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Gallerie

Riaprire senza opening

L'arte contemporanea può vivere senza aperitivi?

La preparazione di un cocktail

Lei è angosciata dai primi inequivocabili esiti di una prolungata astinenza dalla palestra. La ricrescita no, quella è riuscita a tamponarla grazie a un costosissimo prodotto previdentemente messo da parte. A lui non entrano più neanche i mocassini bordeaux, vagamente cardinalizi, che nonostante i 60 anni suonati amava portare a caviglia ignuda sotto il jeans elasticizzato corto.

Ma il vero problema, al contrario della moglie, è l’orrore per i risultati di un tentativo di tintura fai da te con la fialetta del supermercato che, abbinati agli sparsi cespugli della barba che ha cercato di farsi crescere, gli conferisce l’impietosa somiglianza col licaone anziano apparso nel documentario preferito del nipotino. Ma entrambi sanno che le palestre e i parrucchieri torneranno al lavoro; anche le gallerie d’arte riapriranno (il 18, come annuncia il Ministro?); ciò che sprofonda entrambi nella più cupa depressione è che la fase 2 molto probabilmente non contemplerà gli opening.

Troppo rischiosi gli affollamenti, sempre dietro l’angolo il possibile scambio di bicchiere, la perniciosità di uno starnuto aromatizzato zenzero-acciuga-virus da salatino. Che ne sarà dell’arte contemporanea senza uno dei suoi ingredienti irresistibili, la socialità, l’esserci, il riconoscersi come membri di una tribù? Che ne sarà delle gallerie, visto che il 99,9% dell’affluenza di pubblico era concentrata nella serata dei cocktail e degli abbracci? E che ne sarà dei galleristi? Gli psichiatri dicono di non sottovalutare gli effetti collaterali dell’isolamento...

Per loro, almeno, oltre alle vernici c’erano le fiere, ma pure per quelle, scrive Anny Shaw in queste pagine, la ripresa sarà problematica, senza contare Zwirner, secondo il quale l’online potrebbe convincere molti operatori a risparmiare un sacco di soldi di locazioni di stand, viaggi e pubbliche relazioni anche quando l’emergenza sarà rientrata.

E l’anno prossimo che Biennale di Venezia sarà? La gioiosa ed ecumenica grande ammucchiata dei tre giorni «rigorosamente» riservati agli addetti ai lavori si tramuterà in un contingentato pellegrinaggio di pochi adepti? E la curatrice Cecilia Alemani? Che tristezza non poter visitare di persona gli studi degli artisti. Tacciano i malpensanti, che già la paragonano a Brad Pitt che nel film «L’arte di vincere», nel ruolo del general manager degli Oakland Athletics, consigliato da un laureato in matematica, conduce la campagna acquisti affidandosi alle statistiche.

Guai ai filistei che nel pieno della tragedia rialzano la testa e sostengono che da sempre i numeri guidano le scelte dei curatori... E ora? Scriviamo poco prima del passaggio dell’asteroide del 29 aprile... Facciamo gli scongiuri. Ve lo ricordate, no, il titolo della Biennale di Venezia dello scorso anno, conclusasi sotto una disastrosa alluvione? «Che tu possa vivere in tempi interessanti» diceva. Era ispirato (e sì che ce lo spiegò, quell’azzimato curatore) da una maledizione cinese.

Franco Fanelli, da Il Giornale dell'Arte numero 408, maggio 2020



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