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Rebecca Donaldson
Leggi i suoi articoliLucien Smith è morto a 37 anni. La notizia della scomparsa dell’artista americano, nato nel 1989, è stata confermata ad «ARTnews» dal gallerista Bill Powers, che ne aveva presentato il lavoro agli inizi della carriera. Non sono state rese note la causa né il luogo della morte. Raccontare Smith significa però raccontare qualcosa di più della traiettoria di un singolo artista. La sua rapidissima ascesa, l’accelerazione dei prezzi, la consacrazione mediatica e il successivo raffreddamento del mercato coincidono quasi perfettamente con una delle stagioni più controverse dell’arte contemporanea degli anni Dieci: quella in cui una nuova generazione di pittori giovanissimi veniva scoperta, promossa, comprata e rivenduta nel giro di pochi anni, se non di pochi mesi.
Smith si era laureato alla Cooper Union di New York nel 2011. Jeanne Greenberg Rohatyn, fondatrice di Salon 94, aveva visto il suo lavoro alla mostra di diploma e aveva cominciato presto a esporlo. L’anno successivo arrivò la prima personale, «Good Vibrations», alla Half Gallery di Bill Powers: corpi di chitarra trasformati in sculture da parete attraverso pittura, tappi di bottiglia, glitter e fogli di alluminio. Il successo fu quasi immediato. Nel 2013 il «New York Times T Magazine» poteva già presentarlo come un giovane artista «arrivato» a soli 24 anni; «Forbes» lo inserì nelle sue liste «30 Under 30» nel 2013 e nel 2014. A renderlo riconoscibile furono soprattutto i «Rain Paintings», tele sulle quali il colore veniva nebulizzato utilizzando un estintore, producendo superfici atmosferiche e apparentemente impersonali.
Ma mentre Smith diventava uno dei volti della nuova pittura americana, il suo lavoro entrava anche dentro un dibattito destinato a segnare quegli anni. Nel 2014 l’artista e critico Walter Robinson lo incluse, insieme tra gli altri a Jacob Kassay, nel celebre saggio «Flipping and the Rise of Zombie Formalism». Con quell’espressione Robinson individuava una pittura astratta, immediatamente riconoscibile e facilmente commerciabile, che recuperava linguaggi del modernismo trasformandoli, secondo la sua lettura, in una sorta di formula adatta al nuovo ecosistema del mercato. Un «Rain Painting» di Smith arrivò a essere venduto da Sotheby’s a Londra per 372mila dollari. Il suo record d’asta rimane 389mila dollari, raggiunto nel 2013 da Phillips a New York con Hobbes, the Rain Man, And My Friend Barney / Under the Sycamore Tree (2011). Cifre straordinarie per un artista poco più che ventenne e uscito dall’accademia appena due anni prima. Proprio per questo la parabola di Smith sarebbe diventata esemplare delle contraddizioni di quel mercato. La velocità con cui veniva costruito il valore economico di un giovane artista poteva essere la stessa con cui quel valore veniva successivamente rimesso in discussione. La circolazione delle opere sul mercato secondario, il flipping, la ricerca ossessiva del nuovo nome e l’espansione dei social stavano comprimendo in pochi anni processi di legittimazione che tradizionalmente richiedevano tempi molto più lunghi. Smith stesso sembrò percepire presto quella pressione. Nel settembre 2014, dopo avere acquistato una casa a Montauk, dichiarò di volere stare lontano dal mondo dell’arte e smise per un periodo di esporre. Già nel 2015 il «New York Times» registrava una correzione nel segmento più volatile del mercato emergente, quello nel quale collezionisti e operatori cercavano continuamente il prossimo artista da trasformare in fenomeno.
La seconda parte della sua storia è forse oggi altrettanto significativa della prima. Nel 2015 Smith fondò Serving the People (STP), organizzazione nonprofit pensata inizialmente come registro online per pittori e fotografi emergenti e successivamente sviluppata come piattaforma per arte, musica e cinema. L’obiettivo dichiarato era creare uno spazio alternativo per ricerca e sperimentazione e offrire opportunità anche a ciò che rimaneva fuori dalle logiche più immediatamente commerciali- Nel 2020 arrivò la sua prima personale museale, «Southampton Suite» al Parrish Art Museum di Water Mill, nello Stato di New York. Smith descrisse quell’esperienza come «terapeutica» e tornò a parlare delle distorsioni osservate nel mercato, a partire dalla fragilità delle piccole gallerie in un sistema sempre più dominato dalle mega-gallerie. Nel 2021 si avvicinò anche agli NFT, diventando direttore del Cultural Innovation Lab della società Lobus e lanciando la collezione digitale «Seeds». Nel 2024 il suo percorso si era incrociato con uno dei luoghi mitici della storia dell’arte newyorkese: Food, il ristorante aperto nel 1971 da Tina Girouard, Carol Goodden e Gordon Matta-Clark. Smith lo riaprì collaborando con gli eredi dei fondatori, immaginandolo nuovamente come luogo capace di offrire lavoro agli artisti e di ricostruire una comunità culturale nel centro di Manhattan. «Investire tempo ed energie nei giovani creativi», spiegava, contribuiva secondo lui a creare «un ecosistema molto più sano».
Nelle settimane precedenti alla morte Smith era tornato anche al processo pittorico che lo aveva reso celebre. Stava realizzando nuove opere con un aerografo industriale modificato, una tecnica che richiamava direttamente l’estintore dei primi «Rain Paintings». I lavori avrebbero dovuto essere presentati alla Tripoli Gallery di Wainscott, New York. «La vita mi ha riportato al punto di partenza», aveva dichiarato.
Rebecca Donaldson
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