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Rebecca Donaldson
Leggi i suoi articoliPer capire una parte importante di ciò che sta accadendo nel sistema dell’arte contemporanea si può partire da un vigneto in Provenza. A pochi chilometri da Aix-en-Provence, Château La Coste tiene insieme in circa duecento ettari una tenuta vinicola, un centro d’arte, cinque spazi espositivi, architetture affidate ad alcuni dei progettisti più influenti dell’ultimo mezzo secolo, installazioni disseminate nel paesaggio, hotel, ristoranti, spa e produzione agricola. La concentrazione potrebbe sembrare quella di un resort culturale particolarmente sofisticato. È più interessante leggerla come un modello: un luogo nel quale componenti che per buona parte del Novecento appartenevano a settori differenti vengono organizzate dentro un unico sistema di produzione culturale e di valore.
Il progetto nasce dall’iniziativa del collezionista e imprenditore immobiliare nordirlandese Paddy McKillen, che nei primi anni Duemila comincia a trasformare una proprietà vinicola provenzale in un territorio affidato progressivamente ad artisti e architetti. Il metodo scelto è significativo: agli invitati viene lasciata ampia libertà nel rapporto con il sito. Ne deriva una geografia costruita per addizioni successive. Jean Nouvel progetta le cantine, Frank Gehry un padiglione musicale, Tadao Ando il centro d’arte e altri interventi, Renzo Piano una galleria parzialmente interrata, Richard Rogers una struttura sospesa sul paesaggio, mentre l’auditorium realizzato su progetto di Oscar Niemeyer entra a sua volta nel circuito espositivo. Al loro fianco si dispongono lavori di Louise Bourgeois, Lee Ufan, Ai Weiwei, Sophie Calle, Tracey Emin, Sean Scully e numerosi altri artisti. Il programma continua ad ampliarsi: nell’estate 2026 Château La Coste ospita, tra le altre, mostre di Rashid Johnson, Sheree Hovsepian, Julian Schnabel e Yoshitomo Nara, distribuite tra l’Auditorium Niemeyer, il padiglione di Piano, la Richard Rogers Gallery e gli altri spazi della tenuta.
Il dato rilevante è la struttura che li mette in relazione. A Château La Coste l’arte concorre a costruire il luogo insieme all’architettura, all’agricoltura e al paesaggio. Questo sposta la questione dal museo alla destinazione culturale. Il visitatore non entra in un edificio per vedere una collezione e uscirne dopo due ore; percorre vigneti e boschi, passa da un’opera a un padiglione, può fermarsi a pranzo, degustare il vino della proprietà, proseguire verso una mostra, pernottare nella tenuta. Il tempo dedicato alla cultura si espande fino a coincidere con quello della permanenza.
È una trasformazione significativa perché corrisponde a una tendenza più generale. Il sistema dell’arte internazionale sta progressivamente superando la distinzione rigida tra museo, fondazione, collezione privata, hospitality, turismo e lifestyle. Una parte crescente del capitale culturale viene prodotta in luoghi ibridi, nei quali l’arte contribuisce a definire l’identità complessiva di un territorio o di un’impresa. Il valore dell’opera rimane centrale, ma viene moltiplicato dalle relazioni con l’architettura, il paesaggio, la gastronomia, il design e la qualità dell’ospitalità.
Château La Coste porta questa logica a un grado avanzato. Il suo sito istituzionale si presenta contemporaneamente come domaine viticole, centre d’art e luogo di gastronomia, mentre la struttura comprende una rete articolata di ristoranti e formule di ospitalità. Non si tratta di servizi aggiunti a un centro d’arte. Sono componenti dello stesso posizionamento. L’arte innalza il capitale simbolico del vino e dell’hospitality; il paesaggio e l’ospitalità producono a loro volta una modalità di fruizione dell’arte che un museo urbano difficilmente può replicare. In questo senso Château La Coste fotografa bene anche la crescente prossimità tra art system e luxury system. I due mondi condividono ormai una parte consistente dei pubblici, delle economie reputazionali e delle strategie di relazione. Il grande collezionista internazionale appartiene spesso alla stessa fascia di consumatori che frequenta hotellerie di alta gamma, ristorazione gastronomica, design, vini da collezione e destinazioni esclusive. L’arte offre a questi settori un capitale culturale che il semplice consumo di lusso non può produrre; il lusso offre all’arte risorse economiche, luoghi e infrastrutture che una parte delle istituzioni pubbliche fatica a garantire.
La caratteristica che distingue lo Chateau è la presenza di un territorio produttivo reale. Il vino continua a essere prodotto; l’agricoltura conserva una funzione economica; il paesaggio provenzale entra direttamente nell’esperienza delle opere. Ed è proprio questa componente a rendere il progetto particolarmente contemporaneo. La globalizzazione del sistema dell’arte non implica necessariamente la cancellazione del locale. Sempre più spesso funziona attraverso una combinazione opposta: identità territoriali molto precise collegate a reti culturali internazionali. Château La Coste è profondamente provenzale nella materia e globale nel network. Il vino, la luce, il terreno, la vegetazione e il clima appartengono al luogo. Gli artisti, gli architetti, i visitatori e i circuiti reputazionali appartengono invece a una geografia internazionale. Il locale diventa piattaforma del globale.
È una dinamica che si osserva ormai in diversi punti del sistema. Hauser & Wirth Somerset ha costruito nel paesaggio rurale inglese un polo nel quale arte, architettura, giardini, educazione e ristorazione convivono; Glenstone, nel Maryland, associa una delle principali collezioni private americane a un’esperienza territoriale costruita attorno ad architettura e natura; Naoshima ha trasformato un’isola del Mare Interno giapponese in una destinazione internazionale attraverso il rapporto tra arte, architettura e paesaggio. I modelli sono differenti, ma condividono un dato: l’arte esce progressivamente dalla centralità metropolitana e costruisce nuovi poli di attrazione.
Anche il rapporto tra collezionista e istituzione cambia. McKillen non si limita ad acquistare opere. Commissiona, costruisce spazi, stabilisce relazioni di lungo periodo con artisti e architetti, produce mostre e rende pubblicamente accessibile una parte della propria visione. Il collezionista diventa quindi editore di un territorio, nel senso più ampio del termine: seleziona, ordina, mette in relazione e produce contesti. È un fenomeno rilevante perché una parte crescente della capacità di commissionare opere ambiziose sta migrando verso soggetti privati. I grandi progetti site-specific richiedono superfici, capitali, tempi lunghi e disponibilità al rischio. Château La Coste offre esattamente queste condizioni. Il risultato è un sistema nel quale il capitale privato assume alcune funzioni tradizionalmente attribuite alle istituzioni culturali: commissione, esposizione, conservazione, produzione editoriale, formazione del pubblico.
La crescita di questi modelli obbliga quindi a chiedersi chi produrrà il canone culturale nei prossimi decenni e attraverso quali forme di legittimazione.
Esiste poi una seconda questione, più economica. Château La Coste dimostra che l’arte può funzionare come un potente moltiplicatore di valore territoriale. Un vigneto può produrre vino; un resort può vendere camere; un ristorante può produrre ricavi attraverso la gastronomia. Quando questi elementi vengono inseriti dentro una narrazione culturale sostenuta da nomi come Ando, Piano, Gehry, Bourgeois o Lee Ufan, ciò che viene venduto cambia natura.
L’arte diventa quindi parte di un’economia reputazionale. Aumenta desiderabilità, riconoscibilità internazionale e capacità di attrarre una comunità economicamente e culturalmente selezionata. Allo stesso tempo, proprio l’esistenza delle attività commerciali consente al progetto culturale di svilupparsi su una scala difficilmente sostenibile attraverso biglietteria e sponsorizzazioni tradizionali. Questa circolarità è forse l’aspetto che rende Château La Coste così rappresentativo del presente. Ogni elemento rafforza gli altri: l’arte rende il luogo desiderabile; l’architettura lo rende riconoscibile; il vino gli conferisce radicamento territoriale; l’hotel prolunga la permanenza; la gastronomia amplia il pubblico; il paesaggio rende irriproducibile l’insieme. La cultura non è un compartimento del progetto, ma il principio attraverso cui le diverse economie vengono tenute insieme. Château La Coste non assomiglia al museo del Novecento perché appartiene già a una diversa economia culturale. Produce mostre, paesaggio, reputazione, ospitalità e socialità dentro lo stesso perimetro. In questo senso, più che un’eccezione provenzale, è uno dei luoghi in cui il sistema dell’arte contemporaneo mostra con maggiore chiarezza la forma che sta assumendo.
Rebecca Donaldson
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