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Veronica Rodenigo
Leggi i suoi articoliUn’intera giornata di studi organizzata il 22 ottobre presso il Museo Archeologico Nazionale di Altino ha fatto luce sui risultati più recenti emersi dalle nuove indagini che hanno interessato l’Altino antica e il suo territorio. Un secondo appuntamento, dopo quello dello scorso anno, dedicato a confronti scientifici e prospettive future, frutto di una rinnovata vitalità di ricerca che ha visto coinvolti Parco Archeologico, Università di Padova e Trento, Università Ca’ Foscari di Venezia, Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Venezia.
I recentissimi esiti (2025-26) che hanno lasciato emergere foro, vicina basilica e una porzione di uno dei due teatri all’interno di una vasta area acquisita dal Parco si aggiungono all’individuazione di una chiesa tardoantica (fine IV-prima metà V secolo) con annesso palazzo episcopale e costituiscono senza dubbio il dato più rilevante. Ma accanto ad essi la mappa delle ultime campagne, tra vecchi scavi e nuove indagini, riporta l’attenzione su diversi punti nevralgici: la porta-approdo e il suo canale antistante, le ipotesi ricostruttive tramite prospezioni geofisiche e saggi di un tratto della via Annia nel suburbio sudoccidentale, il piccolo e periferico approdo fluviale denominato Saggio Barca, l’area del decumano e la sua officina siderurgica.
«Altino è un sito molto fortunato nel quadro dell’archeologia complessiva del Nord-Est, spiega Jacopo Bonetto, docente di Archeologia Classica all’Ateneo di Padova, perché è sempre stato oggetto di molte attenzioni e di molte campagne fin dagli anni Cinquanta. Le nuove indagini con metodi stratigrafici molto avanzati hanno garantito risultati importanti che raffinano la precisione delle precedenti conoscenze. Ne è emersa un’interessantissima fase di vita post antica. Altra cosa emersa è da un lato l’assenza di strutture, dall’altro la presenza delle fosse di spoglio che raccontano comunque la città. Tutto quello che insomma si era visto tramite foto aerea e immagini telerilevate sta trovando un’eccezionale conferma a terra, con relativa profondità cronologica. L’impianto monumentale della città è tardoaugusteo, poi la città vive per tutta l’età imperiale. Vicino alla porta approdo i continui scavi del canale ci conducono alla fase tardoantica che trova negli scavi della Basilica, un “colpo grosso”: la prima basilica episcopale della città. Altri dati importanti sono quelli del suburbio: nell’area a sud dove viene confermata la traccia della via Annia, cominciano a emergere ulteriori elementi come il canale che chiudeva questa porzione urbana. Importante è anche la rilettura dei vecchi scavi, come nel caso del cosiddetto Saggio Barca, riposizionato, rivisto e ridatato attraverso carotaggi profondi. Non si devono inoltre dimenticare le fasi di età pre e protostorica. La romanizzazione va a ripercorrere anche fisicamente setti insediativi, logiche infrastrutturali che sono quelle pre e protostoriche di età veneta».
«Altino oggi è un’assenza, precisa Marianna Bressan, direttrice dei Musei Archeologici Nazionali di Venezia e della Laguna. Le indagini predittive, i telerilevamenti (e lo stiamo ben capendo nell’area del Foro, un settore noto da almeno vent’anni) hanno mostrato la radiografia del sottosuolo. Una città sepolta c’è, è scientificamente scavabile ma non ha resti architettonici che possiamo lasciare a vista perché è fatta, come si dice in gergo, di negative. Ossia: quando si interviene smontando l’edificio, si lasciano delle impronte in negativo dell’asporto. Anche questo è un pezzo di storia finale di Altino, funzionale a trasformare la città o una sua parte in cave a cielo aperto per recuperare le pietre e i mattoni poi giunti a Venezia, Padova, Treviso, nei centri che hanno cominciato a svilupparsi mentre Altino conosceva l’abbandono. Dobbiamo poi interrogarci sul ruolo del Parco Archeologico, su cosa restituire al pubblico, essere molto bravi a capire come trasmettere quest’assenza. La realtà aumentata aiuta ma non restituisce la dimensione dello spazio, di un corpo in mezzo a un campo. Vorremmo lavorare con il verde, con una restituzione che possa evocare l’ingombro dell’antico. Oppure potremmo reinterpretare il parco, provare ad attualizzarlo con innesti di arte e architettura contemporanea. Sarà una bella sfida».
Una nuova attestazione che sicuramente rientrerà in questa sfida futura è il quartiere paleocristiano di Altino, «un tema sul quale, afferma Diego Calaon, docente all’Università di Ca’ Foscari, si dibatte da tempo. Del resto, sappiamo che Sant’Eliodoro (primo vescovo di Altino nel IV secolo d.C.) non è l’invenzione di penna di qualche storiografo, bensì una figura storica testimoniata anche dallo scambio epistolare con San Girolamo. Avevamo notizie di una città molto abitata, di una chiesa molto decorata fino ad oggi mai ritrovata. Abbiamo iniziato a lavorare con i sistemi GIS tentando di cogliere tutti i precedenti dati di scavo (risalenti agli anni ’60-’70-’80) che avessero indicazioni tardoantiche. Così è emerso un muro in basoli rigirati con uno strano orientamento rispetto alle domus romane. Da queste indicazioni abbiamo proseguito con i saggi e riscontrato una grande aula rettangolare (32x2 m, comparabile con la prima aula di Aquileia) e con un portico sulla fronte. Datazione: tra fine IV e primi del V secolo d.C. L’indizio che ci ha condotto all’ipotesi che si trattasse della chiesa episcopale ci è stato dato proprio dall’utilizzo di materiali strani per delle fondazioni ossia i basoli veri e propri delle strade. Solo un’autorità pubblica e in questo caso il vescovo poteva avere il potere di smontare una strada…L’abside qui è assente ma nell’area orientale in realtà esiste un altro grande edificio con fondazioni ancora più profonde (sempre in basoli) che ci fanno immaginare che si trattasse di un ambiente più piccolo sviluppato in altezza. Ci sono indizi che quest’ultimo (forse il palazzo vescovile dal quale provengono lacerti musivi policromi decontestualizzati) avesse un portico almeno su un lato. Peculiarità: la presenza di numerose sepolture concentrate sia nel nartece sia in quest’ultima area. Questo ci fa ipotizzare che una sepoltura illustre attirasse le altre della comunità religiosa altinate.
Di questo edificio oggi rimangono solo fondazioni spogliate alla fine del VII secolo. L’ipotesi che ne abbia beneficiato Torcello è interessante perché sappiamo che l’allora vescovo altinate si trasferì a Torcello proprio nell’arco del VII secolo forse in relazione all’affermarsi del regno longobardo in Italia. A riprova il ritrovamento, in una delle tombe, di una straordinaria fibbia con iconografia tardobizantina ma dalla fattura quasi più longobarda». Ulteriore piccolo tassello nella progressiva ricostruzione dell’Altino tardoantica.
Fondazione in basoli, Scavi Ca Foscari 2025
Veronica Rodenigo
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