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Serve una nuova stagione di riforme

Le cose da fare sono molte, ma non troppe. E quindi si possono fare

Anche il David indossa la mascherina

Le generazioni che ci hanno preceduto hanno scandito il tempo della loro vita secondo una «prima» e un «dopo». Questi tornanti, dopo i quali tutto fu diverso, furono due guerre mondiali.

Le nostre generazioni hanno avuto altra sorte. Nonostante i grandi cambiamenti della contemporaneità, né il ’68, né la caduta del muro di Berlino, né l’attacco alle Torri gemelle hanno marcato in modo così decisivo il calendario delle nostre vite.

Con la pandemia anche i nostri figli e nipoti avranno un «prima» e un «dopo». Nulla sarà come prima, nelle relazioni pubbliche e in quelle private, nell’economia e nei costumi. Quel milione di morti (un’inezia rispetto alle guerre del Novecento) ci dice che ciò che sta cambiando è la stessa percezione che ciascuno di noi ha e avrà di sé e del mondo.

Potremo tuffarci nella nostalgia del «prima» o provare a voltare pagina davvero, facendo appello alle energie di tutti. I soldi dell’Unione Europea sfioreranno il patrimonio culturale, ma molto può essere fatto senza investimenti così straordinari, se non di idee e di mentalità riformatrice. A partire dai politici e dalla burocrazia, oggi giustamente nel mirino, purché non si faccia a scaricabarile nell’addossamento delle responsabilità pubbliche e private.

È il momento di dare segnali forti che dicano che la spinta riformatrice del 2014 non si è arenata. Quelle riforme hanno dovuto fare i conti con la realtà, tra mille ostacoli e qualche errore; la mancanza di visione di insieme nelle gestioni quotidiane di Soprintendenze (benemeritamente unificate), Poli/Reti museali, musei autonomi ha lasciato spazio a personalismi e conflitti evitabili.

Tuttavia l’appoggio dei settori innovatori del mondo culturale e imprenditoriale finora non è mancato. Ma ora i nodi vengono al pettine. Il «dopo» della pandemia o troverà un settore desideroso di vera innovazione o segnerà l’avvio di una lunga stagnazione, che risucchierà nel ventre dell’Amministrazione le energie che le riforme avevano liberato. Le cose da fare sono molte, ma per fortuna non sono troppe. E quindi si possono fare.

Sul piano della ricerca, la prima riforma sta in una convinzione: sentirsi alleati con le Università, non avversari concorrenti. A parole si condividono metodi e, faticosamente, dati e risultati. Ma le procedure per le ricerche in concessione sono, se possibile, peggiorate rispetto al passato. L’interpretazione «proprietaria» del patrimonio, di tradizione papalina, continua a fare danni gravi. Gli artt. 88-89 del Codice Urbani o si riscrivono da capo a fondo o è meglio buttarli nel più vicino cassonetto.

Sul piano della formazione, da anni si parla di «policlinici dei Beni culturali», e Mibact e Miur sono lì lì per siglare un accordo che volti davvero pagina, mettendo insieme intelligenze ed energie presenti in due mondi contigui, che hanno bisogno l’uno dell’altro. Che cosa si aspetta a dare il via a questo progetto di formazione condivisa che sarà un pilastro della tutela di domani?

La Scuola del Patrimonio, partita malissimo, poi salvata dall’impegno di alcune personalità di valore, oggi naviga senza che sia chiaro il suo progetto di formazione del personale (sia in entrata che permanente). Se la Scuola non ha come stella polare la formazione di funzionari e dirigenti capaci di avere una visione transdisciplinare e contestuale del patrimonio, e del suo legame con il paesaggio, è meglio chiuderla.

Il nostro mestiere è cambiato, lo vogliamo capire? Per questo la scelta dei vertici è decisiva. Sul piano della tutela bastano poche parole, ma servono fatti corposi, che si chiamano digitalizzazione e soprattutto catasto digitale. Il patrimonio culturale italiano continua a non parlare la stessa lingua, frammentato in mille rivoli, che si perdono per strada, perché manca ancora, 160 anni dopo l’Unità, una cartografia del patrimonio.

Sul piano della valorizzazione serve qualcosa che costa davvero poco: liberare i dati (con le relative immagini) e le relative energie; mettere il patrimonio culturale al servizio delle comunità perché ne traggano ispirazione spirituale e lavoro creativo. È ora di liberarsi dei maleodoranti artt. 106-108 dello stesso Codice.

Sul piano della gestione ci aspettiamo che prenda slancio l’intuizione di aprire sistematicamente alla società civile, e al partenariato pubblico-privato, la conduzione di siti, aree, monumenti oggi abbandonati a quel «non uso» che è l’anticamera della rovina. Non di soli «attrattori» vive il territorio, ma anche di realtà diffuse, che la creatività della gestione dal basso può rendere «attraenti» grazie a quel sistema di relazioni che trasforma in «comunità» un insieme di persone.

Dalla retorica della comunità occorre tuttavia passare a una fase operativa, sostenuta da un’Amministrazione statale che sappia farsi «leggera» perché sempre più autorevole. C’è tanto da fare, dunque, ma non troppo, se non nelle nostre mentalità. Ancor prima della fine della pandemia qualche buon segnale sta arrivando.

Finalmente, tra le urla dei sovranisti, il Parlamento ha ratificato la Convenzione di Faro: ora si tratta di farla vivere, facendone intanto conoscere il profondo valore innovativo a quei quadri del Mibact che finora ben poca informazione hanno avuto da un’Amministrazione che ha guardato con sospetto un testo da cui ha cercato di stare lontana anche linguisticamente, preferendo parlare di eredità piuttosto che di patrimonio.

Dopo Faro molte delle cose che ho ricordato sarà più facile farle, se ci sarà la volontà politica. Su quel fronte, d’altronde, il clima tende al «sereno variabile». E al ministro Franceschini, che ha saputo tenere la barra diritta in una compagine governativa forse strampalata, ma che è il meglio di cui possiamo disporre in questo momento, mi sento rispettosamente di dire: serve una nuova stagione di riforme. Se non ora: quando?

Daniele Manacorda, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020



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