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Una veduta della mostra «Gli anni dell’Aquila» di Fabio Mauri al MaXXI L’Aquila

Foto Roberto Marossi

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Una veduta della mostra «Gli anni dell’Aquila» di Fabio Mauri al MaXXI L’Aquila

Foto Roberto Marossi

Al MaXXI L’Aquila Fabio Mauri e la perdita dell’innocenza

Una rilettura dell’opera dell’artista romano: dalla performance «Che cosa è il fascismo» a «Io sono un ariano», una riflessione sulla responsabilità di chi guarda e sull’impossibilità di sentirsi fuori dalla storia

Si potrebbe cominciare fuori dal museo, negli spazi dell’Istituto Amedeo D’Aosta, dove la grande performance di Fabio Mauri (Roma, 1926-2009) del 1971 «Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst Von Hussel di passaggio per Roma» è tornata in scena dopo quasi trent’anni dall’ultima presentazione. Il pubblico entra, viene disposto sulle tribune, separato secondo categorie e progressivamente incorporato nella geometria della rappresentazione; al centro, intorno al grande tappeto con la svastica, si susseguono esercizi ginnici, inni, gesti, uniformi e rituali. Tutto appare ordinato, persino seducente nella precisione della sua forma. Ed è proprio questa la trappola. Fabio Mauri non ci mette davanti un’immagine del fascismo: ci introduce dentro il suo dispositivo. La distanza rassicurante tra chi osserva e ciò che viene osservato comincia quasi subito a incrinarsi.

È uno degli aspetti più radicali del suo lavoro. L’ideologia non si presenta necessariamente come qualcosa di mostruoso, riconoscibile e immediatamente respingente. Può essere un ambiente, una scenografia, un linguaggio, una serie di gesti ripetuti fino a diventare normali; può assumere la forma dell’ordine, della bellezza, dell’appartenenza, della giovinezza, persino del gioco. Mauri costruisce «Che cosa è il fascismo» proprio su questo scarto tra l’apparente normalità della scena e ciò che progressivamente vi si rivela. La scena ricostruisce i Ludi Juveniles a cui l’artista aveva preso parte da ragazzo, nel 1938 a Firenze, in occasione della visita di Hitler. Nel testo che accompagna l’opera parla della «malignità intima della Bugia nascosta nell’Ordine»: l’orrore può legarsi alla verità e alla bellezza fino a diventare quasi indistinguibile da esse. Da questa scena si può allora rientrare a Palazzo Ardinghelli e leggere diversamente anche «Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila» (fino al 24 gennaio 2027), la mostra che, in occasione e grazie al sostegno di L’Aquila Capitale della Cultura, il MAXXI L’Aquila ha costruito nel centenario della nascita dell’artista, affidandone la curatela a Maurizio Cattelan e Marta Papini. Non una retrospettiva ordinata né una ricostruzione cronologica, ma una sequenza di immagini, associazioni, contrasti e ritorni. Il progetto parte dai vent’anni, dal 1979 al 1999, nei quali Mauri insegnò Estetica della Sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, ma non si chiude dentro quella cornice biografica. Al contrario, utilizza quel rapporto con la città per riaprire alcune delle domande che hanno attraversato tutta la sua ricerca: il rapporto tra immagine e ideologia, la costruzione del consenso, la memoria, la rimozione, la responsabilità di chi guarda. Il percorso procede così per sedimentazioni. «Muro d’Europa / La barca» (1979), «Entartete Kunst» (1985), «Arierwiege!» (1995), «Studenti» (1992), «Piccola atomica» (1998), «La resa» (2002), «Interno/Esterno» (1990): le opere non compongono una dimostrazione lineare, ma ritornano continuamente intorno a un nucleo irrisolto. La storia, per Mauri, non è mai semplicemente il passato. È qualcosa che resta incorporato negli oggetti, nei linguaggi, nelle immagini e nei comportamenti. Anche quando crediamo di averla superata, continua a produrre forme, classificazioni, separazioni. Per questo i suoi lavori non funzionano come documenti di un’epoca: rimettono in funzione davanti a noi i meccanismi attraverso i quali quella storia è potuta accadere. Ed è forse qui che si comprende meglio anche il legame con L’Aquila. Per Mauri non rappresenta semplicemente una parte importante della propria vita professionale: vi insegna per vent’anni, trasformando la pratica dell’artista in una pratica di trasmissione. Il suo insegnamento sembra appartenere alla stessa logica delle performance e delle conferenze: non consegnare una verità già definita, ma creare una situazione nella quale il pensiero possa essere sperimentato fisicamente. In questo senso, riportare oggi «Che cosa è il fascismo» all’interno di un rapporto diretto con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila non è soltanto un omaggio biografico. Significa rimettere in movimento un metodo.

Una veduta della mostra «Gli anni dell’Aquila» di Fabio Mauri al MaXXI L’Aquila. Foto Roberto Marossi

La presenza di Maurizio Cattelan tra i curatori aggiunge un ulteriore cortocircuito. Più che cercare una parentela formale, interessa riconoscere una possibile genealogia di atteggiamenti. Anche Cattelan ha costruito molte delle proprie opere attraverso immagini apparentemente immediate, trappole visive capaci di modificarsi sotto lo sguardo e di diventare improvvisamente ambigue, instabili, difficili da collocare moralmente. Ma in Mauri questa ambiguità non conduce mai alla sospensione della responsabilità. Al contrario, sembra servire proprio a renderla inevitabile. Lo spettatore non può restare fuori dalla scena: deve capire quale posto occupa dentro di essa. Il vero centro della mostra, però, è Io sono un ariano, ultimo progetto editoriale di Mauri, pubblicato nel 2009, nell’anno della sua morte, ed esposto integralmente a Palazzo Ardinghelli. Un libro quasi interamente costruito attraverso immagini, una sorta di autobiografia visiva nella quale la successione delle opere coincide progressivamente con quella della vita. Cattelan e Papini ne assumono la struttura come una partitura per l’intera esposizione, sottolineandone proprio la dimensione confessionale. Io sono un ariano va letta naturalmente non nel senso biologico e razziale inventato dalle ideologie del Novecento, ma come assunzione estrema di appartenenza a una cultura che ha prodotto anche quelle ideologie. È come se, alla fine della propria vita, Mauri rifiutasse l’ultima consolazione possibile: quella di considerarsi definitivamente innocente, esterno, immune, capace di aver elaborato il male che ha vissuto attraverso le opere che lui chiamava «esercizi spirituali». Nella sua ammissione Mauri prende coscienza di appartenere a questa storia, nato e cresciuto nella civiltà che l’ha generata, nei suoi meccanismi, le sue categorie, le sue immagini, e dunque nelle sue contraddizioni.

Quel titolo diventa così quasi una confessione, ma anche un’eredità. E da un certo punto di vista un’ammissione di sconfitta. Non basta avere trascorso una vita a indagare le ideologie del male, il fascismo, il nazismo, la propaganda, il razzismo, la guerra, la cultura europea per potersi dichiarare finalmente liberati da ciò che li ha resi possibili. Non basta smontare un meccanismo per esserne automaticamente fuori. Mauri sembra arrivare alla conclusione opposta: più lo osserviamo, più comprendiamo quanto profondamente esso appartenga alla nostra formazione. È qui che «La resa», collocata nel cortile all’inizio del percorso, acquista una forza particolare. Una struttura essenziale di tubi metallici e una grande bandiera bianca. Quando la realizza nel 2002 Mauri scrive: «È la resa del giudizio. Del mio almeno». E poco dopo parla esplicitamente di una «resa formale». Non è la rinuncia al pensiero, né la cancellazione delle differenze tra bene e male. È qualcosa di più difficile: riconoscere il limite del giudizio quando pretende di porsi in un luogo completamente esterno alla storia. La bandiera bianca non assolve. Depone, semmai, l’illusione dell’innocenza. Da «La resa» a Io sono un ariano si può allora leggere una traiettoria estrema del lavoro di Mauri. Io sono un ariano diventa inevitabilmente anche un noi. Noi siamo dentro questa eredità. Non perché condividiamo quelle ideologie, né perché la storia possa essere ridotta a un eterno ritorno dell’identico, ma perché siamo immersi in una cultura che ha prodotto insieme emancipazione e dominio, conoscenza e classificazione, universalismo ed esclusione. Una civiltà capace di costruire i propri strumenti di libertà e contemporaneamente quelli della sopraffazione. Mauri sembra dirci che non possiamo scegliere retroattivamente soltanto la parte nella quale preferiamo riconoscerci.

È forse questo che rende il suo lavoro così violentemente presente. Non perché Mauri abbia previsto ciò che sarebbe accaduto decenni dopo, e nemmeno perché il fascismo storico possa essere usato come una formula buona per spiegare qualsiasi fenomeno contemporaneo. Il punto è più profondo. I meccanismi che studia (la costruzione del nemico, la semplificazione dell’identità, il bisogno di appartenenza, la trasformazione della paura in consenso, la seduzione dell’ordine, la capacità delle immagini di rendere naturale ciò che naturale non è) non appartengono una volta per tutte a un’epoca conclusa. Possono riaffiorare, e sono riaffiorati, in contesti differenti, con altri linguaggi, altre tecnologie e altri bersagli. Ed è proprio la loro capacità di trasformarsi che li rende difficili da riconoscere. Per questo «Che cosa è il fascismo» e Io sono un ariano finiscono per guardarsi da due estremi della stessa ricerca. Nella performance del 1971 Mauri ci fa entrare fisicamente nella scena dell’ideologia e ci toglie la sicurezza dello spettatore innocente. Quasi 40 anni dopo, nel titolo del suo ultimo libro, compie lo stesso gesto su sé stesso. Forse è questa la vera «resa» di Fabio Mauri, e insieme la parte più difficile della sua eredità. La storia non è soltanto ciò che condanniamo guardandola alle nostre spalle. È anche ciò che continua ad abitarci, a riaffiorare nelle categorie con cui organizziamo il mondo, nelle immagini attraverso cui definiamo gli altri e noi stessi. Mauri non ci chiede di sentirci colpevoli di una storia che non abbiamo vissuto. Ci chiede qualcosa di più esigente: di riconoscere che non possiamo chiamarcene completamente fuori. Ed è forse soltanto da questa ammissione, da questa perdita dell’innocenza, da questa «presa di coscienza» che può cominciare davvero uno sguardo critico.

Una veduta della mostra «Gli anni dell’Aquila» di Fabio Mauri al MaXXI L’Aquila. Foto Roberto Marossi

Bartolomeo Pietromarchi, 16 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Bartolomeo Pietromarchi

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