La tutela del paesaggio delle Marche | Antonella Melone

Architettura e agricoltura sono beni culturali da tutelare, ma flora e fauna hanno diritti e meritano protezione non meno delle opere d’arte

Santuario della Madonna di Frasassi
Stefano Miliani |

Dal fascino evocativo e a portata di camminatori degli Appennini alle dolci ondulazioni delle colline punteggiate di case e borghi, dai campi arati fra paesi e case sparse fino alla costa, tra eleganti architetture urbane e un’edilizia del boom economico spesso invasiva, come proteggere i tanti paesaggi delle Marche? Come rimediare ai tanti capannoni industriali desolatamente vuoti per crisi economiche o perché gli imprenditori hanno delocalizzato il lavoro? Il paesaggio è a pieno titolo un bene culturale da proteggere come peraltro prevede il Codice dei beni culturali? Lo abbiamo chiesto a quattro esperti: gli architetti Carlo Birrozzi, Mario Cucinella e Antonella Marrone e la storica dell’arte Marta Mazza. Dalle risposte una domanda sorprendente, almeno per la concezione consueta del pianeta: oltre ai diritti di noi umani non dovremmo pensare anche ai diritti di flora e fauna?

La tutela non è il «fiorellino», è un’azione etica e sociale
Antonella Melone (1958), architetto e paesaggista, si occupa da molto tempo di paesaggio, pianificazione e verde nelle città. Titolare del suo studio di architettura a Pesaro, è socio della Aiapp - Associazione italiana di architettura del paesaggio, docente e divulgatrice.

«Non è inutile e anzi è opportuno considerare il paesaggio bene culturale: è un prodotto di azione e interazione tra ambiente, territorio ed essere umano, quindi come possiamo scindere una valenza estetica da una etica e culturale? È molto più di un ritorno solo per lo sguardo: è nutrimento. La pandemia almeno ha portato a una maggiore consapevolezza sulla necessità di essere a contatto con la natura e a considerare città-territorio-paesaggio come un tutto, come un organismo che vive di un unico respiro».

L’architetto segnala un caso esemplare di cui pochi hanno contezza: «A Pesaro e dintorni abbiamo piste ciclopedonali per 100 chilometri, una grande risorsa e un buon esempio a livello europeo. In Italia siamo indietro, ma le amministrazioni ora sono maggiormente sensibili al tema città-natura. Da decenni noi paesaggisti predichiamo l’importanza del “verde”, sia per la capacità degli alberi di mitigare le isole di calore e di intercettare le polveri sottili, sia perché permette di fare attività fisica all’aperto, e una popolazione sana significa abbattere i costi sociali per la salute. Il Covid ha fatto da cartina tornasole».

E gli interventi concreti esistono: «Qua si sta lavorando a livello interregionale per la mobilità non motorizzata lungo il litorale, la Ciclovia Adriatica o Corridoio Verde Adriatico, c’è la volontà di estendersi nell’entroterra raggiungendo i borghi interni ed è un progetto condiviso da diverse regioni. A Pesaro il parco naturale del San Bartolo unisce l’ultima punta a nord delle Marche con Gabicce, verso l’Emilia-Romagna: è una cerniera di grande pregio e si cominciano a vedere i risultati».

Quanto alla tutela, richiama un’opera nella costa settentrionale delle Marche: «A Fiorenzuola di Focara, alle fattorie Mancini, il recupero di una porzione di falesia viva, fragile, a picco sul mare, è stato coadiuvato dall’implementazione e coltivazione dell’antico vitigno “Focara”. Le azioni di recupero non sono solo estetiche e storiche, hanno valore sociale e hanno generato economia, portano lavoro, sono anche funzionali, strutturali, etiche. Produrre e tutelare il paesaggio non è mettere a dimora un fiorellino o piantare alberi tout court, procura benefici molto più del “bel vedere”». Conclude: «Il Pnrr, il piano nazionale per la resilienza e ripartenza, è un po’ debole sul paesaggio, le parole sono svuotate di significato, si parla di verde in modo troppo generico».

LA TUTELA DEL PAESAGGIO NELLE MARCHE
Marta Mazza
Mario Cucinella
Carlo Birrozzi
Antonella Melone

© Riproduzione riservata Antonella Melone
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