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Oggi siamo tutti contemporanei

Gianfranco Maraniello illustra la Giornata del Contemporaneo

Eva Marisaldi è l’autrice dell’«immagine guida» della Giornata del Contemporaneo 2019. Cortesia Amaci, 2019

Il 12 ottobre torna la Giornata del Contemporaneo, nata su iniziativa dell’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani (Amaci) e giunta alla sua 15ma edizione. Quest’anno coinvolge 24 musei dell’Amaci e mille realtà in tutta Italia (e, dalla scorsa edizione, anche all’estero), tra musei, fondazioni, accademie e gallerie, atelier d’artista e spazi pubblici e privati, aperti gratuitamente al pubblico per visite guidate, dibattiti e laboratori. L’«immagine guida» di quest’anno è stata affidata a Eva Marisaldi, protagonista il 12 ottobre di una «mostra diffusa» delle sue opere nei musei Amaci. Grazie al sostegno del Ministero degli Esteri e (oltre che del Mibac), dal 7 al 13 ottobre partecipano alla giornata anche Ambasciate, Consolati e Istituti Italiani di Cultura all’estero per promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. Il direttore di Amaci Gianfranco Maraniello (48 anni, direttore del Mart di Trento e Rovereto) illustra obiettivi e senso della giornata, alla scadenza dei suoi primi 15 anni.

Qual è il significato oggi della Giornata dell’Amaci?

La Giornata del Contemporaneo è nata con l’intento di sensibilizzare ai valori della ricerca in ambito culturale e per sollecitare adeguamenti normativi e spirito di iniziativa in un settore che, fino a pochi anni fa, era poco commentato e ai margini delle istituzioni. Oggi tutti sappiamo che, al di là dei musei, ci sono artisti, gallerie, professioni, mercati, indotti turistici che non possono essere più trascurati per l’esclusivo approccio ai beni culturali come mero problema di tutela del patrimonio storico.

Che cosa è cambiato in 15 anni rispetto sia ai soggetti coinvolti sia alla risposta del pubblico?

In poco tempo abbiamo riscontrato adesioni e sensibilità, anche politica. Basti pensare al fatto che ormai la Giornata del Contemporaneo è ideata da Amaci e promossa non solo dal Mibac, ma anche dalla Farnesina a livello internazionale, nel riconoscimento dei suoi valori come identità italiana e nella coscienza di potere incoraggiare anche innovative pratiche diplomatiche con i linguaggi e i modi della cultura artistica più aggiornata.

Quale tipo di pubblico è stato finora coinvolto?

Ci fa sempre piacere riscontrare il migliaio di istituzioni pubbliche, gallerie private, studi di artisti e vari operatori che formalizzano la loro adesione sul sito di Amaci, ma ci fa parimenti piacere che altrettanti soggetti sfuggano alla nostra mappatura perché spontaneamente colgono l’occasione per iniziative che producono una festosa anarchia della creatività e delle forme d’arte meno ufficiali, che fortunatamente eccedono la nostra competenza.

Cercate un nuovo pubblico?

Voglio essere sincero. A noi non interessa intercettare pubblico come se dovessimo promuovere un nostro prodotto. Preferirei essere espropriato della Giornata del Contemporaneo, non conoscere e non programmare le sue possibilità, immaginare l’inimmaginabile, ossia una festa della creatività che non abbia nemmeno bisogno delle istituzioni per la promozione di quanto dovrebbe essere passione di tutti i giorni e non un evento annuale.

E come si fa ad appassionare la gente all’arte contemporanea?

Non c’è una ricetta, non può essere un calcolo. Stiamo sopravvalutando il marketing e dimenticando che la creatività e l’immaginazione sono fondamentali in arte, ma sono anche le coordinate dell’audace curiosità infantile. Dovremmo essere tutti un po’ più bambini di fronte all’arte, e l’esercizio di questa passione avrà probabilmente anche le ricadute sempre più attese dagli economisti della cultura. In sostanza: non dobbiamo farci distrarre da passioni infantili che il tempo della vita adulta fa spesso dimenticare.

Ritiene che oggi il turismo dell’arte contemporanea sia più di moda rispetto al passato? I numeri corrispondono al vostro impegno?

Esistono ormai migliaia di studi e pubblicazioni su questa materia. E capisco l’intento positivo della domanda. Ma non mi interessa estrapolare la parzialità di qualche numero per tentare di dimostrare che vale la pena occuparsi di arte contemporanea. Se non lo si è ancora compreso, allora dobbiamo cominciare a biasimare l’ignoranza e smettere di accettare lo scetticismo che chiede di legittimare l’investimento in cultura in relazione a ricadute in settori economici. Preferisco essere perentorio: sappiamo che la cultura è fattore economico e di sviluppo e, in ogni caso, dobbiamo averla di mira non solo come un strumento, ma come obiettivo. Non è il nostro bagaglio (culturale): è il viaggio stesso!

Alessandro Martini, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019


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