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Scoperti oltre 20mila monumenti nascosti sotto la foresta dell'Amazzonia

Uno studio pubblicato su Nature utilizza il telerilevamento Lidar per individuare oltre 20mila terrapieni monumentali nell'Amazzonia sudoccidentale. La scoperta amplia di tre volte l'estensione conosciuta della civiltà precoloniale dell'Aquiry e mette definitivamente in discussione l'idea di una foresta vergine scarsamente abitata prima dell'arrivo degli europei.

Bianca Castelbarco Albani

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Per secoli l'Amazzonia è stata raccontata come l'ultima grande foresta incontaminata del pianeta: uno spazio naturale immenso, abitato da comunità disperse e incapace di sostenere società complesse. Uno studio pubblicato su Nature invita ora ad abbandonare definitivamente questa narrazione. Grazie alle più recenti indagini effettuate con tecnologia Lidar (Light Detection and Ranging), un gruppo internazionale di ricercatori ha individuato oltre 20.000 opere monumentali in terra nascoste sotto la copertura vegetale dell'Amazzonia sudoccidentale, rivelando l'esistenza di una delle più estese trasformazioni del paesaggio realizzate nell'America precolombiana.

Le ricognizioni aeree, condotte su oltre 4.400 chilometri negli stati brasiliani di Acre e Amazonas, hanno permesso di "vedere" attraverso la volta della foresta grazie agli impulsi laser del Lidar, ricostruendo una mappa tridimensionale del terreno invisibile all'occhio umano. Integrati con immagini satellitari, i dati hanno consentito di identificare 432 siti monumentali, dei quali soltanto 36 erano già noti agli archeologi. Secondo gli autori dello studio, queste strutture rappresentano soltanto una piccola parte di un sistema molto più vasto. Le stime indicano infatti la presenza di 24.000-30.000 terrapieni monumentali, distribuiti su circa 183.000 chilometri quadrati tra Brasile, Bolivia e Perù, due terzi dei quali attribuibili alla cosiddetta civiltà dell'Aquiry, sviluppatasi tra il VI secolo a.C. e il IX secolo d.C.

L'immagine che emerge è quella di una società organizzata, capace di modificare profondamente il proprio ambiente. Gli Aquiry costruivano grandi recinti geometrici delimitati da fossati e argini, collegati da lunghe strade, abitavano case collettive multifamiliari e coltivavano mais e zucche. I complessi monumentali sembrano aver svolto funzioni cerimoniali, politiche e comunitarie più che esclusivamente difensive.

La scoperta modifica anche la scala demografica attribuita all'Amazzonia precolombiana. Nel periodo di massima espansione, tra il I e il III secolo d.C., quest'area avrebbe potuto ospitare tra 1,25 e 3 milioni di abitanti, una popolazione incompatibile con l'idea tradizionale di una foresta quasi disabitata. Martti Pärssinen, dell'Istituto Iberoamericano di Madrid e tra gli autori della ricerca, ricorda come già all'inizio degli anni Duemila l'osservazione dei primi geoglifi amazzonici avesse incrinato il paradigma dominante. Invitato nello stato brasiliano di Acre dall'archeologo Alceu Ranzi, rimase colpito dalla presenza di monumentali strutture geometriche visibili nelle aree già deforestate.

«Questo cambierà tutto ciò che pensavamo di sapere sulla natura selvaggia dell'Amazzonia», racconta di avere detto allora. Per oltre vent'anni, tuttavia, gli studi rimasero limitati alle superfici prive di vegetazione. Il Lidar ha cambiato radicalmente la prospettiva, permettendo di esplorare territori rimasti finora invisibili.

Lo studio evidenzia inoltre come queste popolazioni non si limitassero ad abitare la foresta, ma ne gestissero attivamente gli ecosistemi, favorendo specie utili come il noce del Brasile e numerose varietà di palma. La foresta amazzonica appare quindi sempre meno come una natura "vergine" e sempre più come il risultato di una lunga interazione tra processi naturali e intervento umano. Secondo José Miguel Pérez-Gómez, archeologo specialista dell'Amazzonia non coinvolto nella ricerca, il valore della scoperta risiede proprio nel superamento di un'immagine profondamente occidentale del concetto stesso di civiltà.

Più che città compatte, emerge infatti una forma di urbanizzazione forestale: policentrica, diffusa, integrata con i corsi d'acqua, le coltivazioni e i suoli antropici. La monumentalità non risiedeva soltanto nella costruzione di grandi terrapieni, ma nella capacità di trasformare il paesaggio in infrastruttura politica, spazio rituale e memoria collettiva. Il lavoro apre infine una prospettiva ancora più ampia. L'area indagata rappresenta infatti meno del 3% dell'intera Amazzonia. Se in una porzione così ridotta è stato possibile individuare migliaia di strutture sconosciute, la domanda posta dagli stessi autori dello studio assume inevitabilmente un carattere globale: quanta parte della storia dell'America precolombiana rimane ancora nascosta sotto la più grande foresta tropicale del pianeta?

 

Bianca Castelbarco Albani, 08 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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