Tra gli Etruschi della Toscana | Arezzo

Un itinerario in dieci tappe attraverso i principali centri urbani etruschi e il loro territorio in compagnia dell’etruscologo Giuseppe M. Della Fina che ha viaggiato indietro nel tempo illuminando luoghi e monumenti, usi e costumi di questa straordinaria civiltà

Piazza Grande ad Arezzo. Foto: Caracciolo. Archivio Toscana Promozione Turistica
Giuseppe M. Della Fina |  | Arezzo

Wilhelm Dorow, «Consigliere aulico di sua Maestà il Re di Prussia», nel suo tour attraverso alcune città di origine etrusca della Toscana raggiunse e soggiornò ad Arezzo tra l’8 e il 9 agosto 1827. Trovò la città interessante: lo colpirono le strade ampie, i bei palazzi e il «bell’aspetto» degli abitanti. Tra i monumenti che ebbe modo di visitare vi fu l’anfiteatro romano incorporato nel convento degli Olivetani, dove oggi è ospitato il Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate». Da qui occorre partire alla ricerca del passato più antico di Arezzo.

Il museo, articolato in 26 sale, è allestito su due piani: al pianterreno viene seguito il criterio topografico con la presentazione di una selezione dei reperti etruschi e romani rinvenuti in città e nel territorio; al piano superiore sono allestite la sezione preistorica, le sale tematiche e vengono esposti i materiali riuniti da collezionisti aretini, tra i quali va ricordato almeno Gian Francesco Gamurrini.
Il Museo Archeologico Nazionale «Gaio Cilnio Mecenate» di Arezzo e i resti dell’anfiteatro romano. Foto Direzione regionale musei della Toscana
Il percorso della sezione topografica ha inizio con la sala dedicata all’Arezzo di epoca arcaica, al cui interno spiccano i gioielli provenienti dalla necropoli di Poggio del Sole, gli ex voto anatomici della Fonte Veneziana e le terrecotte architettoniche rinvenute in piazza San Jacopo. Nella stanza successiva sono collocati i reperti ellenistici dai santuari della Catona e di Castelsecco-San Cornelio, dal deposito di via della Società Operaia e da Santa Croce con un reperto singolare: un ciottolo usato nella pratica divinatoria. Quindi l’attenzione si sposta sui reperti rinvenuti nel territorio: s’incontrano alcuni resti dal Casentino e dalla Val di Chiana occidentale tra cui il celebre «torso di Marciano».

Si giunge quindi all’epoca romana: dopo una ricca selezione di ceramiche sigillate, una delle produzioni più celebrate dell’artigianato artistico aretino, sono esposti i materiali dal territorio e dalla città tra i quali i mosaici, gli stucchi e il larario dalla domus di San Lorenzo e ancora mosaici e altri resti dal foro e dalle terme. Al primo piano, nella sala dedicata alla raccolta Bacci, si può osservare lo straordinario cratere a volute attribuito al celebre ceramografo attico Euphronios. Sempre, a questo piano, entro l’anno, diventerà visibile il ricco monetiere.

Percorrendo i bracci meridionale e orientale del chiostro medievale, si raggiunge un loggiato da cui è possibile ammirare i ruderi dell’anfiteatro (prima metà del II secolo d.C.), lo stesso ricordato da Dorow. Grazie agli scavi archeologici condotti nell’area, a partire dai primi del Novecento, si possono osservare gli accessi principali e le sostruzioni delle gradinate della cavea.

I reperti esposti, nel loro insieme, restituiscono l’immagine di una città fiorente in epoca etrusca (dal VI secolo a.C., quando il centro sembra avere raggiunto un assetto pienamente urbano) e romana, che deve la sua floridezza alla posizione geografica, alla fertilità del territorio all’intorno e alla laboriosità degli abitanti.

In particolare, nel I secolo a.C. e in quello immediatamente successivo, si affermò in città la produzione della terra sigillata: i vasi «corallini», usciti dalle officine locali, raggiunsero gli angoli più remoti dell’impero romano. Come ogni città ebbe un foro, da localizzare probabilmente nella zona di Colcitrone, le terme (alcuni resti architettonici riutilizzati sono visibili lungo il vicolo delle Terme), il teatro (la cui cavea si può osservare affacciandosi dalla Fortezza Medicea e guardando verso il basso, in direzione sud) e l’anfiteatro già ricordato.
La Minerva di Arezzo, bronzo di produzione etrusca, III secolo a.C. Foto tratta dal Catalogo generale dei Beni Culturali
Da Arezzo proviene una delle opere di arte etrusca più note, ovvero la «Chimera», rinvenuta nel 1553 e acquistata dal granduca Cosimo I, che si fregiava del titolo di Magnus Dux Etruriae, per le sue collezioni. Ora è conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, mentre nel museo aretino si conserva una copia tattile dell’opera. Sempre dalla città proviene un altro celebre bronzo: la «Minerva» conservato sempre nel museo fiorentino e ritrovato nel 1541.

Il ricordo dell’Arezzo ellenistica è affidato anche alsantuario extraurbano di Castelsecco-San Cornelio, sorto su una collina tre km a sud-est del centro della città odierna: lo si può raggiungere tramite una strada che si distacca dalla Arezzo-Sansepolcro. L’altura è cinta da mura e accoglie i resti di un tempio su alto podio, forse affiancato da un secondo edificio, e di un teatro. Del santuario è visibile oggi solo l’anello delle mura.

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