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I coniugi restauratori Guido e Maria Rosa Nicola

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I coniugi restauratori Guido e Maria Rosa Nicola

Addio a Maria Rosa Nicola, restauratrice torinese di razza

Nata Querini Borri, aveva sposato a 16 anni Guido Nicola, e insieme al marito fondò nel 1947 il celebre Laboratorio nel paese astigiano di Aramengo. Era specializzata nel recupero delle opere su carta e su tessuto

Gaspare Melchiorri

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Il 20 maggio, all’età di 95 anni, all’ospedale di Asti si è spenta Maria Rosa Querini Borri, vedova del restauratore Guido Nicola. Insieme avevano fondato nel 1947 il Laboratorio di Restauro Nicola di Aramengo (At), che ha poi fatto conoscere il nome di questo paese del Nord Monferrato in tutto il mondo, per la professionalità e l’eccellenza del suo lavoro.

Maria Rosa proveniva da una famiglia di antiquari, pittori e restauratori, ma anche di musicisti (lei stessa aveva praticato danza classica e suonava il pianoforte). Ad Aramengo arrivò da Torino (aveva 13 anni e mezzo) al seguito del nonno, che si era rifugiato nel piccolo paese dell’Astigiano per sfuggire ai bombardamenti e ai rastrellamenti continui in città. Aveva anche portato in salvo le opere della sua galleria di piazza Castello, e fu così che Maria Rosa conobbe Guido, grande amore della sua vita, che sposò a 16 anni.

In progresso di tempo Guido Nicola divenne un grande del restauro; Maria Rosa però non gli era da meno. Era specializzata nel restauro delle opere su carta e su tessili: lavorò su opere di artisti del Novecento come Felice Casorati, Enrico Colombotto Rosso, Luigi Spazzapan, Mario Merz. Restaurò moltissime bandiere e manufatti del Museo Mazziniano di Genova e nel 1971 anche 140 bandiere dell’Armeria Reale di Torino, che vennero esposte ad Aramengo in laboratorio in occasione del IV Congresso Internazionale di Vessillologia, che fece arrivare ad Aramengo esperti dai quattro angoli del Globo.

È passata alla storia del Laboratorio Nicola una sua impresa sperimentale, negli Anni Settanta, quando la Soprintendenza le affidò il restauro di alcuni disegni di Tanzio da Varallo (1575-1633), cui andava applicata una tela di supporto. Era un gruppo di 140 disegni, molti dei quali erano realizzati su entrambe le facce del foglio. La sensibilità di Maria Rosa le impediva di «sacrificarne» una per apporre la tela. Così, con lame sottilissime, sperimentò la divisione in due del foglio in modo da recuperare entrambi i disegni.

«Oggi questo non si farebbe più, ha dichiarato agli organi di stampa la figlia Anna Rosa, ma allora era una sfida tecnica unica e lei la vinse. Mia madre ha vissuto un po’ all’ombra di mio padre, ma volutamente. Fu una situazione che non le pesò perché hanno condiviso tutto, da quando lei lo sposò a 16 anni. L’unica cosa che non condividevano era il carattere: lui molto diplomatico, lei decisamente meno ma con una schiettezza che non faceva sconti a nessuno».

Gaspare Melchiorri, 22 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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