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Bianca Castelbarco Albani
Leggi i suoi articoliIl sangue è una sostanza reale e, insieme, una delle più persistenti costruzioni simboliche della cultura occidentale. Circola nel corpo, ne certifica la vitalità, ma diventa visibile soprattutto quando quella continuità viene interrotta: nella ferita, nel sacrificio, nella malattia, nella violenza. Da questa ambivalenza prende forma De Sanguine, la mostra che BKV Fine Art presenta a Milano dal 16 ottobre al 23 dicembre 2026, nata da un’idea del poeta e scrittore Gabriele Tinti. Il progetto riunisce trentasette opere antiche, moderne e contemporanee, costruendo un arco temporale che dal Cinquecento arriva alle pratiche performative e fotografiche degli ultimi decenni. Il punto di partenza è un versetto del Levitico: «La vita di ogni essere vivente è il suo sangue, in quanto sua vita». Una formulazione che concentra la tensione centrale della mostra: il sangue come principio vitale e, nello stesso momento, come segno della sua perdita.
Nel cristianesimo questa doppia natura assume una centralità assoluta. Il sangue di Cristo è la prova della sofferenza corporea e lo strumento della redenzione; quello dei martiri rende visibile la fedeltà alla fede e trasforma la morte in testimonianza. La pittura sacra europea ha costruito per secoli la propria efficacia emotiva attorno alla rappresentazione della ferita, del corpo esposto e della carne vulnerabile. Non si tratta di un semplice dettaglio narrativo: il sangue stabilisce una relazione diretta tra l’immagine e l’osservatore, portando la dimensione teologica dentro l’esperienza fisica.
È in questo territorio che si collocano le opere dei maestri del Cinque e Seicento presenti in mostra: Antonio De Bellis, Tanzio da Varallo, Andrea Vaccaro, Giuseppe Vermiglio, Louis Finson, Giampietrino, Pseudo Pier Francesco Fiorentino e Andrea De Aste, detto Maestro dei Penna. Nelle loro composizioni il sangue appartiene a una grammatica teatrale fondata sulla luce, sul gesto e sull’intensità degli affetti. La ferita diventa un punto di passaggio tra materia e trascendenza, mentre il corpo martoriato assume una funzione conoscitiva: mostra ciò che la parola religiosa non può rendere con la stessa immediatezza.
Il confronto con la contemporaneità modifica radicalmente questo sistema. Il sangue perde progressivamente il proprio orizzonte esclusivamente sacro e diventa materia concreta, elemento fotografico, traccia politica, linguaggio del trauma. L’arte del Novecento e del presente non elimina la dimensione rituale, ma la trasferisce sul corpo dell’artista e dentro i conflitti sociali.
In Lucio Fontana, il taglio sulla tela può essere letto come una ferita originaria: un gesto che rompe l’integrità della superficie e apre l’opera verso uno spazio ulteriore. Non vi è sangue visibile, ma l’immaginario della lacerazione rimane decisivo. La superficie pittorica cessa di essere uno schermo intatto e diventa corpo attraversato. Con la Body Art, la ferita smette di essere rappresentata e viene agita. Gina Pane ha utilizzato il proprio corpo come luogo di esposizione della vulnerabilità, trasformando il dolore in un linguaggio condiviso. Marina Abramović ha portato ancora oltre questa identificazione tra opera e presenza fisica, interrogando i limiti del corpo, la resistenza, la violenza e il rapporto tra artista e pubblico. In entrambi i casi il sangue non è un effetto figurativo, ma la conseguenza di un atto reale.
La stessa concretezza assume un significato diverso nella fotografia di Andres Serrano, dove fluidi corporei e sostanze organiche eliminano la distanza tra simbolo e materia. Il sangue è contemporaneamente soggetto, pigmento e superficie, capace di produrre immagini di forte seduzione visiva e di mettere in crisi la separazione tra spirituale e biologico. In Joel-Peter Witkin, invece, il corpo ferito o morto entra in una costruzione scenica che rielabora il teatro barocco, la natura morta e l’iconografia religiosa. La fotografia assume la forma di una rappresentazione rituale nella quale sacro, grottesco e desiderio convivono, costringendo l’osservatore a confrontarsi con ciò che la cultura tende a rimuovere: la decomposizione, la deformità, la fragilità della carne.
La dimensione politica emerge con particolare evidenza nella ricerca di Regina José Galindo. Il corpo dell’artista diventa un archivio delle violenze esercitate dalle istituzioni, dai regimi e dalle strutture patriarcali. In una recente performance il proprio corpo insanguinato è stato messo in relazione con i nomi dei martiri latinoamericani, in dialogo con Omaggio all’America Latina di Emilio Scanavino e Alik Cavaliere. Qui il sangue non promette redenzione: rende visibile una storia rimossa, restituisce individualità alle vittime e trasforma il corpo in documento. Anche la terra può essere osservata come un organismo vulnerabile. Attraverso il frottage, Linda Carrara registra superfici, tracce e sedimentazioni, restituendo il paesaggio come una pelle esposta al tempo e alla trasformazione. Il passaggio dal corpo umano al corpo del territorio amplia così il significato della ferita, collegando memoria personale, storia e ambiente. Il percorso comprende inoltre opere di Carol Rama, Hermann Nitsch, Paul McCarthy, Francesco Clemente, Piotr Uklański, Jonathan Meese, Roger Ballen, Julio Galán, Yunchang He, Eteri Chkadua, Roy Kortick, Bertozzi & Casoni, Mario Segantini e Giovanni Testori. La presenza di linguaggi e generazioni differenti evita una lettura lineare: il sangue ritorna come elemento liturgico, erotico, traumatico, politico e simbolico, assumendo significati diversi a seconda dei contesti storici e culturali.
La mostra sarà accompagnata da un volume pubblicato da Eris Press, con poesie di Gabriele Tinti e saggi di Simon Critchley, Dimitris Lyacos, Georges Didi-Huberman, Gabriele Finaldi, Angelo Tartuferi, Catherine Nixey e Massimo Cacciari. Un apparato teorico che conferma l’ambizione del progetto: non costruire un repertorio iconografico del sangue, ma interrogare la durata di una sostanza che, dalle immagini del martirio alle pratiche del corpo contemporaneo, continua a definire il confine instabile tra la vita e la sua rappresentazione
Bianca Castelbarco Albani
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