Tra gli Etruschi della Toscana | Memoria etrusca

Un itinerario in dieci tappe attraverso i principali centri urbani etruschi e il loro territorio in compagnia dell’etruscologo Giuseppe M. Della Fina che ha viaggiato indietro nel tempo illuminando luoghi e monumenti, usi e costumi di questa straordinaria civiltà

Paesaggio della Val di Chiana. Archivio Toscana Promozione Turistica
Giuseppe M. Della Fina |

La memoria degli Etruschi è già nel nome di una regione italiana: la Toscana. Alla base della denominazione è infatti il termine Tusci, con il quale i Romani li chiamavano. Non basta che a bagnare le sue coste (non solo le sue, in verità) sia il Tirreno e tale denominazione deriva, a sua volta, dall’etnico Turrenoi col quale i Greci definivano, nella loro lingua, sempre gli Etruschi.

Il ricordo del passato etrusco riaffiora in Toscana già in epoca medievale: lo storico fiorentino Giovanni Villani nella sua Cronica rammenta, a mo’ di esempio, la ricchezza della Maremma quando gli Etruschi la controllavano. Per Coluccio Salutati, qualche decennio dopo, guardare al passato etrusco, avrebbe dovuto essere un riferimento costante per l’azione di governo delle classi dirigenti di Firenze. Dalla riqualificazione delle terre maremmane sarebbe potuto venire un impulso importante allo sviluppo economico e sociale. Un’idea ripresa da un suo allievo, Leonardo Bruni, che, nei suoi Historiarum Florentini populi libri XII, con qualche forzatura ideologica, mise l’accento sul loro ordinamento istituzionale generalmente repubblicano contrapposto a quello imperiale di Roma.

Un pensiero che deve essersi sedimentato se, in una temperie politica e culturale completamente diversa, Cosimo I de’ Medici (1519-74) scelse di farsi chiamare: «Magnus Dux Etruriae». Mentre portava avanti una politica di conquista verso altre città della Toscana, intendeva segnalare che non stava seguendo un progetto nuovo e aggressivo, ma un’azione tesa a ricostruire l’unità della regione come in epoca etrusca. Il passato diveniva un precedente e, sotto certi aspetti, una giustificazione.
La Chimera d'Arezzo del Museo Archeologico Nazionale di Firenze
In particolare, Cosimo I guardava a Porsenna, il re di Chiusi ricordato con rispetto dalle stesse fonti letterarie latine e che era giunto sino a Roma. Il suo interesse arrivava al punto da dedicare parte del suo tempo alla cura e alla pulitura dei bronzetti etruschi. Non è certo un caso che, tra gli anni Quaranta e Sessanta del Cinquecento, le collezioni medicee si arricchirono di tre straordinarie statue in bronzo: la Minerva e la Chimera, rinvenuti ad Arezzo, e l’Arringatore. Tutte opere che si possono ammirare ora nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Sempre in Toscana, durante il Settecento, a seguito della pubblicazione del De Etruria regali dello scozzese Thomas Dempster, si sviluppò una stagione di studi denominata Etruscheria durante la quale agli Etruschi venne attribuito ogni primato: dalle arti alla bellezza femminile. Una temperie culturale che vide la nascita di istituzioni e musei ancora oggi vitali: l’Accademia Etrusca di Cortona, la Società Colombaria a Firenze e il Museo «Mario Guarnacci» a Volterra. Si sviluppò anche l’idea degli Etruschi come «primi Italiani»: Girolamo Tiraboschi nella sua Storia della letteratura italiana, sul finire del Settecento, affermò: «della letteratura adunque degli Etruschi ci convien qui favellare, e da essi dare cominciamento alla storia della italiana letteratura».

Non è ancora sufficiente: nel giudizio di Giosue Carducci, Dante Alighieri era «un etrusco pontefice redivivo», come afferma in uno dei versi dell’ode «Avanti! Avanti!» nell’opera Giambi ed Epodi. Non solo, in una prosa del 1888, L’opera di Dante, ipotizza una sua somiglianza fisica e, in una certa misura, morale con gli Etruschi: «I lineamenti del viso attestano in lui il tipo etrusco, quel tipo che dura ostinato per tutta Toscana mescolandosi al romano e sopraffacendolo». Gabriele D’Annunzio, nel romanzo Forse che sì forse che no (1910), di nuovo vede un collegamento tra l’Alighieri e il mondo etrusco: «E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani scolpiti in questi alabastri?». Gli alabastri in questione sono le urne visibili nel Museo archeologico di Volterra.
Populonia e il golfo di Baratti. Foto di Guido Cozzi. Archivio Toscana Promozione Turistica
Per conoscere la Toscana, occorre partire quindi dalla fase etrusca andando alla ricerca delle testimonianze che le sue singole città-stato (Chiusi, Cortona, Arezzo, Fiesole, Volterra, Populonia, Vetulonia, Roselle, solo per citarne alcune) riuscirono a realizzare, quasi un anticipo della vitalità dell’età dei Comuni e del Rinascimento. Opere in grado ancora oggi di sorprenderci e idonee a indicarci le basi dell’arte italiana.

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