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Leggi i suoi articoliNon una scuderia di artisti, ma una comunità di ricerche; non il mercato come bussola, ma la relazione come metodo. È attorno a questa idea che si è sviluppato il percorso di Mario Pieroni, gallerista, collezionista e promotore culturale scomparso a 89 anni sabato 17 ottobre.
«Il gallerista esprime sempre una sua visione, un suo pensiero, non segue l’ottica del mercato», dichiarava nel 2015. Una convinzione tradotta in pratica fin dagli anni Settanta, quando a Pescara avviò «Il mondo delle idee», dedicato agli oggetti e ai multipli d’artista, prima di fondare nel 1975 la Galleria Pieroni negli spazi del Bagno Borbonico. Nel 1979 l’attività si trasferì a Roma, in via Panisperna, diventando un punto di riferimento per le ricerche concettuali, ambientali e post-minimali.
Da Luciano Fabro a Jannis Kounellis, da Mario Merz a Giulio Paolini, da Ettore Spalletti a Carla Accardi, il programma della galleria intrecciò generazioni e linguaggi, aprendosi negli anni Ottanta anche a protagonisti internazionali come Franz West e Günther Förg. Un’esperienza ripercorsa nel 2025 dal MaXXI con la mostra «In viaggio per l’arte. La Galleria Pieroni 1975-1992».
La chiusura della galleria, nel 1992, non segnò una ritirata, ma una metamorfosi. Con Dora Stiefelmeier, compagna di vita e di progetto, Pieroni diede vita a Zerynthia, associazione che portava l’arte oltre i confini espositivi tradizionali. Seguirono Ram-radioartemobile, dedicata al dialogo tra arte e suono, e No Man’s Land Foundation a Loreto Aprutino, nata dall’incontro con Yona Friedman e Jean-Baptiste Decavèle.
«No Man’s Land è terra di tutti, è per tutti», spiegava Pieroni: una dichiarazione che restituisce il senso di una pratica fondata sulla condivisione. Lo stesso principio attraversa la collezione costruita con Stiefelmeier, frutto di affinità e rapporti duraturi, presentata nel 2026 a Villa Pacchiani.
Il suo legame con l’Abruzzo, dove tutto era cominciato, si era rinnovato anche attraverso la donazione di opere di Michelangelo Pistoletto alla Fondazione Pescarabruzzo. Resta così l’eredità di un uomo che ha inteso il lavoro culturale non come semplice intermediazione, ma come capacità di riconoscere gli artisti, accompagnarne le traiettorie e creare spazi di libertà.
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