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Addio a Marco Ferreri, progettare (pensieri) senza confini tra design, arte e architettura

Architetto, designer e grafico, allievo e collaboratore di Bruno Munari, Marco Zanuso e Angelo Mangiarotti, Marco Ferreri è morto a 68 anni dopo una lunga degenza seguita a un incidente nel cantiere del castello di Faraneto. Dal celebre logo di Festivaletteratura allo sgabello Is conservato al MoMA, ha attraversato quarant’anni di cultura del progetto italiano rifiutando confini disciplinari. Nel 2020 aveva ricevuto il Compasso d’Oro alla carriera.

Bianca Castelbarco Albani

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C’è un’immagine di Marco Ferreri che milioni di persone conoscono senza necessariamente conoscere il nome di chi l’ha disegnata. È la testa blu di Virgilio di Festivaletteratura, ricavata da una lunetta di Palazzo Te e trasformata nel 1997 nel segno grafico della manifestazione mantovana. Un volto antico ridotto a icona contemporanea, immediatamente riconoscibile. Dentro quella soluzione apparentemente elementare c’era già molto del suo modo di intendere il progetto: osservare ciò che esiste, isolarne un elemento e attribuirgli una nuova funzione.

Marco Ferreri è morto mercoledì 19 agosto a 68 anni, dopo una lunga degenza ospedaliera seguita a un incidente avvenuto nel cantiere del castello di Faraneto, nell’Appennino piacentino. Proprio quel luogo raccontava uno dei suoi ultimi progetti: Ferreri stava lavorando al recupero dell’edificio, immaginato come laboratorio nel quale mettere in relazione architettura, ambiente, agricoltura e modi dell’abitare. Nato a Imperia nel 1958, si era laureato in Architettura al Politecnico di Milano nel 1981. Milano sarebbe rimasta il centro della sua attività e soprattutto l'ambiente culturale nel quale maturò una concezione del design profondamente legata alla grande tradizione progettuale italiana del secondo Novecento.

La sua formazione passa infatti attraverso personalità come Marco Zanuso, Angelo Mangiarotti e soprattutto Bruno Munari. Con quest’ultimo Ferreri realizzò anche il Libroletto: un rapporto che aiuta a comprendere la sua attitudine a considerare il progetto come territorio aperto, nel quale oggetto, grafica, comunicazione e pensiero potevano continuamente sconfinare l’uno nell’altro. Ferreri apparteneva del resto a una generazione per la quale il design italiano conservava ancora una forte componente intellettuale. Progettare un oggetto significava interrogarsi sulla sua funzione, sui materiali, sui comportamenti che avrebbe generato e sulla relazione con chi lo avrebbe utilizzato. Da qui una produzione difficilmente riducibile a una tipologia unica. Ha attraversato design industriale, architettura, grafica, allestimento e progettazione d’interni, mantenendo una posizione sperimentale. Uno dei suoi lavori più conosciuti, lo sgabello Is, è entrato nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York; suoi lavori sono stati inoltre presentati alla Biennale di Venezia.

La stessa interdisciplinarità attraversava l’insegnamento. Ferreri ha lavorato con generazioni di studenti al Politecnico di Milano, all’Accademia di Brera, alla Libera Università di Bolzano e all’Università di San Marino. Nel 2010 la Triennale di Milano gli dedicò la mostra monografica progettarepensieri: un titolo particolarmente preciso per descrivere una pratica nella quale l’oggetto costituiva spesso la materializzazione di un ragionamento. Dieci anni dopo arrivò uno dei riconoscimenti centrali del design italiano: nel 2020 il Compasso d’Oro alla carriera sancì il valore di un percorso rimasto volutamente trasversale rispetto alle classificazioni professionali. Ferreri stesso, intervenendo nel 2022 a Palazzo Te, si sarebbe definito un «artista senza confini».

Bianca Castelbarco Albani, 21 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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