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Stefano Luppi
Leggi i suoi articoliReggio Emilia. Una ventina di dipinti in bianco e nero e due video, correlati tra loro da nove tematiche, sono l’esito del progetto che Alain Urrutia (Bilbao, 1981) ha pensato per la Collezione Maramotti, presentato dall’8 novembre al 14 febbraio 2027 nell’ampia personale «ABIAPUNTUA», la prima per lui in uno spazio istituzionale italiano. Giocando tra l’immediatezza di una pittura pienamente figurativa e la spaesante eterogeneità dei riferimenti concettuali, la mostra, a cura di Sara Piccinini, direttrice della Collezione Maramotti, consente di avvicinarsi a una poetica raffinata, sedimentata nella storia dell’arte anche quando sfiora la banalità del quotidiano. L’abilità combinatoria di Urrutia nell’accostare dettagli e visioni rivela, infatti, una peculiare attenzione alle sfumature di senso, che si riflette anche nella tecnica pittorica in scala di grigi attraverso la quale si esprime. Il punto di partenza, sembra dirci l’artista, è lo spazio di transizione che sta tra noi e il visibile.
«ABIAPUNTUA» è un titolo che va spiegato, perché la scelta dell’euskera, la lingua dei Paesi Baschi, non rende certamente immediata la comprensione.
Per me, «ABIAPUNTUA» significa semplicemente «punto di partenza», ed è proprio per questo che mi interessa questa parola. La mostra parla dell’origine delle immagini, delle relazioni che si creano tra loro e di tutto il processo che sta dietro ai dipinti. All’inizio sapevo di voler fare riferimento all’idea di un «punto di partenza» e, parlando con Sara Piccinini abbiamo pensato al basco. È la lingua del luogo in cui sono nato e cresciuto, e fa parte di ciò che sono. Ma allo stesso tempo a molte persone risulta sconosciuta. Mi piaceva che il titolo avesse qualcosa di molto personale e, allo stesso tempo, qualcosa che non fosse immediatamente identificabile. Credo che questo abbia a che fare anche con la mostra: ci sono cose che riconosciamo subito e altre che richiedono un po’ più di tempo.
Lei si è formato all’Università dei Paesi Baschi, poi all’Accademia di Brera a Milano e ora vive a Berlino. Questi diversi contesti hanno un’influenza diretta sulla sua ricerca?
I Paesi Baschi sono il luogo in cui sono cresciuto e dove tutto è iniziato. Ricordo che ho visto «Barge» (1962-63) di Rauschenberg e «The Famous Orders of the Night» (1997) di Anselm Kiefer nella mostra inaugurale del Guggenheim di Bilbao. Fu lì che decisi di voler studiare arte, anche se la mia famiglia pensava che sarebbe stato meglio che studiassi design. Quando arrivai in Italia nel 2001, sono andato all’Accademia di Brera e, al momento dell’iscrizione, mi chiesero quale specializzazione volessi seguire. Non parlavo italiano all’epoca, quindi risposi in spagnolo e dissi che studiavo «disegno», mentre invece intendevo dire «design». Così mi assegnarono al corso di Disegno e Pittura e fu proprio grazie a quell’errore linguistico che decisi di voler diventare pittore. Dopo quello, ci sono stati altri luoghi, e poi Londra e Berlino; è da circa quindici anni che mi sposto da un posto all’altro e non so bene perché continuo a muovermi. Quello che so è che tutte queste esperienze mi hanno messo in contatto con altri artisti e con altri modi di intendere l’arte. Berlino merita un discorso completamente a sé: più che influenzare il mio lavoro in modo concreto, credo che abbia cambiato il mio modo di relazionarmi con le immagini, con le altre persone e con il mondo. Non riesco a separare facilmente tutte queste esperienze né a dire che cosa sia cambiato in me in ogni luogo; è come se col tempo si fossero confuse tra loro, ma aver vissuto in contesti diversi mi ha portato a guardare le cose da più punti di vista. E questo è decisamente un aspetto fondamentale per me, sia nel mio lavoro sia nel mio modo di pensare.
Il metodo di selezione e accostamento di immagini che lei definisce «moodboard» sembra richiamare quello adottato da Aby Warburg nel progetto «Atlas Mnemosyne», in che modo l’ha declinato?
Ho scoperto il lavoro di Aby Warburg molti anni fa grazie a una conversazione con la curatrice del Guggenheim di Bilbao Geaninne Gutiérrez-Guimaraes, la quale, vedendo il mio modo di ordinare le immagini e la mia ossessione nel collezionarle e studiarne il «comportamento», mi ha parlato di lui. Naturalmente c’è una relazione tra il mio modo di lavorare e il suo Atlas Mnemosyne, soprattutto per quanto riguarda l’idea di accostare immagini e osservare come interagiscono tra loro, ma il mio punto di partenza è molto più intuitivo. Da molti anni colleziono immagini, prima soltanto in formato analogico e, dal 2008, anche in formato digitale. Col tempo, queste immagini iniziano a relazionarsi tra loro, e questo cambia la mia percezione di esse. Così un’immagine mi porta a scoprire o guardare in modo diverso un’altra immagine, o una fotografia risveglia il ricordo di qualcosa che ho visto anni fa, oppure ancora due immagini di epoche completamente diverse improvvisamente iniziano ad avere qualcosa in comune. I moodboard funzionano un po’ così. Non li uso per raccontare una storia concreta, ma per riflettere attraverso le immagini. Quando le metto insieme, emergono relazioni che non riuscivo a vedere quando erano separate. Credo che questo abbia a che fare anche con il modo in cui viviamo oggi, visto che siamo costantemente circondati da immagini di epoche, di luoghi e in contesti molto diversi. Non pretendo di ordinare tutto quell’universo visivo né di decifrarlo: la mia ricerca mi impone di fermarmi di fronte a tutto questo, prendere il mio tempo e vedere che cosa succede quando alcune di quelle immagini si incontrano.
Qual è la specificità del progetto che ha pensato per Collezione Maramotti?
In occasione della mia prima visita alla collezione, Luigi ed Elia Maramotti e Sara Piccinini mi proposero la possibilità di presentare semplicemente un progetto che fosse significativo per me. In quel momento mostrai loro sul telefono il mio atlante e il modo in cui ordino le immagini. Non volevo limitarmi a realizzare una semplice mostra di quadri come quelle che avevo fatto fino ad allora. Volevo cogliere quell’occasione per mettere in mostra qualcosa che di solito rimane nascosto nelle esposizioni tradizionali: il processo che sta dietro alla costruzione dei quadri e l’atlante da cui provengono le immagini. «ABIAPUNTUA» mette in scena proprio questo processo. Ci sono dipinti di piccole dimensioni e altri molto grandi, in cui le immagini si accumulano e si sovrappongono fino a rendere impossibile discernere le relazioni che si instaurano tra loro. Non ho voluto realizzare una mostra che desse spiegazioni, quanto piuttosto mettere in luce il mio processo creativo e lasciare che ogni visitatore trovi all’interno di questo il proprio percorso. Allo stesso tempo, mi piacerebbe che «ABIAPUNTUA» servisse anche a guardare il mio lavoro precedente in modo diverso, comprendendo forse meglio da dove provengono quei dipinti e tutto ciò che c’è dietro.
Stefano Luppi
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