la genesi del progetto, la propria visione artistica e i sodalizi con le massime istituzioni internazionali.
 

Come è nata l’idea del Kiran Nadar Museum of Art e come si è evoluta?
Ho iniziato a collezionare per esporre le opere nella mia abitazione ma, a un certo punto, ho esaurito lo spazio sulle pareti. Ho iniziato a occupare gli uffici di mio marito; appendevo un’opera ovunque ci fosse un centimetro libero. Con la crescita della collezione, il mio interesse per l’arte si è approfondito. Quando ho raggiunto circa 500 opere, ho iniziato a consultare diversi esperti per la creazione di una collezione vera e propria. Non ho avuto immediatamente la visione di creare un grande museo, ma sentivo che le opere dovevano essere esposte in un luogo in cui le persone potessero vederle, piuttosto che rimanere in un deposito. Contemporaneamente, ho preso coscienza anche di una più generale assenza di spazi istituzionali dedicati all’arte moderna e contemporanea in India. Questa frustrazione pratica, unita a un senso di responsabilità nei confronti degli artisti, di storie che erano state documentate in modo insufficiente e di un pubblico che meritava di avere accesso alla propria eredità artistica, ha portato nel 2010 alla fondazione del KNMA.

Quando è avvenuto il passaggio?
Nel 2010 la prima sede è stata all’interno dello spazio HCL a Noida, nei pressi di Nuova Delhi, con una mostra inaugurale intitolata «Open Doors». Nello stesso anno abbiamo aperto la sede di Saket, in città, poiché a Noida non c’era spazio sufficiente e desideravamo una sede che potesse attirare un numero maggiore di visitatori. Oggi siamo presenti a Saket da oltre 15 anni, un percorso che ci ha portato a diventare un punto di riferimento dell’arte contemporanea in India.

State lavorando a un nuovo ambizioso progetto architettonico di fronte ad Aerocity, sempre a Delhi.
Sarà un progetto monumentale. Per il processo di selezione del progettista abbiamo costituito un comitato di alto profilo che comprendeva, tra gli altri, personalità come Glenn Lowry del MoMA e Chris Dercon, affidandoci così a chi aveva già dimostrato eccellenza anche nel contesto indiano. Dopo aver esaminato oltre 60 proposte e analizzato i progetti dei sei finalisti, la scelta è ricaduta all’unanimità su Adjaye Associates.

Come sarà il museo?
Poiché ci troviamo vicino all’aeroporto, l’edificio non potrà superare l’altezza di 18 metri, pertanto il progetto si svilupperà orizzontalmente, con tre grandi piazze e tre spazi principali, per una superficie complessiva di 120mila metri quadrati. Non sarà soltanto un museo d’arte, ma un centro culturale multidisciplinare dedicato alla danza, alla musica e al teatro. Crediamo che le diverse arti si alimentino reciprocamente e che un pubblico interessato alla cultura possa sviluppare una passione per le arti visive, e viceversa. Questa visione riunisce arti visive, arti performative, educazione e ricerca all’interno di un unico spazio integrato. Vi saranno numerose gallerie espositive, che consentiranno finalmente al pubblico di vedere una parte molto più ampia della collezione. Saranno inoltre presenti auditorium, un archivio e una biblioteca dedicati alla ricerca, oltre a spazi pubblici progettati per rendere l’edificio realmente accogliente piuttosto che monumentale. 

Che cosa vi troveremo esposto?
Le esposizioni inaugurali metteranno in evidenza l’ampiezza della nostra collezione permanente, che abbraccia un arco temporale che va dal III secolo d.C. al XXI secolo. Uno spazio significativo sarà dedicato agli artisti contemporanei attivi nell’Asia meridionale, accanto agli artisti contemporanei della diaspora indiana che, pur vivendo all’estero, mantengono un forte legame con l’India. La nostra collezione permanente comprende inoltre importanti capolavori dei grandi maestri del modernismo indiano, come M.F. Husain, F.N. Souza e S.H. Raza, nonché Raja Ravi Varma, che fu uno dei primi e più importanti artisti a coniugare le tecniche europee con la sensibilità indiana. Sono inoltre particolarmente entusiasta del fatto che esporremo, per la prima volta, opere provenienti dalla nostra collezione di antichità e miniature. Oltre alle gallerie espositive, il museo sarà una vivace destinazione culturale, con un ambizioso programma di performance, workshop, iniziative educative, incontri e attività di coinvolgimento del pubblico, pensati per mettere in relazione persone di tutte le età con l’arte e la cultura. Nel loro insieme, queste esperienze offriranno ai visitatori l’opportunità di confrontarsi con l’ampiezza e la continuità delle tradizioni artistiche dell’Asia meridionale nel corso del tempo, partecipando al contempo al dibattito culturale che sta plasmando il nostro presente e il nostro futuro. 

Come si evolve la collezione?
È iniziato come qualcosa di profondamente personale. Ho imparato osservando, fidandomi del mio istinto e acquistando opere che mi parlavano, indipendentemente dalle tendenze o dalle opinioni del mercato. Questa immediata connessione emotiva rimane al centro del mio modo di collezionare. Ha inoltre dato origine a rapporti duraturi con diversi artisti, tra cui Nalini Malani, che ha realizzato un’opera speciale per la nostra collezione dopo la sua importante retrospettiva al museo nel 2014. «Of Woman Born» di Nalini Malani è attualmente esposta a Venezia, ai Magazzini del Sale, come una delle mostre collaterali ufficiali della Biennale (fino al 22 novembre). Con l’evoluzione della collezione in una collezione istituzionale, il processo è diventato più ponderato. Oltre all’affinità personale, ci chiediamo in quale modo un’opera contribuisca alla narrazione più ampia della collezione, se approfondisca dialoghi già esistenti, introduca nuove prospettive o dia maggiore visibilità a storie e pratiche sottorappresentate. Al KNMA, le acquisizioni sono guidate dalla ricerca, dallo studio e dall’esperienza di un team straordinario. Ogni opera deve meritare il proprio posto non solo per il suo impatto emotivo, ma anche per il suo significato artistico, storico e culturale. La collezione continua a crescere attraverso un equilibrio tra istinto, conoscenza e finalità.

Adjaye Associates e Kiran Nadar Museum of Art «Partition - Partage», 2026, Venezia, Biennale dell’Arte di Venezia, 18ma Mostra Internazionale di Architettura. ©Timothy Casten

Scatto dall’allestimento di Adjaye Associates e Kiran Nadar Museum of Art «Partition - Partage», 2026, Venezia, Biennale dell’Arte di Venezia, 18ma Mostra Internazionale di Architettura. ©Timothy Casten

C’è un’attenzione particolare del KNMA nei riguardi delle artiste donne?
Storicamente, le artiste dell’Asia meridionale sono state sottorappresentate e trascurate, quindi è molto positivo vedere che questa tendenza si sta correggendo e che le artiste stanno ricevendo l’attenzione e il riconoscimento che meritano. Nelle opere di queste artiste c’è una grande forza innovativa. La qualità trascende il genere ed è questo il principio che guida le nostre acquisizioni. Tuttavia, non possiamo negare che il sostegno istituzionale sia di fondamentale importanza e abbiamo utilizzato consapevolmente la piattaforma del KNMA per promuovere il lavoro di diverse artiste dell’Asia meridionale che potrebbero non aver ricevuto il riconoscimento critico e accademico che spetta loro. Abbiamo presentato importanti mostre e retrospettive dedicate ad artiste come Nasreen Mohamedi, Arpita Singh, Zarina Hashmi e Nalini Malani, tra le altre, offrendo quel rigoroso approfondimento critico e scientifico che le loro pratiche artistiche richiedevano da tempo. Molte di queste mostre hanno successivamente intrapreso percorsi internazionali, contribuendo ad ampliarne la visibilità e l’apprezzamento a livello globale. Oggi assistiamo a una straordinaria affermazione delle artiste dell’Asia meridionale sulla scena internazionale. Questo cambiamento globale è evidente anche nelle recenti edizioni della Biennale di Venezia. In questo contesto siamo stati orgogliosi di sostenere importanti progetti espositivi, tra cui quello dedicato quest’anno proprio a Nalini Malani. Per noi sostenere le artiste non significa semplicemente organizzare una mostra, significa contribuire a riscrivere in modo permanente la storia dell’arte globale da una prospettiva sudasiatica. 

Come istituzione quale dialogo avete intrapreso con le realtà internazionali?
La collaborazione internazionale è essenziale per portare l’arte dell’Asia meridionale a un pubblico globale. Una delle nostre iniziative più significative è nata da una mostra dedicata all’artista minimalista Nasreen Mohamedi. Il direttore del Reina Sofía visitò la mostra di Mohamedi al KNMA in India e decise di portarla a Madrid (2015); da lì il progetto approdò al Met Breuer di New York nel 2016. Grazie a questa collaborazione tra istituzioni internazionali, un’artista indiana quasi dimenticata è oggi riconosciuta a livello globale. Abbiamo inoltre collaborato con il Centre Pompidou di Parigi per Nalini Malani e, a Londra, con la Serpentine Gallery per Arpita Singh (alla quale abbiamo prestato 56 opere della nostra collezione), oltre che con il Barbican nel Regno Unito. La nostra collaborazione con il Barbican ha incluso diversi progetti significativi, tra cui «The Imaginary Institution of India: Art 1975-1998», una mostra di riferimento che ha attinto ampiamente alla collezione del KNMA e ha analizzato un periodo di profonda trasformazione nella storia culturale e politica dell’India. Ha inoltre incluso la commissione di «Cloud Songs on the Horizon» di Ranjani Shettar, nel 2023, la sua prima importante mostra istituzionale in Europa, e la serie annuale «Encounters: Giacometti (2025-26)», che ha posto in dialogo le opere di Huma Bhabha, Mona Hatoum e Lynda Benglis con quelle di Alberto Giacometti. Collaborare con istituzioni come il Barbican di Londra, i Qatar Museums di Doha, il Public Art Fund e il MoMA di New York, tra le altre, non ha mai significato per noi cercare una legittimazione. Si tratta piuttosto di garantire che l’arte indiana e sudasiatica venga riconosciuta come una parte vitale e integrale della storia dell’arte globale. Non come un’eccezione o una scoperta, ma come una voce che appartiene a questo dialogo e che vi è sempre appartenuta.

Ci sono altri progetti in cantiere?
Il 16 luglio Christie’s ci affiderà per sei settimane l’intero spazio londinese per una grande mostra curata dal nostro team curatoriale. Non si tratterà di una vendita commerciale, ma piuttosto di un’opportunità per presentare l’arte indiana nelle sue diverse sfaccettature. 

In quanto collezionista percepisce una sorta di responsabilità sociale?
Sì, certo. Ad esempio, poiché la storia dell’arte non fa parte del curriculum scolastico in India, collaboriamo sia con le scuole pubbliche sia con quelle private. Ogni settimana ospitiamo al museo tre o quattro visite scolastiche, sviluppando specifici programmi educativi per gli studenti. Vedere i bambini tornare e portare per la prima volta i propri genitori al museo rappresenta per noi il più grande successo: è il segno di una fondamentale trasformazione culturale.

Qual è il messaggio che vuole trasmettere ai visitatori del KNMA?
La storia che il museo racconta è una storia di passione e scoperta, radicata nel piacere estetico e sviluppatasi in forme diverse. Ci piace considerare l’arte come un’esperienza da vivere in prima persona, da scoprire gradualmente. La nostra è una passione intima che desideriamo condividere con il mondo, fungendo da ponte tra la nostra storia millenaria e la scena contemporanea internazionale.

Davide Landoni, 22 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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