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Veronica Rodenigo
Leggi i suoi articoli«Ho sempre avuto più paura dei mali restauri fatti all’uso odierno che non dei danni stessi proceduti dalle ingiurie del tempo», confessava in una missiva lo storico Luigi Tonini (1807-74), direttore della Biblioteca Civica di Rimini e tra i fautori del Museo della Città a lui titolato che vanta tra le sue opere iconiche la «Pietà» (Cristo morto sorretto da quattro angeli) di Giovanni Bellini.
Il dipinto, commissionato nel 1470 con buona probabilità da Rainerio di Ludovico Migliorati, della cerchia dei Malatesta, già ai tempi del Tonini necessitava di alcuni interventi conservativi e presentava un’estesa fenditura che divideva orizzontalmente in metà la tavola. Da allora diverse operazioni di restauro si sono avvicendate interessando sia la tavola lignea e la struttura di supporto, sia la pellicola pittorica: tra le più rilevanti quelle del 1929, 1949, 1969 e 2019, perlopiù in prossimità di prestiti per esposizioni temporanee. L’ultimo tassello di questa pluralità d’interventi porta la firma di Venetian Heritage che ha finanziato il recente restauro. «Questo eccezionale intervento di restauro persegue gli obiettivi della Fondazione Venetian Heritage, che fin dal 1999 finanzia, coordina e promuove importanti progetti di restauro, esposizioni e pubblicazioni dedicate all’arte veneta non solo a Venezia, ma anche nei suoi antichi territori, ricorda Toto Bergamo Rossi. La Pietà fu commissionata a Giovanni Bellini da un notabile riminese e proviene dal Tempio Malatestiano, anche se il maestro molto probabilmente non si recò mai a Rimini. Ciò testimonia l’importanza e la fama veneta nella seconda metà del Quattrocento della pittura veneta che veniva esportata ben al di fuori dei confini della Serenissima».
In virtù di un investimento di 45mila euro e di un accordo che, accanto a Rimini Musei, vede coinvolti la Direzione regionale Musei Nazionali Veneto e la Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, la celebre tavola è stato trasportata nei laboratori di restauro della veneziana Ca’ d’Oro, nell’attiguo Palazzo Duodo. L’intervento ad opera di Lucia Tito (CBC Conservazione Beni Culturali) ha interessato la superficie pittorica «compromessa da antiche e invasive puliture che hanno lasciato evidenti colature e abrasioni nonché da una vernice fortemente ingiallita» stesa in precedenza, come spiega la restauratrice. Insieme al ripristino della pellicola originale (e quindi dell’originaria cromia) si è anche proceduto a intervenire nuovamente sulla fessurazione centrale: dettagli quest’ultimi tutti puntualmente descritti, insieme a più ampi approfondimenti, nella pubblicazione edita da Marsilio.
Dopo essere stata esposta alla fine dello scorso anno alla Ca’ d’Oro in una piccola mostra-dossier a cura di Toto Bergamo Rossi (direttore di Venetian Heritage) e Giovanni Sassu (già Direttore del Museo della Città di Rimini Luigi Tonini, ora direttore dei Musei di Cento), e successivamente (dal 15 gennaio al 19 aprile) alla Morgan Library di New York, dove ha dialogato con la «Pietà» di Pietro Perugino concessa dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, il capolavoro di Bellini fa ritorno nel museo riminese dove verrà raggiunta dal «San Sebastiano» di Andrea Mantegna della Ca’ d’Oro (chiusa fino a maggio 2027 per ristrutturazione) in un’esposizione dossier sui rapporti tra territorio veneto e riminese.
L’esposizione riminese non si limiterà infatti al confronto artistico tra Giovanni Bellini e Andrea Mantegna, cognati dal 1453 (anno in cui Andrea sposò Nicolosia, sorella di Giovanni), ma offrirà l’opportunità di riflettere sugli stretti rapporti storici, culturali, artistici e iconografici che hanno legato Rimini alla Serenissima Repubblica di Venezia nel corso dei secoli. «Il codice della Passione. Bellini e Mantegna allo specchio» è uno degli appuntamenti più significativi dell’estate culturale riminese e si inserisce in un programma messo a punto per valorizzare il patrimonio artistico della città.
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