Panorama su Carol Rama

Ada Masoero |  | Lugano

«Dipingo per guarirmi», dichiarava nel 1981 Carol Rama agli studenti di Architettura di Milano che l’amico Corrado Levi, artista e critico, le aveva fatto incontrare. E per guarirsi, Olga Carolina Rama (Torino, 1918-2015), ha messo in scena, fin dagli anni Trenta, i racconti più perturbanti, eversivi o (deliberatamente) repellenti che si possano immaginare. Lingue rosso fuoco che saettano da vermiglie bocche femminili, dentiere, masturbazioni, orinatoi, sanguisughe, sedie a rotelle, protesi anatomiche, cannule vaginali, occhi di vetro acquistati in quantità da un tassidermista e applicati a grappoli sulla tela o sulla carta (è il periodo che l’amico poeta Edoardo Sanguineti definisce «bricolage»), camere d’aria da bicicletta che paiono intestini, corpi amputati e mutilati popolano le sue opere. Non stupisce che la sua prima personale, nella Torino «prude» e bacchettona (e martoriata dalle
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